UNLEASH THE ARCHERS – Il raggiungimento dell’apice attraverso l’oscurità dell’abisso


UNLEASH THE ARCHERS – “Abyss”
• (2020 – Napalm Records) •

Ritornano sulle scene musicali dopo l’EP di cover del 2019 “Explorers” (qui la mia recensione) e l’ultimo full length datato 2017 “Apex”, una delle band metal a mio avviso più promettenti della scena canadese, gli Unleash The Archers, capitanati dall’incedibile ugola della vocalist Brittney “Slayes”. L’attuale four-piece di Vancouver è salito in cattedra tre anni fa in maniera meritatissima dopo l’acclamato “Apex”, album che ha riscosso l’apprezzamento di critica e pubblico e che per quanto mi riguarda fu il mio disco rivelazione di quell’annata. La band ha affondato le sue radici sonore con il primo album risalente al 2009 in un melodic death metal tendente al power dove mano mano con le successive uscite la componente power metal si è fatta sempre più predominante eclissando quella melodic death che allo stato attuale delle cose sopravvive solamente attraverso il saltuario growl di uno dei due chitarristi e qualche blast-beat introdotto molto sporadicamente nella loro musica. Insomma gli Unleash The Archers fanno power metal ma lo fanno con assoluta personalità e con un songwriting di altissimo livello oltre che godere della presenza di una delle mie vocalist preferite di questo periodo nella scena metal; la voce di Brittney Slayes infatti sprigiona una potenza incredibile e contagiosa e rappresenta a mio avviso il catalizzatore numero uno in grado di richiamare il pubblico a questa band. “Abyss” è il proseguito musicale del grandioso “Apex” del 2017 e difatti l’album è anch’esso un concept che prosegue la storia narrata nella sua prima parte. Si tratta di una storia pienamente fantasy dove nel disco del 2017 si raccontava di un personaggio “The Immortal” descitto come una specie di “genio della lampada” che una volta risvegliato dal suo sonno si vede costretto a servire chi lo ha destato. In quel caso fu la malvagia “The Matriarch” che si serviva di lui per raggiungere i suoi scopi promettendo alla fine di liberarlo dall’incantesimo (tutto questo sa molto di “Aladino” della Disney lo ammetto). Ovviamente non mantiene le sue promesse e “The Immortal” si vede costretto a tornare nella sua montagna per un altro lungo sonno finché non verrà risvegliato nuovamente. Il risveglio avviene in questo disco “Abyss”, ma questa volta la storia è ambientata nella spazio come suggerisce la suggestiva copertina e difatti i suoni scelti non a caso hanno un che di “spaziale” con un sapiente uso di sintetizzatori e tastiere. Intendiamoci la band non ha per nulla snaturato il suo sound e quello che ascolteremo musicalmente è molto coerente con quanto sentito nel disco precedente ma stavolta il gruppo ha deciso di sperimentare con qualche nuova soluzione sonora che sicuramente intrigherà i fan senza che essi si sentano disorientati. L’album è un assalto metal che offre poco spazio alle ballate e ai momenti più dolci; ma d’altronde la band è proprio questo che ha sempre fatto alla grande e continua a convincere in questo disco grazie al songwriting sempre più maturo, elaborato ma allo stesso tempo diretto e con tutti gli elementi che abbiamo amato della loro proposta come gli assoli, le cavalcate, l’ugola della Slayes e i grandi riff di chitarra. Si parte con “Waking Dream” che è una specie di intro estesa di quasi quattro minuti dove un arpeggio e la voce sussurrata di Brittney fungono da build-up per portarci nel cuore dell’album. E difatti questa specie di intro cresce in atmosfera iniziando in maniera molto melodica e pacata fino a quando la stessa melodia viene cantata in maniera più potente dalla Slayes sfociando nella title-track del disco che è stato anche il primo singolo fatto uscire per promuovere l’album con tanto di videoclip seguito poi dalla successiva “Soulbound”. Dato che questi due brani li conosciamo già bene in quanto già usciti da tempo, non mi soffermerò più di tanto su di essi ma vorrei solo aggiungere che sono una perfetta introduzione per far capire all’ascoltatore cosa ci si può aspettare dal disco con il loro approccio più “synth-oriented” ma allo stesso tempo carico e galoppante, senza contare che per chi scrive rappresentano due pezzi pazzeschi probabilmente i miei preferiti dell’intero platter. Il primo “vero” pezzo nuovo che ho avuto l’occasione di ascoltare quando mi è stato consegnato il promo dell’album è stata la terza traccia “Through Stars” che mi ha alquanto stupito; sinceramente come secondo vero e proprio pezzo del disco mi sarei aspettato un’altra cavalcata alla “Abyss”, al contrario la band sceglie di giocarsi così presto nella tracklist la carta mid-tempo con un brano di stampo quasi hard rock e allo stesso tempo molto sognante. Esso è stato uno di quei pezzi che all’inizio mi ha un pochino fatto storcere il naso ma che ho iniziato ad apprezzare veramente molto con gli ascolti grazie soprattutto alle melodie vocali tessute dalla Slayes sia nella strofa ma soprattutto nel ritornello che colpisce alla grande. Non c’è nulla da fare Brittney ancora una volta è la vera stella del disco, d’altronde una vocalist con il suo talento non è proprio usuale e facile da trovare. Con “Legacy” si cambia decisamente marcia anche se anche questa volta il pezzo si apre con dei sussurri della Slayes prima che un devastante blast-beat condito da un assolo con tanto di sweeping assalti e meravigli l’ascoltatore. Il resto del pezzo mantiene un approccio per un certo verso melodico con un buon lavoro di armonizzazione sulla voce della cantante e una melodia sempre vincente. Probabilmente non il mio brano preferito del disco ma comunque un pezzo più che discreto.  “Return To Me” è al contrario uno dei brani che ho amato fin da subito del platter e che trovo tra i migliori del lotto. È un pezzo dal piglio più aggressivo sia nelle parti vocali sia per la presenza del growl, ma soprattutto è un pezzo che ti assale con tutta la sua furia e non ti lascia dall’inizio alla fine. Il chorus poi per quanto mi riguarda risulta essere quello più riuscito del disco; davvero magico e avvolgente. Siamo davvero per quanto mi riguarda nella sezione più entusiasmante del platter che prosegue con la meravigliosa “Soulbound” di cui abbiamo già parlato prima di addentrarsi nella velocissima (ma dai?)“Faster Than Light”; anche qui le atmosfere spaziali ricordano in parte il secondo disco della band “Demons Of The Astrowaste”, per un altro pezzo che assale l’ascoltatore e non lo molla mai risultando essere il brano forse più puramente power metal dell’album dotato ancora una volta di un ritornello trascinante, sognante e meraviglioso (evidentemente questa band ha proprio nelle sue corde quella di riuscire a scrivere ritornelli vincenti).Esso è un pezzo in cui le cui atmosfere ricordano un pochino i Gloryhammer ma con un piglio leggermente più “cazzuto” e aggressivo, oltre ad essere un brano ricolmo di tecnicismi chitarristici davvero notevoli. Sì perché anche i pezzi più diretti degli Unleash The Archers non sono mai lineari e prevedibili ma contengono sempre tanti virtuosismi e cambi ti tempo all’interno che rendono l’ascolto sempre interessante ed è per questo che non mi sento di catalogare la band come un classico power metal, perché essa riesce spesso e volentieri a rompere decisamente i confini del genere creando una proposta comunque originale. Arriviamo alla suite del disco con gli otto minuti e mezzo di “The Wind That Shaped The Land”, pezzo da cui per essere onesti, nonostante la sua indubbia qualità mi aspettavo qualcosina di più specialmente avendo in mente la bellezza straordinaria di “Awakening” (mini-suite che apriva il precedente disco) che io reputo una delle gemme più splendenti della discografia della band. Si parte con un arpeggio e la delicata melodia vocale di Brittney che dona un certo senso di malinconia a questo inizio di brano prima che, come prevedibile, il brano si scateni in un’ennesima sfuriata metallica. Davvero belli gli inserti di growl, questa volta realmente crudi e viscerali sorretti da dei riff di chitarra di grande impatto. Inutile dire che adoro questi dualismi vocali tra la voce cristallina di Brittney Slayes e il growl, sono due estremi che si sposano in maniera meravigliosa insieme e difatti nonostante ami tantissimo la voce della Slayes ammetto che avrei voluto ascoltare in questo disco più parti in growl di quelle che sono presenti. Il pezzo si snoda in una parte più cadenzata e improntata sul groove dei riff che sulla velocità contenente alcuni assoli dallo stampo squisitamente melodico. Molto emozionante il break che ci conduce ad una parte in cui compaiono nuovamente le atmosfere synth su cui ancora una volta Brittney tesse le sue melodie vocali sempre vincenti prima di una nuova sezione di assoli, stavolta molto più veloci e intricati. Bel pezzo non c’è che dire, ma forse mi sarei aspettato che questo sarebbe stato il capolavoro dell’album ma trovo che altri brani lo superino in qualità. Siamo giunti a “Carry The Falme” che rappresenta quel pezzo che se proprio volessimo trovare il pelo nell’uovo o il pezzo più skippabile dell’album beh…. Probabilmente risulterebbe essere proprio questo! Eppure siamo davanti ad un pezzo più che discreto che suscita interesse soprattutto per la presenza di una voce maschile, stavolta dall’impronta melodica e pulita che duetta con Brittney. Con questo brano si tira il fiato dato che esso presenta un andamento più “radiofriendly” e più di stampo hard rock che metal; sicuramente nell’economia del disco ha il suo perché. Il disco si chiude con “Afterlife” che è il pezzo che include più novità sonore in assoluto dei pezzi ascoltati fin qui; innanzitutto le orchestrazioni di Francesco Ferrini dei Fleshgod Apocalypse e la sua presenza non mi stupisce di certo dato l’amore e la stima che la band canadese nutre per i Fleshgod, una realtà italiana di cui tutti noi dovremmo andare fieri! Si parte con delle massicce orchestrazioni e un inserto di flauto prima che il solito assalto power metal spezzi questa aura di tranquillità. Ancora growl e chitarre incalzanti per un bel pezzo anthemico che chiude degnamente il platter nuovamente con le orchestrazione a cura del buon Ferrini.
Che dire quindi se non che gli Unleash The Archers hanno confezionato il disco che mi sarei aspettato… ossia un album ancora una volta di gran spessore! Spero che la band con questa uscita possa entrare ancor di più nei favori dei metalheads nostrani e non, per uno dei gruppi che io reputo tra i più interessanti e meritevoli fra quelli esplosi negli ultimissimi anni (anche se è doveroso puntualizzare che il quartetto canadese è attivo da più di dieci anni e la loro popolarità è andata in crescendo sin dagli esordi anche se lentamente). Insomma dopo il magnifico “Apex” che è stato il mio disco preferito del 2017 mi aspettavo un ritorno in grande stile e la band ci è riuscita regalandoci un album dal classico sound “Unleash The Archers” aggiungendo qualche novità sonora interessante qui e li. Solo il tempo dirà se questa uscita potrà sorpassare “Apex” nel mio gradimento personale per ora mi sento solo di consigliare caldamente questo disco a tutti gli amanti del power metal e naturalmente a tutti i fan della band che sono sicuro che lo ameranno. Complimenti vivissimi ancora una volta a questo fantastico e talentuosissimo gruppo.

VOTO: 8/10

Tracklist:

  1. Waking Dream
  2. Abyss
  3. Through Stars
  4. Legacy
  5. Return To Me
  6. Soulbound
  7. Faster Than Light
  8. The Wind That Shaped The Land
  9. Carry The Flame
  10. Afterlife

Unleash The Archers lineup:

  • Brittney Slayes – Clean Vocals
  • Grant Truesdell – Guitars, Growl
  • Andrew Kingsley – Guitars, growl, synth
  • Scott Buchanan – Drums