SOEN – L’imperioso ritorno dei monarchi del Prog


SOEN – “Imperial”
• (2021 – Silver Lining Music) •

Inutile negare l’evidenza: i Soen sono senza ombra di dubbio un astro nascente della scena progressive moderna e con il loro album del 2019 “Lotus”, la band dell’ex-batterista degli Opeth Martin Lopez ha concepito un lavoro che ha catalizzato l’attenzione di stampa e pubblico ricevendo le giusto lodi da parte di entrambi. Se devo essere sincero sono abbastanza nuovo a questa band e ai tempi del già citato “Lotus” ho ascoltato con interesse il lavoro senza che questo però mi conquistasse completamente. Avevo in ogni caso intuito il potenziale di questo progetto tanto che non appena c’è stata la possibilità di ascoltare e recensire il nuovo “Imperial” non mi sono tirato indietro. La prima cosa che salta subito all’occhio non appena si inizia ad ascoltare il disco è l’eccellenza raggiunta dal punto di vista del suono. Il disco prodotto da Inaki Marconi  e dalla band è stato mixato e masterizzato da Kane Churko, non esattamente l’ultimo arrivato date le sue collaborazioni con artisti del calibro di Ozzy Osbourne e il risultato finale si sente. L’album offre una produzione di gran livello e un mixaggio ancora migliore, dove tutti gli strumenti sono udibili in maniera distinta, ben equilibrati e offrono un sound caldo e corposo. L’album musicalmente non si distanzia troppo dal precedente “Lotus” e continua a richiamare in maniera piuttosto evidente band quali Tool e Opeth oltre che gli ultimi Katatonia che ritrovo specialmente nei passaggi più melodici che spesso sono arricchiti elegantemente da delle tastiere minimali e dei piccoli effetti elettronici che a mio avviso aggiungono un tocco di gran classe ai suddetti pezzi. È anche molto chiaro come già si è visto da un paio di album a questa parte che il sound dei Soen benché tragga ancora ispirazione dalle band sopra menzionate (Tool e Opeth in particolare) sta diventando via via sempre più personale ritagliandosi sempre più uno spazio proprio e relegando queste due band “madri” a delle semplici influenze che tuttavia si ritrovano in particolare nel drumming di Martin Lopez, sempre intricato, geniale e a tratti quasi tribale (un pochino sulla scia di Danny Carey, batterista dei Tool) e nelle chitarre, che offrono tanto di quel groove che abbiamo apprezzato negli Opeth del nuovo millennio. Andando senza mezzi termini “Imperial” è un disco che mi ha molto impressionato, sia dal punto di vista del songwriting che dell’impatto emotivo, perché questo disco trasuda emozioni dall’inizio alla fine e molto si deve alla splendida voce di Joel Ekelof, davvero un cantante che riesce a dare vita agli splendidi testi della band. La sua voce riesce a ricordarmi un pochino quella di Jonas Renkse dei Katatonia nelle parti più basse e globalmente si adatta a meraviglia al suono dei Soen che in parte mi riporta indietro a quel Metal/Rock alternativo degli anni 2000 portato avanti da band quali Tool e A Perfect Circle aggiungendo un’anima marcatamente progressive al tutto. Anche i testi come menzionato prima sono degni di nota; riflessivi, poetici e appassionanti, trattano della nostra società, del dovere che abbiamo noi tutti come esseri umani di cambiare le cose, porci domande, ma soprattutto di non piegarci a ciò che noi non riteniamo essere giusto. “Imperial” non è un disco che sfocia nell’immaginazione ma rimane con i piedi fissi a terra trattando tematiche legate alla politica, alla società, e a noi stessi come esseri umani. Un disco attuale insomma. Sono stato particolarmente colpito dai tre “antipasti” e singoli offerti all’ascoltatore prima dell’uscita ufficiale; “Monarch” per esempio che si apre con una sirena alquanto sinistra che mi ricorda un pochino quella di “Silent Hill” per gli amanti dell’horror, oppure rimanendo nel campo strettamente musicale, quella dell’apertura di “Pulse Of The Maggots” degli Slipknot. “Monarch” offre una convincente finestra sul mondo musicale dei Soen fatto di riff graffianti, progressioni, e quella dualità fatta di luci ed ombre, melodia ed aggressività, calma e tempesta… Se “Monarch” pur essendo un pezzo heavy era trascinato più che altro da una bellissima melodia vocale (con tanto di finale che sfuma sul sinfonico con quei violini che accompagnano la musica) “Antagonist” fa dei riff intricati e dei richiami più progressive il fulcro della sua essenza, ed è un altro grandissimo pezzo che mi riporta indietro a livello chitarristico ai vecchi Opeth (in particolare a quelli del periodo di “Watershed”) con in generale una grandissima prova da parte di tutti i musicisti in particolare da parte di Martin Lopez e dal suo drumming che in questo pezzo risulta essere veramente creativo e interessante. Il break con tanto di assolo dal sapore blues è un tocco inaspettato quanto bello e poi ci sono quelle tastiere… come detto prima vengono usate molto di rado ma quando vengono usate, anche se in maniera così minimale aggiungono quell’atmosfera e quella profondità al sound della band che colpisce appieno. Uno dei pezzi capolavoro del disco è però il brano più soffice del lotto ossia quella “Illusion” che mi ha commosso più di una volta nel corso del suo ascolto e che assimilata guardano il videoclip promozionale riesce a colpire ancora di più al cuore grazie a delle melodie struggenti e una capacità di trasmettere le proprie emozioni che sono veramente uniche, per brano che parla di empatia, di relazioni umane, dell’indifferenza nei confronti delle ingiustizie, del nostro ruolo come esseri umani in questa società (“Where do I heal when the rivers run dry? How do I sweeten the bitter? A word decides our fate and our silence condemns”). Per quanto riguarda gli altri pezzi, “Lumerian” che apre il disco è l’ennesimo pezzo assolutamente vincente.  Anche qui troviamo riff incalzanti e intricati allo stesso tempo con quell’approccio però sempre diretto e fruibile; sì perché nonostante questo sia un disco prog a tutti gli effetti, quella componente che strizza un pochino l’occhio al metal alternativo lo rende un album comunque approcciabile e molto godibile sin dal primo ascolto anche per chi non è particolarmente fan del genere Progressive. La già citata “Lumerian” ne è l’esempio lampante e risulta riuscitissima grazie agli ingredienti migliori che rendono i Soen una band così valida; i riff di chitarra, i pattern di batteria sempre interessanti e mai banali, la voce davvero emozionante del vocalist e quelle melodie che ti prendono e non ti lasciano mai. Gli stacchi atmosferici poi aggiungono un tocco veramente magnifico all’album e risultano sempre riusciti, proprio come quello che troviamo in “Lumerian”. Probabilmente i quattro pezzi citati sono quelli che il sottoscritto reputa i più validi ma ciò non vuol dire che i restanti siano da scartare… tutt’altro! Un esempio è “Deceiver” che pur non aggiungendo moltissimo di nuovo al sound della band risulta essere l’ennesimo pezzo davvero ben riuscito e trascinante con un testo che stavolta sembra toccare più il filo delle relazioni umane e di come è necessario avere il coraggio di rimuovere dalla nostra vita quelle persone che ci precludono dall’essere noi stessi e la cui influenza negativa non ci lascia tirare fuori il meglio di noi (“In the waters of sin I will drown my awareness of you, you have always been there covering the sun, aching my chest”).”Modesty” è un brano in cui troviamo qualche sprazzo di elettronica in più e che per certi versi mi riporta con la mente in alcuni dei suoi passaggi alle atmosfere di “Fear Of A Blank Planet” dei Porcupine Tree. Probabilmente “Modesty” non risulta essere tra i brani migliori del lotto ma si ascolta piacevolmente e prova a fornire un qualcosa di diverso in un disco la cui unica pecca, forse (volendo proprio trovare il pelo nell’uovo), è quello di essere un pochino ripetitivo nelle strutture e nel sound dei brani. “Dissident” torna ai riff “Opethiani” e ci regala l’ennesimo gran pezzo, dove il basso disegna un groove davvero trascinante e ipnotico e la band macina riff in grande stile senza mai dimenticarsi della parte melodica data soprattutto dalla voce. “Fortune” chiude l’album in maniera melodica e grandiosa, spingendo sulla melodia e sull’epicità. Esso è probabilmente il pezzo più a se stante del disco se non consideriamo “Illusion” e questo è per via della forte impronta sinfonica che ha il pezzo data dall’introduzione di alcuni violini. Il brano per quanto mi riguarda risulta essere il meno riuscito del disco e non mi ha particolarmente preso emotivamente nonostante sia un pezzo che punta tutto proprio su questa chiave, ma nonostante questo al suo interno contiene ancora una volta dei momenti più che pregevoli.
In conclusione “Imperial” risulta essere un ritorno trionfante per i Soen che senza ombra di dubbio hanno tirato fuori un disco degno del suo tanto amato predecessore e che anzi, nel mio caso mi ha saputo conquistare fin dal primo ascolto come nemmeno “Lotus” ci era riuscito. La sua produzione cristallina, il suo essere progressive riuscendo  mantenere comunque un approccio diretto e fruibile e la sua spiccata componente emotiva rendono “Imperial” un album magnifico che potrebbe già candidarsi, nonostante siamo solo all’inizio dell’anno, ad essere uno degli album chiave di questo 2021. Caldamente consigliato.

VOTO: 8/10

Tracklist:

  1. Lumerian
  2. Deceiver
  3. Monarch
  4. Illusion
  5. Antagonist
  6. Modesty
  7. Dissident
  8. Fortune

Soen lineup:

  • Joel Ekelof – Vocals
  • Cody Ford – Guitars
  • Stefan Stenberg – Bass
  • Martin Lopez – Drums
  • Lars Ahlund – Keyboards, Guitars