SLIPKNOT – We are the pulse of the maggots!


SLIPKNOT – “We Are Not Your Kind”
• (2019 – Roadrunner Records) •

È bello poter vivere questo agosto del 2019 con un nuovo album della band mascherata di Des Moines. Quando un gruppo ti ha accompagnato sin da quando eri adolescente aiutandoti a fare i tuoi primi passi nel mondo del metal, il legame che si crea con la loro musica è spesso speciale e difficile da descrivere a parole e l’uscita di un nuovo disco non può non essere vissuta con trepidazione, specialmente dopo quanto ha passato la band di Corey Taylor & Co negli ultimi anni con la morte del loro storico bassista e fondatore Paul Grey, la dipartita di Joey Jordison e il recente licenziamento del percussionista Chris Fehn oltre che tutte le vicende legate all’abuso di droghe e alcool che nel corso degli anni hanno più volte portato la band vicino allo sfascio. Eppure gli Slipknot sono ancora qui, diversi sì rispetto a quelli che ho amato e scoperto ai tempi di “Volume 3- The Subliminal Verses”, sia esteticamente ( perché le maschere cambiano ciclicamente ad ogni album volendo rappresentare anche l’evoluzione delle paure, dei demoni, delle fobie di ogni musicista), sia a livello sonoro, oltre che come abbiamo già accennato, a livello di formazione. Molto diverso è anche il periodo storico in cui viviamo: ricordo ancora nell’estate 2004 il singolo “Duality” trasmesso in ogni radio e in ogni televisione, tanto che chiunque, anche i meno affini al genere (almeno apparentemente), spesso li trovavi a canticchiare il suddetto brano o avevano il pezzo nel loro lettore mp3. Oggi sicuramente una tale distribuzione via radio non esiste più ma nonostante ciò la band dell’Iowa si ritrova vent’anni dopo il loro disco d’esordio ad essere uno delle band più grosse e importanti nel panorama metal mondiale.
Molto si è detto riguardo a questo sesto capitolo: La band ha spesso accostato il nuovo “We Are Not Your Kind” a “IOWA” il loro secondo album targato 2001, facendo venire l’acquolina in bocca ai fans pronti ad essere nuovamente travolti da quella bordata sonora che fu il secondo album degli Slipknot dove mai il metal estremo si è avvicinato così tanto alla massa e alle classifiche (che questa cosa piaccia o meno ai puristi). In realtà per quanto mi riguarda il nuovo album è la naturale prosecuzione a livello sonore del penultimo “The Grey Chapter” e sinceramente di richiami ad “IOWA” ne trovo ben pochi eccetto per la cupezza e il senso di oppressione che contraddistingue la totalità del disco in questione. A livello di produzione, di impatto sonoro (pesantezza), di sound e persino di approccio vocale (perché se è vero che Corey Taylor rimane un gran cantante e molto versatile ha sicuramente perso parte della potenza vocale e la ferocia che lo contraddistinguevano dei primi album della band), i due dischi per il sottoscritto rimangono molto distanti. Ritrovo invece tante soluzioni ritmiche, chitarristiche e vocali presenti nel discreto “Grey Chapter” ma con una voglia di sperimentare che è molto maggiore. E questa cosa sento di poterla scandire a chiare lettere; questo è sicuramente il disco più sperimentale in casa Slipknot dai tempi del primo album. Ci sono tante parti elettroniche, tanti campionamenti, scratch, soluzioni sonore inusuali, spesso per creare un senso di disagio e inquietudine nell’ascoltatore mentre alcuni brani sono veri e proprio esperimenti se consideriamo il classico sound della band; pensate a “Spiders”(quelle tastiere!?) e “My Pain” probabilmente i due pezzi più eclettici dell’intero disco. Sperimentali ma in modo totalmente diverso l’uno dall’altro. Ascoltare per credere. Pensate ai cori di “Unsainted” o a i tre preludi/intermezzi distribuiti nel disco. Di certo questo è anche un platter estremamente vario dove non manca la pesantezza e il groove delle chitarre; basti pensare a ”Red Flag” , “Critical Darling”, “Nero Forte”, “Orphan” e Solway Firth” pur sentendomi in dovere sottolineare che l’assenza del doppio percussionista si sente a livello di impatto e comunque, manca in scaletta quel brano travolgente alla “People= Shit”, “Disasterpiece” o “Eyeless” che è destinato a diventare un classico della band americana. Dall’altra parte ci sono pezzi più lenti , sofferti e pieni di inquietudine come la già citata “My Pain” e la bella “A Liar’s Funeral” che si apre con un arpeggio di chitarra alla “Circle” (uno dei due brani acustici di “Volume 3- The Subliminal Verses”) donando quello stesso alone di malinconia del pezzo precedentemente citato che poi esplode nella rabbia della voce di Taylor nel mezzo del brano: ”burn! burn! burn, the liar!” ruggisce Corey. Sembra questo, un testo dedicato alle persone che in passato sono si sono finte amiche del vocalist ma che poi nel momento del bisogno lo hanno abbandonato… il pezzo si chiude con un assolo straziante veramente d’impatto prima che la chitarra acustica sfumi nel silenzio. Insomma gli Slipknot hanno scritto un album che è un esperienza che mai come questa volta va ascoltato dall’inizio alla fine facendo attenzione anche ai testi che vedono Taylor ulteriormente maturato anche da quel punto di vista offrendoci degli scorci veramente introspettivi e toccanti nella sua anima … probabilmente la pecca di questo disco pur essendo un album che scorre piacevolmente e senza troppi cali è quello di non trovare pezzi che lasciano veramente il segno, o meglio che diventeranno futuri classici della band per quanto le composizioni in media sono buone con alcuni sprazzi molto interessanti. Purtroppo temo che la morte di Paul Grey abbia influito non poco nella qualità del songwriting della band di Des Moines (d’altronde era lui uno dei compositori principali del gruppo) che con mestiere ed esperienza riesce ancora a scrivere dei buoni dischi come quest’ultimo anche se manca quel colpo di genio, quell’ispirazione che ha reso indimenticabili brani come “Surfacing”, “Spit It Out”, “Purity” “Sic”, “Disasterpiece”, “Vermillion”, “Duality” ecc… Ed è per questo che la mia recensione non potrà essere totalmente positiva anche se non ho dubbi che un brano come “Solway Firth” (il migliore del platter per chi scrive) farà sfracelli live. Detto questo sono certo che una grossa fetta dei “maggots” adoreranno l’album. Vedremo se il tempo mi darà torto e anche questo disco diventerà un classico. Per ora mi accontento di godermi un buon ritorno dei nove (o meglio otto) pazzi mascherati di Des Moines!

VOTO: 7/10

 Tracklist:

  1. Insert Coin
  2. Unsainted
  3. Birth Of The Cruel
  4. Death Because Of Death
  5. Nero Forte
  6. Critical Darling
  7. A Liar’s Funeral
  8. Red Flag
  9. What’s Next
  10. Spiders
  11. Orphan
  12. My Pain
  13. Not Long For This World
  14. Solway Firth

Slipknot lineup:

  • Corey Taylor – Vocals
  • Jim Root – Guitar
  • Mick Thomson – Guitar
  • Craig Jones – Sampling, Keyboards
  • Alessandro Venturella – Bass
  • Shawn Crahan – Percussions, Backing Vocals
  • Jay Weinberg – Drums
  • Sid Wilson – DJ