PAIN OF SALVATION – La metamorfosi della Pantera


PAIN OF SALVATION
– “Panther”
• (2020 – InsideOut Music) •

“How does it feel to be you? She once asked me. I said, I feel like a panther trapped in a world of dogs”. L’essenza del concept di questo nuovo lavoro degli svedesi Pain Of Salvation è racchiuso in questo quote tratto dalla title-track del disco; “viviamo in un tempo in cui siamo molto più a conoscenza di tutte quelle persone che non rientrano nella “normalità” delle innumerevoli sfaccettature della vita di noi esseri umani e sembra che la società stia facendo sempre più uno sforzo per integrarli ma allo stesso tempo queste persone sembrano essere più rinnegate e isolate di prima”. Parole di Daniel Gildenlow, mastermind dei Pain Of Salvation che ha sempre spiccato nel corso della sua più che ventennale carriera come leader della progressive metal band svedese per i suoi testi impegnativi, talvolta introspettivi, ma comunque sempre riflessivi e intelligenti. Come non dimenticare l’ambizioso concept album “BE” sull’origine e il comportamento umano, le frecciatine verso la società e il mondo globalizzato racchiuse in “Scarsick”, il disgusto rivolto al cinismo dell’industria bellica di “One Hour By The Concrete Lake”, e il viaggio nelle emozioni umane di “The Perfect Element pt.1” e “Remedy Lane”. I Pain Of Salvation hanno senza dubbio rappresentato una delle realtà più geniali in assoluto della intera scena progressive metal degli ultimi venticinque anni sfornando capolavori amati e osannati da critica e pubblico a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio come “Entropia” e i già citati “The Perfect Element pt. I” e “Remedy Lane”. La band di Gildenlow ha sempre avuto il merito di avere un sound estremamente distintivo e originale che li ha sempre fatti spiccare rispetto a molti dei loro illustri colleghi all’interno della scena prog. Negli ultimi dieci anni e passa la band ha intrapreso un percorso contraddittorio che non ha soddisfatto tutti i loro assidui ascoltatori con la svolta Rock/Blues dei due “Road Salt” salvo poi ritrovare in buona parte il proprio sound con il penultimo disco del 2016 “In The Passing Day Of Light”. Nel frattempo per la gioia dei vecchi fan il chitarrista Johan Hallgren è tornato nella band e con il suo apporto la metamorfosi del sound del gruppo si è collimata in questo nuovo lavoro, ancora una volta originale ma differente dagli altri e ancora una volta con uno stile unico ma riconducibile al moniker Pain Of Salvation grazie soprattutto alla bellissima ed emozionante voce di Daniel Gildelow, cantante capace di trasmettere le sue emozioni più profonde all’ascoltatore come pochi. La svolta in questo caso è in linea con un sound estremamente moderno ed elettronico, quasi industrial in certi frangenti oserei dire; quest’ultimo infatti è un elemento che collega praticamente tutti i brani del disco che però ha una varietà di fondo notevole e trovo che mai come in questo caso la parola “progressive” possa essere vista come una filosofia di pensiero piuttosto che un’etichetta da bollare su un prodotto. Insomma la propensione ad osare e sperimentare all’interno dell’affresco musicale dipinto dalla band con il risultato dell’aver creato un disco affascinante ma non di facilissima fruizione come d’altronde la quasi totalità degli album dei Pain Of Salvation che non sono mai stati una band facile e da primo ascolto, tutt’altro. “Panther” è un disco che vi conquisterà con gli ascolti perché la maggior parte delle tracce eccetto forse la molto orecchiabile title-track necessita di un approfondimento per una piena comprensione musicale e tematica. Partiamo proprio dalla title-track che inserita verso la fine del disco ha il compito di rappresentare quel momento goliardico e immediatamente accessibile prima della cavalcata emotiva finale; beat elettronici, suoni campionati e la voce semi-rappata di Gildenlow in stile “Spitfall” (da “Scarsick”) che intrattiene e convince nonostante questo sia stato un pezzo che ha diviso notevolmente il pubblico quando è uscito. Non manca il momento delicato e intimista nella delicata melodia del ritornello che scandisce quelle parole con cui ho voluto aprire la recensione rendendo questo brano secondo il mio punto di vista riuscito e perfetto nell’ottica dell’economia del disco. Altro singolo e altro buon pezzo è “Restless Boy” che ha un anima più cupa con la sua intro elettronica il beat di sottofondo e la voce filtrata di Gildenlow (escamotage usato più di una volta quest’ultimo all’interno dell’album). È un brano che procede in maniera pacata fino ad esplodere in un riff con scandite sopra di esso le parole cantate in maniera ossessiva, quasi compulsiva; un brano che mostra diverse sfaccettature al suo intero nonostante la sua breve durata di appena tre minuti. “Accelerator” dei tre singoli estratti dall’album è quello che pesta di più sull’acceleratore (ma va?) e anch’esso si immerge pienamente nel territorio elettronico. Personalmente però dei tre è quello che mi convince di meno. “Unfuture” ha un intro che non può ricordare alcune atmosfere di “BE” ( quelle di “Nauticus” per esempio), con il suo basso ipnotico prima che le chitarre e l’elettronica prenda il sopravvento. Eppure nemmeno questo è un pezzo “in your face” ma piuttosto molto enigmatico, a tratti ipnotico che si snoda in maniera piuttosto imprevedibile nel corso della sua durata. Possiede al suo interno alcuni riff pesanti ma l’essenza del brano giace in altri elementi come un pochino tutti i brani di questo disco. D’altronde se cercate una band con cui fare headbanging forsennato con i Pain Of Salvation siete decisamente fuoristrada. Interessante comunque la parte vocale recitata verso la fine del brano da parte di Daniel. “Wait” si apre con una delicata melodia di pianoforte dove si poggiano le linee vocali di Daniel, melodiche e pregne di malinconie fino a quando non compare un bellissimo arpeggio di chitarra acustica ad arricchire il tutto. “Wait” è un brano estremamente emozionale e forse uno di quelli che rimandano di più ai vecchi Pain Of Salvation all’interno di questo platter (soprattutto a quelli dei due “Road Salt”), nonostante qualche piccolo inserto di musica elettronica introdotto anche qui nel finale anche se in questo caso l’apporto è piuttosto minimo. Forse la scarsa presenza delle tastiera suonate in maniera più classica e il pianoforte sono l’elemento che mi manca di più della musica dei Pain Of Salvation di “Panther” ma d’altronde ci sta la decisione di virare il sound verso una direzione diversa rispetto al passato. In ogni caso fa piacere ogni tanto ritrovare qualche richiamo ad esso. “Keen To A Fault” è un brano più ritmato su cui anche qui si poggia un arpeggio che viene arricchito da un riff sorretto dalle tastiere. Anche questo brano ha un che di enigmatico e cupo che mantiene comunque qualche elemento leggermente più aggressivo. “Fur” è un intermezzo molto corto da circa un minuto suonato su quello che sembra un mandolino(?). In ogni caso un episodio piuttosto dimenticabile o che almeno poteva essere sviluppato in maniera migliore. Siamo quasi giunti alla fine non prima che “Species” ci riporti nuovamente indietro alle atmosfere quasi tribali di “BE”, per l’ennesimo pezzo dall’andamento soffuso, accompagnato nella prima parte dalla voce sussurrata di Daniel. Anche le tematiche del brano con i suoi riferimenti alla natura e alla specie umana (sempre con una connotazione piuttosto negativo per quest’ultima ; “sometimes I hate my fucking species”) mi ricorda il tanto amato concept album del 2004 “BE” a cui abbiamo già accennato. I circa tredici minuti di “Icon” chiudono il disco in maniera migliore possibile con quello che risulta essere per quanto mi riguarda il brano più bello di questo disco. “Icon” si apre con una bellissima melodia di pianoforte e risulta essere un brano incredibilmente emozionante che riporta l’ascoltatore ad un mix di sensazioni e sonorità che richiamano album quali “Road Salt” ma anche “The Perfect Element pt.1”. Questo è l’unico brano del lotto in cui ho veramente sentito un forte richiamo alle sensazione che mi avevano fatto provare i vecchi Pain Of Salvation degli anni d’oro. Anche qui si gioca con l’elettronica anche se in maniera minimale per aggiungere un tocco moderno ad alcune sezioni della canzone che in realtà procede senza grandi cambi di tempo ma viene trascinata dalla malinconica voce di Daniel che tesse in questo brano le migliori linee vocali dell’album, veramente coinvolgenti; la voce di Daniel e il pianoforte, quel pianoforte di cui lamentavo la mancanza precedentemente nella recensione qui è forse lo strumento più in evidenza che trascina la melodia del brano in maniera soffusa e delicata.
Insomma dai Pain Of Salvation non è mai possibile aspettarsi un disco banale, troppa la classe di questa band per far uscire un prodotto senza personalità che si mischia con le tante uscite mensili. Il five-piece svedese ha composto un disco diverso dal solito come è solito fare, un disco per nulla di facile assimilazione che richiederà numerosi ascolti per essere compreso. La svolta elettronica potrà non piacere tutti ma risulta alla fin fine vincente. Poi parliamoci chiaro, i capolavori targati POS sono i dischi che vi ho già citato in precedenza e questo “Panther” non può di certo permettersi di raggiugere quei livelli complice una qualità del songwriting non sempre di alto livello ma è senza dubbio un disco interessante sia dal punto di vista tematico che da quello sonoro e che sa distinguersi dalla massa e questo già non è cosa scontata… In ogni caso se per qualche strano caso siete fan del progressive metal e non conoscete i Pain Of Salvation (anche se sinceramente stento a crederci) questa è l’occasione giusta per scoprire il loro catalogo incluso questo ultimo valido disco “Panther”.

VOTO: 7/10

Tracklist:

  1. Accelerator
  2. Unfuture
  3. Restless Boy
  4. Wait
  5. Keen To Fault
  6. Fur
  7. Panther
  8. Species
  9. Icon

Pain Of Salvation line-up:

  • Daniel Gildenlow – Lead Vocals & other instruments
  • Johan Hallgren – Guitar &Vocals
  • Gustaf Hielm – Bass & Vocals
  • Daniel Karlsson – Keyboards, Guitars & Vocals
  • Léo Margarit – Drums & Vocals