Opeth: progressione costante

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OPETH – “Sorceress”
• (2016 – Nuclear Blast) • 

 

Che piaccia o meno gli Opeth nel corso degli anni hanno impostato un nuovo modo di intendere un certo tipo di musica. Da “Orchid” fino a questo “Sorceress”, hanno sempre cercato di evolvere il proprio sound alzando di volta in volta l’asticella dei propri limiti in una progressione costante, sviluppando un sound, che a prescindere da ogni tipo di considerazione è riconoscibile e personale.
Gli ultimi vagiti degli Opeth death metal si sono spenti da anni, mentre continua la navigazione nei mari del progressive rock di derivazione settantiana e delle scorribande eteree e lisergiche.
Ma parliamo di questo lavoro, il dodicesimo in studio, della band svedese. “Sorceress” come abbiamo accennato è sostanzialmente un disco progressive rock, condito da episodi acustici di livello, come la bellissima opening track “Persephone”, o la ballata “Will O The Wisp”, dove si entra in pieno territorio Jethro Tull ed è proprio in questi frangenti, che a mio giudizio attualmente gli Opeth riescono a dare il meglio di se a livello compositivo. Risultano invece per assurdo meno convincenti, almeno su questo lavoro, in alcune tracce dove aumentano le distorsioni e le digressioni progressive rock, vedi la title track.
Spruzzate metalliche si possono ancora rinvenire in “Chrysalis”, episodio più dinamico e particolarmente riuscito, supportato da una ritmica intricata e da una melodia dagli echi lisergici, che sfocia in un finale dilatato e ipnotico.
Altro buon brano si rivela essere “Sorceress 2”, caratterizzato da quei momenti intimisti e acustici cui accennavo prima, qui sembra proprio che il gruppo viva in piena era flower power.
I ritmi arabegianti e tribali della successiva “The Seven Sojourn” ci immergono in una atmosfera cinematografica in stile Lawrence d’Arabia, regalandoci un brano gradevole con delle belle sezioni d’archi. “Strange Brew” è un invece un pezzo abbastanza folle e complesso, che spazia da un’introduzione di ampio respiro e fluttuante, a soluzioni progressive metal, per tornare ovviamente nel mondo seventies che da anni ha intrappolato gli Opeth, il tutto condito da eccellenti interventi solisti alla sei corde. Segue “A Fleeting Glance”, dove troviamo un curioso organetto in stile “Strawberry Fields”, che si alterna a episodi acustici menestrelleschi e a partiture elettrici suonate all’unisono su tempi dispari.
Dopo un’intro di piano d’effetto si ritorna al progressive metal con “Era”, brano a mio giudizio non particolarmente efficace nella sua sezione centrale, ma che guadagna qualcosa in più nel finale, anche grazie a un solo di ottima fattura.
Il disco si conclude con il delicato pianoforte di “Persephone (slight return)”.
Che dire? Ci troviamo di fronte a un disco ostico, di non facile fruizione per il grande pubblico, che probabilmente continuerà a scontentare i primi fan degli Opeth e che, benchè dotato di alcuni buoni momenti, raramente raggiunge picchi d’eccellenza.

VOTO: 6/10

Tracklist: 

  1. Persephone
  2. Sorceress
  3. The Wild Flowers
  4. Will O The Wisp
  5. Chrysalis
  6. Sorceress 2
  7. The Seventh Sojourn
  8. Strange Brew
  9. A Fleeting Glance
  10. Era
  11. Persephone (Slight Return)

OPETH lineup:

  • Mikael Akerfeld – Vocals, Guitars
  • Fredrik Akesson – Guitars
  • Martin Mendez – Bass
  • Joakim Svalberg – Keys
  • Martin Axenrot – Drums

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