OPETH – Colpo di coda… avvelenato!


OPETH – “In Cauda Venenum”
• (2019 – Nuclear Blast) •

Ad ogni uscita di un nuovo album degli Opeth c’è sempre una piccola parte di me che ancora spera di trovarsi nuovamente difronte ad un ritorno alle origini del sound della band, ossia quel Progressive/Death Metal che ha scritto pagine monumentali del nostro genere preferito con album amati e venerati dal sottoscritto e da una schiera infinita di fan come i vari “Still Life”, Blackwater Park”, “My Arms, Your Hearse” ecc… eppure è ormai chiaro che quei tempi non torneranno più e alla fine è anche giusto capire quando una direzione musicale è arrivata alla sua naturale conclusione e non ha più senso proseguire. In fondo è ben noto che il vero amore del mastermind Mikael Akerfeldt è quasi sempre stato il progressive Rock di cui è un avidissimo collezionista di Vinili. E alla fin fine questo cambio di direzione non è dispiaciuto così tanto nemmeno al sottoscritto dato il mio apprezzamento per il Prog Rock anni settanta da cui questa nuova incarnazione degli Opeth ottiene la sua linfa vitale. Eppure album come “Heritage”, “Pale Communion” e “Sorceress” mi hanno convinto solo in parte trovandoli nella maggior parte dei casi discontinui. Certo è veramente difficile anche solo avvicinarsi qualitativamente agli album della loro prima parte di carriera, ma per quanto mi riguarda dopo il meraviglioso “Watershed” il calo è stato drastico. Se “Heritage” era un disco altamente sperimentale e spesso sconclusionato, “Pale Communion” più classicamente Progressive Rock e “Sorceress“ più heavy e con un sound più guitar-oriented, questo nuovo “In Cauda Venenum” (“il veleno giace nella coda” in latino) è un disco dove la sua cupezza e le sue emozioni vengono trasmesse attraverso l’atmosfera. Questa secondo me è la parola chiave per riassumere l’album che mai come in questo caso si presenta così ricco e con così tanta carne al fuoco sia a livello di strumenti che di strati musicali oltre che di cambi di tempo e soluzioni sonore. Uno dei dischi, se non Il disco più complesso mai tirato fuori dagli Opeth la cui particolarità aggiunta è quella di essere stato rilasciato in due lingue: Inglese e Svedese. Da notare che la versione in Svedese come ha più volte spiegato il buon Mikael è quella “originale” e che la casa discografica ha insistito nel proporre l’album anche in una lingua più fruibile ai più come l’inglese. Per quanto mi riguarda mi piace riuscire a capire i testi di ciò che sto ascoltando ed è per questo che ho preferito la versione cantata in lingua anglosassone ma non nego il fascino dello Svedese che come detto prima offre un ulteriore particolarità ad un album già particolare di suo creando un’esperienza uditiva unica. Anche in questo disco la chitarra non ha un ruolo centrale ed è sicuramente meno in primo piano rispetto a “Sorceress” che voleva riportare quella componente Heavy- Rock nel sound degli Opeth che in questo disco si ritrova in pochi pezzi tra cui il primo singolo “Heart In Hand”; in un disco di tale complessità il ritornello di questo pezzo sarà sicuramente la cosa che vi rimarrà in testa dopo il primo ascolto del disco così come i suoi riff dal sapore vagamente Sabbathiano. Anche la opener “Dignity” non scherza da questo punto di vista anche se offre tanto di più al suo ascolto come i curiosi vocalizzi iniziali di Mike, le parti parlate in Svedese, un assolo di chitarra dal sapore decisamente classico, break acustici con tanto di voce sussurrata di Mike e quelle tastiere che domineranno buona parte dell’album. Da menzionare “Lovelorn Crime” una ballad tanto sentita da riportarmi indietro ai tempi di “Burden” con uno degli assoli di chitarra più emozionanti che la band abbia mai inciso per un brano che colpisce al cuore. “Charlatan” ha invece un sapore più heavy e pieno di groove e un’atmosfera a tratti più cupa sulla linea di alcune cose sentite su “Sorceress”. Le tastiere giocano un ruolo fondamentale essendo stavolta a tratti più virtuose e in altre tessono atmosfere più “dark”. Il brano finisce con delle voci di bambini sussurrate in Svedese e dei canti gregoriani. “Universal Truth” è un altro brano che mi ha entusiasmato con un Mike che si cimenta in una sorta di quasi cantilena iniziale con un’atmosfera fiabesca che lo sorregge. Il brano si fa improvvisamente più heavy per poi stopparsi quasi completamente nel mezzo e ripartire in una direzione completamente opposta. L’approccio vocale mi Mike qui a tratti mi ricorda tanto i Genesis di “A Trick Of The Tail”, ma in generale il disco pur essendo estremamente personale e originale rimane tanto debitore a band che sono state pilastri del genere quali Genesis, King Crimson, Jethro Tull e anche quei Black Sabbath che molto si sentono nel riffing delle chitarre. Tuttavia mi sento di dire che mai come questa volta gli Opeth nel loro periodo Progressive Rock hanno creato un album così personale in tutti gli aspetti, e mai come questa volta sono riusciti a scrivere un disco così intrigante e ispirato dall’inizio alla fine, senza periodi di stanca, con continue nuove soluzioni sonore e senza che esse sembrino forzate. Insomma ci sono voluti parecchi ascolti per metabolizzalo ma alla fine non ho dubbi sul fatto che questo sia il miglior disco dell’ultimo periodo in casa Akerfeldt e chissà, magari in futuro potrà anche diventare un classico per la nuova era degli Opeth. Io spero che il vero classico lo debbano ancora scrivere e che la band possa migliorare ancora di album in album riuscendo anche in questa sua veste Prog Rock a raggiungere le vette di eccellenza ottenute nel loro periodo Death Metal tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio. Se questo è l’obbiettivo la via è ancora lunga, ma di certo con questo “In Cauda Venenum” hanno intrapreso la giusta strada.

VOTO: 7,5/10

Tracklist

  1. Garden Of Earthly Delights
  2. Dignity
  3. Heart In Hand
  4. Next Of Kin
  5. Lovelorn Crime
  6. Charlatan
  7. Universal Truth
  8. The Garroter
  9. Continuum
  10. All Things Will Pass

OPETH lineup:

  • Mikael Akerfeldt – Vocals, Guitar
  • Fredrik Akesson – Guitar
  • Martin Mendez – Bass
  • Martin Axenrot – Drums
  • Joacin Svalberg – Keyboards