LIQUID TENSION EXPERIMENT – Un lungo e atteso ritorno


LIQUID TENSION EXPERIMENT
– “Liquid Tension Experiment 3”
• (2021 – InsideOut Records) •

Ogni tanto si possono visualizzare dei piccoli lati positivi rispetto al momento molto difficile che la musica sta vivendo di questi tempi; dei piccoli rivestimenti d’argento in un oceano di nuvole nere (pollice in su per chi avrà colto la mia citazione) rappresentate dalla totale assenza di musica dal vivo dalle inevitabili incertezze per il futuro del settore, unite però allo stesso momento dalla possibilità (con tutto questo tempo a disposizione) per i musicisti di poter provare qualcosa di nuovo, iniziare quel progetto musicale che da sempre si erano promessi di intraprendere, oppure rispolverare un vecchio amore da troppi anni sepolto in un cassetto. Il progetto Liquid Tension Experiment è infetti rimasto in standby dal punto di vista compositivo per ventidue anni prima che giungesse a questo terzo capitolo. Il motivo di questa assenza di nuova musica da parte di questo celebre super gruppo americano sta nel fatto che gli infiniti impegni dei quattro componenti nelle le loro band madri (che siano King Crimson, Dream Theater, Transatlantic, Neal Morse Band o The Winery Dogs poco importa) non premettevano ai quattro di ritrovarsi per scrivere nuova musica. Con la pandemia tutto questo è cambiato e i nostri hanno deciso di sfruttare questo tempo al meglio, mettendo finalmente fine a questa attesa e regalandoci una reunion musicale estremamente attesa, oltre che una ritrovata alchimia tra Jordan Rudess e Mike Portnoy che non componevano qualcosa insieme dai tempi dei Dream Theater (da notare che Petrucci e Portnoy questa alchimia l’avevano già ritrovata grazie al disco solista dello stesso John del 2020). Ma andiamo con ordine ; I Liquid Tension Experiment per i pochi che non lo sapessero sono una sorta di “supergruppo” che ha rilasciato due album di progressive metal strumentale alla fine degli anni novanta di grande successo sia dal punto di vista della critica che a livello commerciale in un periodo in cui Jordan Rudess non era ancora entrato in pianta stabile nei Dream Theater (per essere precisi questo è vero per quanto riguarda il primo disco dei LTE, nel secondo datato 1999 Rudess era entrato nel gruppo da poco). Quindi il nocciolo di questa band si può considerare i tre quinti della line-up classica dei Dream Theater (quindi John Petrucci, Jordan Rudess e Mike Portnoy) oltre che il leggendario Tony Levin al basso (musicista straordinario e famoso soprattutto per la sua lunga militanza nel King Crimson oltre che negli album solisti di Peter Gabriel). Oltre questo ascoltando il disco e analizzandolo dal lato prettamente compositivo va notato come questo album tracci in tutto e per tutto una linea di continuità con i primi due lavori ; sto parlando dell’artwork (molto in linea con lo stile del primo album), i suoni e appunto il lato compositivo che ha riportato questi quattro grandi musicisti a “jammare” insieme nella stessa stanza dopo tanti anni e da queste improvvisazioni sono nate le composizioni dell’album, oltre che, in pieno stile LTE, alcune di queste stesse improvvisazioni sono finite così come sono nel disco come accadde nei precedenti due lavori (mi viene in mente la lunghissima “Three Minute Warning” del primo lavoro della band che a scapito del titolo durava la bellezza di trenta minuti ed era un pezzo improvvisato in studio). E così in questo platter abbiamo quattro composizioni originali del gruppo (tre dei quali sono usciti come singoli per anticipare l’album) che sono “Hypersonic”, “Beating The Odds”, ”The Passage Of Time” e la lunga “Key To The Imagination”. Questi quattro brani dunque sono stati composti appositamente per questo album, mentre “Rhapsody In Blue” è una cover riadattata e ri-arrangiata in uno stile ovviamente progressive Rock/Metal del classico di George Gershwin dallo stesso nome. Questo brano in realtà i LTE lo avevano già presentato in occasione del loro tour statunitense del 2008 e hanno finalmente deciso dopo tutto questo tempo di registrarla in studio. Gli altri brani dal minutaggio più ridotto sono invece come detto prima, frutto di alcune improvvisazioni in studio della band: un duetto tra Portnoy e Levin (“Chris & Kevin’s Amazing Odyssey”, anche qui un titolo che riporta ai fasti del primo disco), uno tra Rudess e Petrucci ( la soffice e delicata “Shades Of Hope”) e per ultima il simil-jazz/fusion di “Liquid Evolution”. C’è anche da segnalare che per quelli tra di voi che non ne hanno avuto ancora abbastanza di queste sezioni improvvisate, nel CD bonus di “LTE3” troverete un’altra oretta abbondate di alcune delle migliori “improv sections” del making di questo album. Ma addentriamoci nel dettaglio della tracklist di questo nuovo album facendo prima una dovuta precisazione sulla produzione del disco che si rivela incredibilmente ben fatta con dei suoni cristallini e puliti specialmente sulla sei (e sette) corde di Petrucci, mentre per quanto riguarda il mixaggio trovo che il basso (e il Chapman Stick) di Levin sia leggermente meno udibile rispetto al resto e in alcune sezioni tende ad essere ingolfato tra le tastiere di Rudess e la chitarra di Petrucci. L’album parte con “Hypersonic” e subito i richiami agli incredibili virtuosismi tecnici e sezioni sparate velocissime alla “Paradigm Shift” ( dal primo album dei LTE) sono evidenti e il tentativo di richiamare un pezzo del genere almeno nell’idea di fondo è palese, ma se devo essere onesto tutto il sound del disco è molto “Liquid Tension”, nel senso che non sembrano affatto passati ventidue anni dal quel secondo disco in studio ma al contrario è un platter che dal punto di vista sonoro offre una continuità evidente rispetto a quanto lasciato nel 1999. “Hypersonic” è una goduria per le orecchie per un pezzo pieno di idee, ipertecnico e iperveloce senza scadere nell’autocompiacimento a tutti i costi. Petrucci come sempre tira fuori un assolo melodico nel mezzo del brano dal suono pulito e cristallino e Jordan ci diletta con una continua ricerca e sperimentazione nei suoni della sua tastiera. Stessa cosa per Levin che tra il suo basso e il Chapman Stick ci ipnotizza con le sue parti, sempre anche queste pregne di effetti vari. Petrucci in questo album invece rimane più “sobrio” facendo uso prevalentemente del pedale “wah” come effetto per la sua chitarra e passando ovviamente da dei riff rocciosi a degli assoli virtuosissimi o altre volte molto più eterei come accade nei Dream Theater o nel suo ultimo album solista. “Beating The Odds” prosegue la nostra avventura con un pezzo meno intricato e più improntato sulla melodia rispetto alla bomba ipertecnica iniziale ma anche qui non mancano assoli al fulmicotone in particolare da parte di Rudess, ed è lo stesso Rudess a portare avanti il motivo principale con la sua tastiera. Come non parlare poi di Mike Portnoy? Ovviamente il suo drumming è sempre incredibile e fuori dagli schemi, forse non tanto quanto quindici o vent’anni fa ma la sua performance anche alle orecchie di chi di batteria non ne sa molto fa sempre la sua enorme impressione. “Passage Of Time” parte con un bel riff corposo da parte di Petrucci e risulta essere complessivamente forse il brano più riff oriented del lotto e proprio per questo uno di quello che si sarebbe sposato meglio a mio avviso con il disco solista dello stesso John dell’anno scorso, “Terminal Velocity”. La differenza in questo caso la fanno soprattutto le tastiere di Rudess che in questo brano gioca anche con suoni di pianoforte più classici e si diverte a “duellare” con il suo amico e collega John che verso la fine tira fuori un assolo molto melodico che in parte richiama le melodie di una sezione di “In The Presence Of Enemies” dall’album “Systematic Chaos” dei Dream Theater del 2007. Da menzionare “Chris & Kevin’s Amazing Odyssey” che come già detto è un duetto tra Levin e Portnoy che sin dal primo ascolto mi ha riportato indietro a quel sound sperimentale dei King Crimson del periodo antecedente a Levin (“Larks’ Tongues In Aspec” per esempio). Interessante più nell’dea che nel risultato finale. “Anche Shades oF Hope” per la verità, per quanto possa essere apprezzabile nell’idea di far tirare il fiato all’ascoltatore in mezzo a tutto quel mare di note facendosi immergere dalle soffici tastiere di Rudess e le parti Gilmouriane di Petrucci, per quanto mi riguarda non colpisce, al contrario di “Liquid Evolution”, senz’altro la più interessante delle tre. Ma il cuore pulsante del disco risiede senza dubbio nelle due megasuite da tredici minuti che rispondono al nome di “Key To The Imagination” e “Rhapsody In Blue”. Iniziamo con la prima: “Key To The Imagination” è un pezzo che sorprende per quanto riesca ad essere soffusa e melodica ( nei primi minuti) e allo stesso tempo tecnica e sinfonica ( tanto che a tratti sembra di ascoltare l’album omonimo dei Dream Theter del 2013). La ritmica sorretta da Portnoy e Levin prima che Petrucci si inserisca con i suoi riff pesanti e oscuri risulta essere entusiasmante e originale e nonostante il brano si dilunghi in alcune sezioni che forse sono un pochino prolisse (in particolare trovo che Rudess talvolta si autocompiaccia un pochino troppo volendo a tutti costi trovare il suono più all’avanguardia possibile per le sue tastiere). In ogni caso rimane nel complesso un lavoro di gran livello. Il bello di questa musica è che dopo miriadi di ascolti si trovano ancora dei dettagli, dei particolari nuovi e sono sicuro che sarà la stessa cosa per questo brano e tutto l’album in generale. Ma il mio brano preferito del platter è senz’altro “Rhapsody In Blue” dove i quattro fanno un lavoro di ri-arrangiamento in chiave prog di altissimo livello che rende senz’altro giustizia al pezzo originale. “Rhapsody In Blue” è infatti insieme al primo brano “Hypersonic” il picco qualitativo di questo platter per quanto mi riguarda avendomi entusiasmato sin dal primo momento grazie al suo essere così fuori dagli schemi e imprevedibile, tanto che a tratti mi riporta ai momenti più esaltanti di alcune band del prog rock anni 70 quali Emerson, Lake & Palmer in particolare e in altre vengo completamente rapito dal suo sound così moderno e all’avanguardia. Come non parlare poi del break sinfonico di Jordan Rudess dal saporo così classico al suo interno ( forse proprio perché è estratto da un brano di musica classica) ma che allo stesso tempo tanto mi ricorda quello della celebre “Count Of Tuscany” dei Dream Theater. Le parti solistiche del buon Petrucci qui sono incredibile e il finale del pezzo cos’ barocco e progressivo è una delizia per le orecchie. Straordinario.
Siamo alle conclusioni e la domanda che tutti ci poniamo è : questo nuovo album ripaga veramente dei ventidue anni di attesa? Per me la risposta è un secco sì. “LTE3” è un album che segna una continuità evidente con i precedenti dischi riuscendo ad esaltare nello stesso modo in cui avevano fatto i primi due capitoli nonostante forse non raggiunga mai i picchi qualitativi incredibili (eccetto per “Rhapsody In Blue”) di “Acid Rain”, “When The Water Breaks” o “Universal Mind” ma riuscendo comunque a regalarci una serie di composizioni di grande livello eseguite in maniera magistrale da quattro mostri dello strumento e che faranno felici tutti ma proprio tutti i fan della musica prog, della sperimentazione e del virtuosismo strumentale.

VOTO: 8/10

Tracklist:

  1. Hypersonic
  2. Beating The Odds
  3. Liquid Evolution
  4. The Passage Of Time
  5. Chris & Kevin’s Amazing Odyssey
  6. Rhapsody In Blue
  7. Shades Of Hope
  8. Key To The Imagination

Liquid Tension Experiment lineup:

  • John Petrucci – Guitars
  • Jordan Rudess – Keyboards & Piano
  • Tony Levin – Bass & Chapman Stick
  • Mike Portnoy – Drums