KORN: Una ritrovata vena melodica

KORN – “Requiem”
• (2021 – Loma Vista Recordings) •

Spesso si dice che da momenti estremamente difficili gli artisti riescano ad ottenere quell’ispirazione che li porta a scrivere il loro materiale migliore. Sembra proprio che questo sia successo anche ai Korn: attraverso il terribile momento personale che ha vissuto Jonathan Davis qualche anno fa, la band è riuscita a canalizzare tutta la negatività e la disperazione in uno dei dischi più riusciti della carriera della celebre band di Bakersfield, ossia l’acclamato “The Nothing”, che almeno per quanto mi riguarda ha riportato il five-piece statunitense nuovamente verso i fasti compositivi dei loro anni migliori.

Requiem”, al contrario, è un disco diverso dal precedente e nato in circostanze molto diverse. La band ha avuto tutto il tempo possibile per lavorarci su, dato la situazione pandemica globale e lo stato mentale del gruppo, specialmente quello di Jonathan Davis, come confermato dallo stesso vocalist, era enormemente migliore di quella di qualche anno fa.

Tutto questo è evidente nel disco che, benché mantenga quella pesantezza e cupezza nel sound delle chitarre, trova proprio nelle strofe e nelle parti cantate dallo stesso Davis una rinnovata vena melodica. Il disco insomma mantiene l’impatto e il groove dei precedenti lavori, ma non c’è dubbio che, almeno dal punto di vista vocale, Jonathan cerchi molto spesso delle soluzioni più melodiche e immediate, un aspetto che i Korn hanno sempre avuto nel loro sound ma il cui abuso ha portato a lavori dal sound forzatamente più commerciale ed estremamente poco ispirati a livello compositivo come “See You On The Other Side” del 2005 o il successivo disco senza titolo del 2007.

Il primo singolo “Start The Healing” non mi ha fatto ben sperare e tutt’altro mi aveva preoccupato l’assenza di quel groove di basso che la band aveva sempre portato con se negli anni e che in quel pezzo sembrava mancare. In realtà è da precisare che il basso di Fieldy in questo album è assolutamente presente, nonostante al momento il musicista non sia nella band per motivi personali, ma ciò non toglie che esso sia stato coinvolto pienamente nel nuovo lavoro, dove sembra tuttavia essere un pochino più nelle retrovie rispetto ai precedenti album con pochi momenti in cui le sue linee di basso trascinano il sound accontentandosi di rimanere relegato “dietro le quinte” del muro di chitarre di “Head” e di “Munky” che assieme a Davis in questo disco si prendono decisamente le redini del suono.

Il disco si presenta in maniera estremamente concisa, nove brani per meno di trentatré minuti che risulta essere per distacco il minutaggio più breve nella carriera della band, cosa che, a mio avviso, non è di certo un difetto, dato che permette alla band di presentarci del materiale che risulta efficace e ben composto dall’inizio alla fine, cosa che non si può dire per la maggior parte del catalogo della band.

Forgotten” apre l’album nel migliore dei modi riportandoci indietro con i chitarroni di Head e Munky ai fasti di “Untouchables” e “Take A Look In The Mirror” per un disco che, effettivamente, a livello sonoro credo si possa collocare tra quei due album, senza dimenticarsi di menzionare il già citato “See You On The Other Side” ma anche “Issues” per quanto riguarda il suo lato più melodico.

I leggeri richiami elettronici arricchiscono il sound e Jonathan Davies passa dal cantato più melodico alla suo tipico approccio vocale che io chiamo ”schizzato” e aggressivo in pochi secondi. Va detto che le soluzioni sonore presenti in questo disco non sono nulla di nuovo per la band americana e spesso si ha la sensazione di qualcosa di già sentito, ma d’altronde il gruppo in questione è sempre rimasto fedele ad un certo filone ed a un certo sound abbastanza “chiuso” per certi versi e pur avendo introdotto degli anni dei cambiamenti e delle sperimentazioni credo che il “core” di quello che rende il loro suono così unico sia rimasto coerente con se stesso.

L’album parte in maniera più che convincente con una manciata di pezzi assolutamente validi come “Forgotten” e la a tratti travolgente “Let The Dark Do The Rest” con uno degli “hook” vocali meglio riusciti del disco che si unisce ad alcuni dei riff più corposi del lotto e un Davis feroce nello scandire alla fine del brano le parole “YOU! MAKE! ME! SICK!”.

Start The Healing” è il pezzo più melodico dell’album che per certi versi e in alcune sezioni (la strofa principalmente) ricorda un pochino il singolo “Coming Undone” del 2005. “Lost In The Grandeur” ci porta altre linee vocali molto melodiche da parte di Jonathan contrapposte all’impatto delle chitarre per un pezzo che per quanto mi riguarda come per “Start The Healing” ancora una volta fallisce nel fare centro.

Meglio la successiva “Disconnect” che ci accoglie con un riff dal sapore piuttosto “dark” prima che Jonathan si cimenti ancora una volta con le sue vocals melodiche. Forse il tutto inizia ad essere un pelino prevedibile con l’andare avanti del disco ma come detto precedentemente questo è il sound della band, prendere o lasciare.

Sempre ben riusciti secondo me sono invece i breakdown infuriati che troviamo verso la fine dei pezzi che credo rappresentino la parte migliore di questo platter; insomma, dove i Korn giocano sull’impatto e sull’aggressività piuttosto che sulle melodie a che a lungo andare diventano un tantino stucchevoli e suonano talvolta poco ispirate.

Hopless And Beaten”, come suggerisce il titolo, è il pezzo più cupo dell’intero album e suona depresso e malinconico anche nei suoi momenti più melodici. “Penance To Sorrow” è un altro brano piuttosto dark sia nel testo che nella musica, nonostante sia uno dei brani meno pesanti del lotto almeno nella prima sezione.

My Confession” mischia un pochino le carte in tavola suonando beffarda e ironica risultando tuttavia un pochino incompiuta nel suo risultato finale mentre il finale dell’album con “Worst Is On The Way” chiude questo breve platter in modo estremamente più convincente riportandoci addirittura quei classici vocalizzi “Korniani” presenti in “Freak On A Leash” per una delle sezioni dell’album che suona più “old-school Korn” in assoluto.

Nel complesso questo nuovo “Requiem” risulta essere un disco piuttosto godibile, anche se un deciso passo indietro dal punto di vista compositivo dal precedente “The Nothing”. Il disco suona più melodico, soprattutto nelle linee vocali di Davis e credo che la contrapposizione di questo elemento con l’impatto delle chitarre crei un qualcosa che possa addirittura appellarsi ad un pubblico ancora più vasto.

Detto questo mi sento di dire con certezza che la fase di stallo compositivo e di dischi scadenti che ha caratterizzato la produzione dei Korn dalla metà degli anni 2000 fino a giusto qualche anno fa sia decisamente passata.

VOTO: 7/10

TRACKLIST:

  1. Forgotten
  2. Let The Dark Do The Rest
  3. Start The Healing
  4. Lost In The Grandeur
  5. Disconnect
  6. Hopeless And Beaten
  7. Penance To Sorrow
  8. My Confession
  9. Worst Is On The Way

Korn up:

  • Jonathan Davis – Vocals
  • Munky – Guitars
  • Head – Guitars
  • Fieldy– Bass
  • Ray Luzier – Drums