KATATONIA – Rising from ruins

 KATATONIA – “City Burials”
• (2020 – Peaceville Records) •

Tornano a quattro anni di distanza dall’ultimo “Fall Of Hearts” gli svedesi Katatonia che dopo una pausa di circa due anni in cui si sono temporaneamente allontanati dalle scene hanno evidentemente trovato la voglia,  l’energia e l’ispirazione per tornare in pista con un nuovo album, “City Burials”. I Katatonia sono per quanto mi riguarda una band che pur avendo cambiato molto le proprie sonorità nel corso dei tanti anni di carriera hanno sempre mantenuto uno stile unico e originale, un fattore di cui non troppe band possono vantarsi; che si tratti del periodo Doom di “Dance Of December Souls” e “Brave Murder Day” o quello più alternativo dei dischi da “Discouraged Ones” a “Last Fair Deal Gone Down”, o ancora, quello più “recente” da “Viva Emptiness” in poi (che poi è il mio favorito e la fase in cui i Katatonia sembrano aver trovato un sound definitivo ovviamente sperimentando e cambiando un pochino in ogni nuovo lavoro) la band ha sempre scritto dischi di personalità e assolutamente originali nel loro genere. Il nuovo “City Burials” si discosta parzialmente dal precedente “Fall Of Hearts” in quando il disco risulta essere sicuramente meno “progressive” e più lineare rispetto al precedente (come ci ha confermato recentemente in una piacevole chiacchierata il bassista Niklas Sandin che se vi interessa potete trovare qui), e sembra voler richiamare in parte le sonorità di “Dead End Kings” e “Night Is The New Day” per via del sound estremamente più oscuro e pregno di malinconia che ci propone. Non vi aspettate quindi un album carico di riff e pieno di groove come fu per “The Great Cold Distance” per esempio, ma piuttosto un ascolto molto più morbido, malinconico a tratti più sperimentale con qualche tocco di elettronica e delle parti ambient. “City Burials” anche qui è un disco particolare, molto diverso dal metal che troverete in giro di questi tempi (anche se la definizione “Metal” credo vada estremamente ristretta a questo gruppo); sicuramente bisogna essere in un mood particolare… riflessivo magari anche un pochino malinconico per apprezzare a pieno la profondità dello sconforto creato dalla musica scritta dalla band e dalla voce sempre meravigliosa di Jonas Renkse, per chi scrive uno dei cantanti più dotati e dalla timbrica più emozionale che abbiamo nella scena Metal moderna. Qui Jonas fa un lavoro superbo sulla sua solita timbrica medio-bassa e sporadicamente si concede qualche nota leggermente più alta e una tonalità di voce più “aggressiva”. L’album comunque non è un’inversione di rotta completa rispetto al precedente lavoro; la componente sperimentale è comunque presente in alcuni brani per non parlare degli assoli anch’essi presenti in alcuni pezzi, cosa non frequente per chi conosce bene la musica dei Katatonia prima del loro penultimo album del 2016. L’album è stato presentato da due singoli da un sound diametralmente opposto che mostrano le due facce del disco; “Behind The Blood” è uno dei pochissimi episodi totalmente up-tempo nell’album, un brano con un ‘andatura ritmata e dall’atmosfera più positiva del resto. Il pezzo contiene anche un discreto assolo di chitarra ed è sicuramente un buon brano che però ha diviso molto i fan per essere così “allegro” (tra mille virgolette). Un brano questo, che mi ha parzialmente ricordato “Lethean” da “Dead End Kings” senza raggiungere quelle vette di qualità restando comunque uno degli episodi più convincenti del disco per chi scrive. Dall’altra parte “Lacquer” è un pezzo molto soft, calmo e delicato sulla linea di “Idle Blood” da “Night Is The New Day” che ci mostra il lato più malinconico di questo lavoro.  Il resto dell’album come sound si trova a metà tra questi due pezzi anche se probabilmente più vicino alla malinconia di “Lacquer”.  “Heart Set To Divide” si apre con la voce delicata ma decisa di Jonas: “In times of surrender I am shedding my scars, I was sick, but I was set for the stars” sussurra il vocalist, che ci fa capire come anche in questo album i testi siano abbastanza criptici e oscuri trattando tematiche personali.  Il pezzo inizia quindi in maniera molto emozionante grazie un tappeto sinfonico che accompagna l’andamento pacato della voce per poi spezzarsi in un bel break con uno dei riff più convincenti dell’intero disco. Un velo di malinconia ci travolge per tutta la durata del pezzo, quella malinconia che in realtà non ci lascerà mai per tutta la durata del disco. Questo è un lavoro che si incentra molto sulle tastiere (mai suonate in maniera virtuosa ovviamente ma sempre per creare una certa atmosfera) e sulla voce di Jonas. Sono questi i due elementi che escono maggiormente dal mix anche se ci sta qualche eccezione come il quarto pezzo dell’album “Rein” dove il chorus è davvero d’impatto e il riff portante è assolutamente “heavy” come raramente succede in questo album. Ovviamente in tutto questo la parola atmosfera è sempre l’ingrediente principale e la prima tra le tante parole che mi vengono in mente per descrivere questo disco; atmosferico, malinconico, depressivo… ma d’altronde con un titolo come “City Burials” e da una band come i Katatonia non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso.  In ogni caso “Rein” è un bel pezzo e tra i più convincenti del disco per chi scrive. “The Winter Of Our Passing” inizia con un bel groove di basso e la voce di Jonas sempre in primo piano. Qui il colori non sono totalmente assenti, il mood non è totalmente oscuro, si intravede qualche spiraglio di positività nella musica, e alcune parti ambient e samples elettronici sono di spessore e arricchiscono l’esperienza. “Vanishers” è un pezzo delicato e piacevole che vede Jonas cantare insieme a Annie Bernhard della band di Stoccolma “Full Of Keys”. Il connubio delle loro voci, così toccanti e delicate, funziona veramente bene ed emoziona, ricordando in parte il pezzo “The One You Are Looking For Is Not Here” da “Dead End Kings” che anche lì vedeva la partecipazione di una voce femminile.  Fino a questo punto quindi piuttosto bene, anche se il disco inizia un pochino a calare con le restanti tracce a partire da “City Glaciers”. Intendiamoci nessun pezzo brutto ci mancherebbe, ma qualcosa inizia a sembrare prevedibile e trovo che il songwriting sia meno convincente che nella prima parte. “City Glaciers” per esempio è ancora una volta un pezzo malinconico che si sorregge su una sentita prova da parte di Jonas prima che la chitarra nel chorus dia una spinta al pezzo. Ancora una volta però la strepitosa voce di Jonas rende il pezzo comunque interessante, e in ogni caso qualche piccolo elemento di novità compare in quasi tutti i pezzi restanti del disco.”Flicker” è un pezzo che ancora una volta si sorregge su delle parti ambient e un ritornello in cui la band spicca il volo per darci qualcosa di più spinto e sostanzioso. In questo pezzo tuttavia è interessante e diverso il lavoro di chitarra nella seconda strofa con riff stoppati  che da un piglio un filo più aggressivo alla canzone. “Lachesis” è un pezzo sulla falsa riga di “Laquer” ossia totalmente lento  e malinconico che si poggia unicamente su voce e tastiere. “Neon Epitaph” è più groovy ma non aggiunge molto nonostante la sempre pazzesca interpretazione di Renkse alla voce e dei testi sempre bellissimi (difatti mi dispiace non poterne parlare ma purtroppo non avendoli a disposizione è difficile poterli analizzare contando che sono comunque piuttosto criptici e hanno bisogno di una attenta lettura per essere compresi). “Untrodded” chiude l’album in maniera interessante e probabilmente è tra i pezzi più convincenti della seconda metà. La sintesi è sempre quella; malinconia e atmosfera ma qui il songwriting è migliore e il pezzo contiene un assolo di durata piuttosto consistente molto melodico e carico di pathos. Che dire quindi di “City Burials” per concludere? E’ un disco particolare che sicuramente non è per tutti. Se volete un disco per fare headbanging di certo non pensate che questo faccia al caso vostro. Ma se siete nel mood per qualcosa di malinconico, oscuro, che vi faccia compagnia nelle vostre riflessioni introspettive ecco che questo album potrebbe fare più al caso vostro. Sicuramente soffre di un songwriting non sempre all’altezza e in qualche passaggio di una certa ripetitività. Inoltre dopo parecchi ascolti non trovo gemme alla pari dei pezzi migliori della discografia del gruppo come “Leaders” , “Deliberation”, “My Twin”, “July”, “Ghost Of The Sun” , “Omerta”, “Forsaker” e “The Racing Heart” ma ciò non toglie che questo sia un disco valido che i fan dei Katatonia consumeranno e apprezzeranno senz’altro.

VOTO: 7/10

TRACKLIST:

  1. Heart Set To Divide
  2. Behind The Blood
  3. Lacquer
  4. Rein
  5. The Winter Of Our Passing
  6. Vanishers
  7. City Glaciers
  8. Flicker
  9. Lachesis
  10. Neon Epitaph
  11. Untrodden

Katatonia line up:

  • Jonas Renkse- Vocals
  • Anders Nystrom – Guitar
  • Roger Ojersson – Guitar
  • Niklas Sandin – Bass
  • Daniel Moilanen – Drums