JOHN PETRUCCI – When Dream and Day Reunite


JOHN PETRUCCI – “Terminal Velocity”
• (2020 – Sound Mind Music) •

In fisica la velocità terminale riferita ad un oggetto è la velocità massima che quest’ultimo è in grado di raggiungere durante la caduta, in un punto dove la sua forza peso equivale alla resistenza del fluido in questione. La forza risultante sull’oggetto è quindi zero, l’accelerazione è quindi anch’essa zero e l’oggetto cade ad un velocità costante che è anche quella massima; con questa premessa e conoscendo John Petrucci come un grandissimo virtuoso potremmo aspettarci un disco carico, iper-tecnico, iper-veloce dove il buon John sfida le leggi della fisica e spinge costantemente sull’acceleratore per regalare a tutti i suoi fan un disco strumentale pregno di tutto ciò che vi ho appena elencato…. beh in realtà se pensate che “Terminal Velocity” sia solo questo vi sbagliate di grosso o comunque sottovalutate l’eccletticità del guitar-hero dei Dream Theater che come ha sempre dimostrato nella sua lunga carriera ci ha offerto sempre molto più che note suonate a rotta di collo. “Terminal Velocity” arriva ben quindici anni dopo “Suspended Animation” ed è stato scritto in un periodo in cui tutto il mondo (compresi i Dream Theater) erano chiusi in casa per via della pandemia e così il buon John ha sfruttato questo tempo per comporre la maggior parte di questo nuovo disco (dico la maggior parte perché un pezzo come “Gemini” per esempio era già stato suonato dal vivo parecchie volte nel “G3” da parte di Petrucci così come un altro paio di pezzi che aveva composto addirittura negli anni 90’). Il fattore che tuttavia più ha fatto scaldare i fan è stata la ricongiunzione musicale dopo ben dieci anni con l’amico ed ex compagno nei Dream Theater per venticinque anni Mike Portnoy, straordinario batterista che non ha di certo bisogno di presentazioni. Insomma il nucleo pulsante dei Dream Theater che ha saputo meravigliare il mondo con la loro musica si è riunito per questo disco (assieme a Dave LaRue ineccepibile nelle sue parti di Basso) e debbo dire che quell’alchimia che legava musicalmente questi due straordinari musicisti sembra essere esplosa nuovamente in un disco dove si sente tanto a livello batteristico il tocco del buon Mike a cui è vero che gli sono state programmate e scritte tutte le parti di batteria dallo stesso Petrucci con un software ma è anche vero che la maggior parte della volte Mike ha potuto cambiare molte di queste parti o aggiungere delle sue idee e il risultato si sente! Prima di entrare nel dettaglio nelle singole tracce volevo lasciare una nota di merito alla produzione e al mixing del disco che sono entrambi ottimi. La produzione specialmente nel suono della chitarra di Petrucci appare incredibilmente cristallina con un suono caldo e avvolgente mentre gli strumenti sono ben bilanciati (anche il basso ha il suo peso e non viene messo di certo da parte) anche se in primo piano non può che spiccare la chitarra dello stesso Petrucci. Il disco si presenta come un prodotto eclettico, con brani spesso suonati in stili diversi che non annoia per nulla in tutta la sua durata grazie a questo fattore ed ha la particolarità di essere un album dal feeling molto positivo, con tanti brani “up-tempo”. Intendiamoci, qualche riff più cupo è presente ma la maggior parte del disco è pregno di atmosfere più che positive con strutture avventurose che ricalcano i curiosi titoli come “Happy Song”, “Glassy- Eyed Zombies” e “Snake In My Boot”. D’altronde con un disco strumentale e l’assenza di un concept da seguire il nostro John ha potuto veramente sbizzarrirsi con i titoli! La title-track che apre il disco è il pezzo che ci è già stato presentato un mesetto fa e risulta essere un “up-tempo” con un riff allegro ma trascinante. “The Oddfather” è uno dei miei brani preferiti dell’album con un suono molto Dream Theater che parte anche qui con un riff incalzante prima di tuffarsi in intricati pattern di chitarra e batteria. L’inizio di “Happy Song” mi ha richiamato per un attimo “Paradigm Shift” dal primo album dei Liquid Tension Experiment per poi passare a una sezione trainata da degli assoli dal delicatissimo gusto melodico. Sin qui sono un pochino mancati i riff… parlo di quelli incalzanti alla “Train Of Thought” o alla “Dark Eternal Night” …. fino ad ora infatti abbiamo assistito ad un album pregno di tecnicismi e con un mood piuttosto positivo mentre è con “Gemini” (il mio brano preferito dell’album) che troviamo in mezzo a tutte queste parti chitarristiche funamboliche un break che ricalca quanto visto all’inizio di “In The Presence Of Enemies Pt.1” (da “Systematic Chaos” dei Dream Theater) da dove fa capolinea un massiccio riff, pesante e oscuro proprio come quelli presenti nel già citato “Systematic Chaos”. Si cambia ancora però; un rapido shift e si passa ad un assolo dallo spiccato sapore melodico sullo stile di quanto fatto da John in “The Spirit Carries On” per esempio. Questo brano un’apoteosi di riff incalzanti e di grande ispirazione, e sono sicuro che i fan di Petrucci che non avevano mai sentito questo pezzo dal vivo fino ad ora lo ameranno mentre gli altri saranno finalmente contenti di poterlo ascoltare in una sua versione in studio e comodamente dalle piattaforme di streaming. Anche il drumming di Portnoy in questo pezzo mi ricorda tanto dei vecchi Dream Theater ma è proprio quando siamo su lidi familiari che il brano ci spiazza nuovamente con una parte di chitarra acustica “spagnoleggiante” che per quanto sia distante musicalmente dal resto si amalgama benissimo con esso. La seguente “Out Of The Blue” è un pezzo molto “chillout”, delicato ed atmosferico, che vede un Petrucci immergersi in quegli assoli ultramelodici e carichi di pathos che gli riescono sempre particolarmente bene. Ammetto però che questo disco l’ho apprezzato più nei suoi pezzi più tirati come “Glassy-Eyed Zombies” e la conclusiva “Temple Of Circadia” con quei riff cupi e carichi di groove che si amalgamano bene ad altre sezione in cui il Petrucci spinge a mille sull’acceleratore per regalarci i soliti tecnicismi e le parti virtuose per cui è noto. “Snake In My Boot” invece si discosta parecchio dagli altri brani in quanto è un pezzo quasi “Stadium Rock” con un riff iniziale molto in stile Whitesnake. Non proprio il genere per cui conosciamo Petrucci e devo dire che questa traccia è l’unica verso cui ho la sensazione che l’aggiunta di una melodia vocale avrebbe completato il brano e lo avrebbe reso ancora migliore. In ogni caso anche così com’è rimane un brano frizzante e godibile dove non manca un bel groove di basso e i soliti assoli funambolici di John.
Insomma quindici anni di attesa sono valsi la pena per i fan del chitarrista americano che potranno ascoltare nuovamente un suo disco solista di grande qualità sia dal punto di vista del songwriting che da quello della produzione con la ciliegina sulla torta di avere Mike Portnoy alla batteria che in questo disco ha riacceso la fiamma nostalgica dei tantissimi fan dei Dream Theater che hanno dovuto aspettare ben dieci anni per poter risentire uno delle “coppie” più famose della musica prog suonare nuovamente insieme. Personalmente per quanto mi piacciano i dischi completamente strumentali non sono il mio “pane quotidiano”… quindi non ero sicuro approcciandomi ad esso in che misura questo disco mi avrebbe saputo conquistare. Beh posso dirvi che quando a fine ottobre “Terminal Velocity” uscirà anche nella sua edizione fisica ( CD e Vinile) non esiterò a comprarlo! Per ora me lo godo felicemente sulle piattaforme di streaming.

VOTO: 7/10

Tracklist:

  1. Terminal Velocity
  2. The Oddfather
  3. Happy Song
  4. Gemini
  5. Out Of The Blue
  6. Glassy-Eyed Zombies
  7. The Way Things Fall
  8. Snake In My Boot
  9. Temple Of Circadia

lineup:

  • John Petrucci – Guitar
  • Dave LaRue – Bass
  • Mike Portnoy – Drums