JINJER – UN NUOVO FIORE SBOCCIA NEL GIARDINO DEL METAL MODERNO

 

JINJER – “Wallflowers”
• (2021 – Napalm Records) •

“La band più calda nel panorama del metal moderno attuale”. È così che la Napalm Records vuole presentare i Jinjer e la loro nuova uscita “Wallflowers” e a conti fatti  questa descrizione calza a pennello, dato l’esponenziale riconoscimento ottenuto da parte della band ucraina da fan e critica di tutto il mondo negli ultimi anni. Un riconoscimento meritato senz’altro, dovuto ad una serie di dischi rilasciati di grande qualità con un sound sempre in evoluzione fondendo metal estremo, progressive e groove metal ed accostando a tutto questo un’attività live incessante che ha infiammato i palchi di tutto il mondo. Dopo le release di “Micro” e Macro” nel 2019, a questo giro la band ucraina ha davvero avuto tempo di fare le cose con calma dato il lungo periodo di stop dell’attività live, catalizzando tutte le proprie attenzioni verso la composizione di questo nuovo platter che a conti fatti riesce ad essere un’ulteriore passo di avanti sotto tutti i punti di vista regalandoci quello che secondo me è ad oggi il loro album migliore in una discografia già validissima. Prodotto in collaborazione con l’amico e partner collaborativo di lunga data della band Max Morton la band di Eugene e soci riescono ad offrirci un disco dinamico, brutale, carico di groove ed estremamente complesso e variegato nelle sue sonorità. Insomma, tutto ciò che era il precedente “Macro” ma elevato all’ennesima potenza. Tuttavia se proprio il precedente disco tendeva a rifugiarsi forse un pochino troppo spesso nel filone Djent, qui la band di Eugene e compagni riesce ad esplorare una vastità di sonorità e stili che abbracciano talvolta il groove metal altre il metal alternativo senza dimenticarsi di inserire alcune squisite sfumature simil-jazz, il tutto sorretto da un’incredibile complessità strumentale di fondo offerta principalmente da una sezione ritmica invidiabile data dal duo Abdukhanov – Ulasevic che risulta essere davvero il fiore all’occhiello del platter. A questo giro devo soffermarmi in particolare sulle parti di batteria di Vlad, incredibilmente creative, complesse e allo stesso tempo brutali quando se ne sente il bisogno (ascoltatevi le parti in blast-beat per rendervene conto). La chitarra di Roman Ibramkhalilov è come al solito un altro punto di incredibile forza del disco con il suo approccio così tanto ritmico, Djent e groove-oriented da un lato, ma che allo stesso tempo riesce ad inserire dei magnifici inserti melodici per dare respiro ai brani. Tatiana poi è la solita garanzia e sembra migliorare ad ogni nuova release non solo dal punto di vista vocale dove nelle parti in growl a mio modo di vedere ha pochi rivali, ma anche nella scrittura dei testi che risultano questa volta essere molto introspettivi e personali soffermandosi su vari lati del suo carattere e della frustrazione verso alcuni aspetti della vita moderna.  “Wallflowers” parte con due brani estremamente pesanti che forse sono i due che meglio si sarebbero amalgamati al loro precedente album “Macro”, entrambi con un approccio estremamente Djent ma che incorporano al proprio interno delle parti di metal estremo notevoli con i blast-beat di Vlad spesso e volentieri in primo piano. “Call Me A Symbol” ci travolge infatti sin dai primi minuti con una furia incontrastata per uno dei brani più pesanti e irrefrenabili del platter. Un treno merci impazzito che si scaglia verso l’ascoltatore in tutta la sua violenza. Nonostante questo caos tuttavia salta subito all’orecchio l’incredibile complessità degli arrangiamenti, delle linee di basso, delle parti di batteria. Non c’è mai un secondo sprecato e tantissimi dettagli da scoprire ascolto dopo ascolto e ciò risulta ancora più evidente per il successivo brano “Colossus” che sono certo che diventerà un futuro classico della band. Ma proprio quando stavo pensando che forse la band si stava rifugiando anche qui un pochino troppo nel filone djent e nelle sonorità dei due precedenti lavori, ecco che arriva il primo singolo “Vortex” che spiazza totalmente l’ascoltatore con quelle melodie iniziali quasi nello stile della celebre “Pisces” che ci accompagnano in un crescendo di atmosfera fino a portarci in un vero e proprio “vortice” di groove sul finale del pezzo per una composizione veramente particolare che vi invito ad ascoltare assieme all’incredibile videoclip girato per la sua promozione. La seguente “Disclosure!” è un’altra highlight del disco e l’ennesima volta in cui la band riesce a stupire l’ascoltatore con un suono che si colloca come una via di mezzo tra il metal alternativo degli anni duemila e il grunge in pieno stile anni novanta. Essa viene aperta da uno dei riff più incalzanti e riusciti del disco che si contrappone al vocalizzo giocoso e quasi frivolo di Tatiana che dona un’atmosfera più leggera e frizzante al pezzo contrapponendosi con la pesantezza della musica. Ma è solo una questione di tempo prima che Tati torni ad assalirci con il suo growl nella seconda metà del brano che risulta sempre più furioso nel suo incedere mentre è sempre la stessa Tatiana che recita in maniera sempre più drammatica e ossessiva la frase “Follow me! follow me” follow me! don’t bother me! don’t bother me! bother me!”.  “Disclosure!” è davvero il brano dove la talentuosa vocalist della band ucraina mostra più di tutti il suo fantastico dono con una serie di linee vocali velocissime e semi-rappate mentre il riff proposto in apertura del pezzo si scaglia nuovamente sull’ascoltatore. “Copycat” è un altro esempio che mette in luce la bravura ed ecletticità di Tatiana in questo disco, in particolare con una linea vocale in pulito che suona quasi come una filastrocca che sfocia in una sezione per una volta piuttosto lineare e meno complessa del solito dal punto di vista musicale prima che il brano si scagli nel bel mezzo di un breakdown devastante! La fine del pezzo non lascia respiro con un blast-beat violentissimo e delle partiture chitarristiche cariche di groove e irresistibili. “Pears And Swine” non accenna ad allentare la furia anche se questo pezzo ha un’interessante break melodico in mezzo al brano con delle sentite linee vocali da parte di Tatiana che si cimenta in un pezzo dai toni piuttosto drammatici e sofferti a tratti, per poi esplodere in tutta la sua rabbia in altri. Questo brano è un continuo saliscendi di emozioni e risulta essere anche il più lungo del lotto con un minutaggio che supera di poco i cinque minuti. L’incedere di “Sleep Of The Righteous” sa tanto ancora una volta di Metal Alternativo e qui le influenze vocali di Tatiana (su tutte quella di Sandra Nasic dei Guano Apes), vengono fuori senza mezzi termini soprattutto nelle parti in pulito. Quest’ultimo è uno dei brani più atipici di “Wallflowers” con un sound che a tratti sembra pescare da gruppi alternativi della scena metal degli anni duemila quali i Deftones. La quasi title-track “Wallflower” dona un pochino di respiro ad un disco che fino ad ora ha offerto ben poche pause in termini di pesantezza e lo fa con un bellissimo pezzo, dolce e toccante nel suo incedere che poi esplode nella sua seconda parte in pieno stile “Pisces” (il pezzo che più di tutti è stato responsabile della crescita esponenziale della fama dei Jinjer ormai qualche anno fa) e sono sicuro che chi ha amato quel brano allo stesso modo adorerà anche questo. Il termine “Wallflower” in inglese è associato a una persona timida, introversa che è tendenzialmente restia a farsi coinvolgere dalle attività sociali. La mia personale interpretazione del brano è come quest’ultimo voglia rappresentare quella parte del carattere della vocalist che si è sempre descritta come una persona estremamente introversa e di come lei stessa abbia bisogno di isolarsi dalle persone e dalla frenesia della vita per ricaricarsi (difatti nel brano usa proprio l’espressione “I gotta go home, my batteries are low”). I successivi brani continuano ad esplorare la vita interiore di Tatiana e risultano anch’essi molto introspettivi a partire da “Dead Hands Feel No Pain” che sceglie di non pestare troppo sull’acceleratore ma riesce comunque a mantenere una tensione ed un senso di drammaticità imminente con un finale che se ci fate caso ricorda abbastanza quello di “Home Back” dal precedente disco. L’ennesimo gran pezzo. “As I Boil Ice” sa essere atmosferica e ancora una volta drammatica per uno dei brani più particolari di “Wallflowers” e anche uno dei miei preferiti che ci porta dritti dritti verso il finale del disco con quella “Mediator” che è stata scelta come secondo singolo per la promozione dell’album; non a caso aggiungerei, dato che la sua furia ceca e irrefrenabile è contagiosa ed esaltante ed il brano contiene al suo interno alcuni dei passaggi musicali a mio avviso più ispirati dell’intero disco chiudendo il platter col botto e regalandoci un nuovo sicuro classico nelle future scalette della band.
In conclusione “Wallflowers” è un trionfo di tecnica, complessità, violenza sonora, groove e ispirazione ai massimi livelli. Il tanto atteso salto di qualità definitivo che mi aspettavo da questa band con questo nuovo platter diventa finalmente realtà, per un lavoro che sa esplorare territori musicali diversi e tal volta innovativi per il four-piece ucraino, riuscendo nel difficile compito di risultare sempre avvincente dalla prima all’ultima nota. Di certo uno dei miei personalissimi highlight di questo 2021 musicale. Consigliatissimo per tutti i fan del metal moderno del prog e del metal estremo.

VOTO: 9/10

Trackilst:

  1. Call Me A Symbol
  2. Colossus
  3. Vortex
  4. Disclosure!
  5. Copycat
  6. Pearls And Swine
  7. Sleep Of The Righteous
  8. Wallflower
  9. Dead Hands Feel No Pain
  10. As I Boil Ice
  11. Mediator

Jinjer lineup:

  • Tatiana Shmailyuk – vocals
  • Roman Ibramkhalilov – Guitars
  • Eugene Abdiukhanov – Bass
  • Vladislav Ulasevich – Drums