Il nuovo Big Sound dei Wolfmother

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WOLFMOTHER – “Victorious”
• (2016 – UMe) •

Dopo 2 anni di progressi, cambi di lineup e lavorazione, ecco arrivare il 19 febbraio 2016 e il quarto disco: “Victorious”! I ragazzi di Sydney (all’attivo dal 2000 con Andrew Stockdale e Ian Peres sempre presenti), ancora una volta, creano il medesimo composto di hard rock alla Led Zeppelin, mischiato ad un pre-stoner retró, come d’altronde viene espresso nei precedenti tre album. Le uniche differenze che intercorrono fra tutti e quattro gli album sono le seguenti: nell’omonimo “Wolfmother” (2005) si possono avvertire chiaramente gli elementi connotativi del medesimo genere suonato dai Zeppelin, che via via va a definire la sua personalità “sui-generis” in “Cosmic Egg” (2009). In quest’ultimo album non cambia molto lo stile, quanto invece risulti più caricata l’esaltazione del suono, sfiorante non di poco l’heavy rock, riprendendo le origini con “New Crown” (2014) e ristabilendo il big sound, come spiega Andrew Stockdale, chitarra e voce del gruppo.
Il potenziale acquirente di “Victorious” – ricordiamo la pre-uscita in singolo nel 2015, come assaggio promozionale – , uscito per UMe Records, non è nient’altro che il perfezionamento all’ultima percentuale degli elementi di “Cosmic Egg” e “New Crown”, intenzioni avvertibili a partire dalla breve ma intensa “The Love That You Give” e collegata a mo’ di concept a “Victorious”, il cui ritornello resterà nelle orecchie di ogni ascoltatore (She will be victorious, ripetuto ora due volte, ora quattro). Di questi brani si riecheggia uno stile stoner nascosto dietro le pelli del guest Josh Freese (A Perfect Circle, Paramore, Nine Inch Nails, Devo) (tracce da 1 a 4, 7, 9 e 10) e chitarre i cui suoni ricordano quelle di un Jimmy Page alle prove in box. In particolare, è proprio l’elemento “box” a ruotare attorno i suoni e le eco presenti in riproduzione, dove in “Baroness” avranno modo di emergere anche a ritmi lenti e riffing in blues, che si trasformano in un pop rock nel ritornello. Tuttavia, come a voler rompere le regole di un conformismo musicale, abbiamo questa insolita ballad, “Pretty Peggy”, incentrata su un pop di denotazione quasi – mi si conceda il neologismo – “bowiana”. Il pezzo è decisamente calmo e funge da perfetta introduzione della quinta “City Lights”, brano in cui Josh Freese cede lo sgabello a Joey Waronker (Beck, R.E.M.) e si affermano sonorità leggermente discostate dallo Zeppelin, quanto più vicine ad un alternative rock, in bilico sulla punta dinanzi uno strapiombo stoner. Anche in questa canzone, ritornello facilmente rimembrabile (You forgot about the city lights, ripetuto due volte). Al termine del brano, è la caduta libera in questo strapiombo stoner, prendente il titolo quasi paradossale di “Simple Life”. Anche qui, abbiamo la batteria di Joey Waronker e le influenze – per dare dei nomi di riferimento – alla Witch, gruppo stoner doom statunitense, o primi Queens Of The Stone Age, ma anche allo stoner rock tipico degli Audioslave di Chris Cornell e Tom Morello. In questa traccia è particolare l’intermezzo prima del finale perché presenta elementi chitarristici molto melodici e forti rullate sulle pelli. Una volta terminata la caduta libera nello stoner, in “Best Of A Bad Situation” ritorniamo sul garage rock, con di nuovo Freese alla batteria, ma non si fa in tempo a dire Led Zeppelin che Waronker ruba improvvisamente lo sgabello a Freese, suonando un nuovo pezzo stoner rock dal titolo “Gypsy Caravan”. Qui pure il ritornello non è difficile da ricordare (Won’t you take me to the to the gypsy caravan? We can live together where the ocean meets the sand), dopodiché con la nona traccia, “Happy Face”, viene recuperato il big sound filo-Zeppelin d’inizio ed è nuovamente Freese a prendere posto dietro le pelli. Qui in particolare spiccano pad elettronici di un sequencer, che emulano alcune percussioni e altri suoni, ma non manca la solita tastiera di Ian Peres e le solita chitarra di Stockdale, elementi che raggiungono l’apoteosi con lo stoner rock di “Eye Of The Beholder”. È esattamente qui che termina il viaggio attorno al big sound dei Wolfmother, dove vi si presenta un breve compendio finale di tutte le influenze sfruttate per la creazione di “Victorious”, sebbene termini in stacco, lasciando un po’ col dubbio l’ascoltatore. In realtà quest’effetto è quello che si vuole creare per le tracce esclusive della Deluxe Edition del disco, introducendo la fenomenale psichedelia stoner di “Remove Your Mask” e “Wedding”, con Waronker alla batteria.
In breve, questo big sound inteso da Stockdale non equivale esattamente a quanto ascoltato in “Wolfmother” del 2005, bensì ad un abbracciare e sperimentare lo stile stoner come ancora non era mai stato sperimentato dall’omonima band, ma senza distaccarsi troppo dall’amore per l’hard rock e i riff blues alla Jimmy Page & co. , annoverando nel complesso un nuovo album consigliabile specialmente a quell’orda di amatori delle prime guardie, dal primo blues al primo heavy metal, ben aperti ad influenze stoner. Insomma, alla fine dei giochi si può tranquillamente dire che qualcosa di nuovo questi giovani e prodigiosi australiani di Sydney siano riusciti a creare, senza trascurare gli esordi, sapendoli inserire astutamente e nei punti giusti della riproduzione completa dell’album.

Tracklist:

  1. The Love That You Give
  2. Victorious
  3. Baroness
  4. Pretty Peggy
  5. City Lights
  6. The Simple Life
  7. Best Of A Bad Situation
  8. Gypsy Caravan
  9. Happy Face
  10. Eye Of The Beholder
  11. Remove Your Mask – Deluxe Edition
  12. Wedding – Deluxe Edition

WOLFMOTHER lineup:

  • Andrew Stockdale – Vocals, Guitars
  • Ian Peres – Bass, Keyboards, Backing Vocals
  • Josh Freese – Drums (Tracks 1, 2, 3, 4, 7, 9 and 10)
  • Joey Waronker – Drums (Tracks 5, 6, 8, 11 and 12)

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