HAKEN – Prog invasion!


HAKEN – “Virus”
• (2020 – Insideout Music) •

Gli Haken sono per quanto mi riguarda una delle migliori sorprese che ci ha offerto il nostro genere musicale preferito nell’ultimo decennio in particolare nell’ambito del prog metal, territorio in cui la band inglese ha piantato i propri semi sapendo allo stesso tempo evolvere il proprio sound attorno ad esso reinventandosi, con la costante però di aver sempre dato alla luce dischi grande ispirazione e qualità. La genesi della band con il primo full-lenght “Aquarius” mostrava un suono che prendeva largamente spunto dai Dream Theater e dai gruppi prog degli anni 70’ quali Genesis, Camel e Gentle Giant, ma già dal terzo e acclamatissimo album “The Mountain” del 2013 il five-piece inglese ha iniziato a personalizzare molto la propria proposta continuando a sperimentare nuove soluzioni con il suono “ottantiano” di “Affinity” e la svolta djent e molto più pesante del precedente disco “Vector” del 2018. “Virus” non è altro che la continuazione sia dal punto di vista del concept che da quello più prettamente musicale del precedente album e il legame tra i due dischi si nota anche da piccoli dettagli come lo stile molto semplicistico della copertina ed alcuni richiami all’interno della musica a dei passaggi dal disco precedente. Va puntualizzato visto il titolo dell’album che come dichiarato più volte dalla band gli Haken non hanno mai voluto speculare sui tragici eventi che stanno occorrendo nel nostro pianeta ma la scelta del titolo del disco era stata già decisa molto tempo prima che la attuale pandemia si scatenasse ed in effetti pare che le prime idee di “Virus” risalgono a ben due anni fa. “Vector” insieme a “Virus” vogliono rispondere alla domanda … chi è il famoso “Cockroach King”? ecco quindi che il celebre brano degli Haken presente su “The Mountain” trova un suo seguito in addirittura due dischi dove nel primo si racconta la genesi del personaggio mentre su “Virus” si parla della sua scalata al potere. Una trovata di certo non nuova questa qui dove la canzone più celebre di un gruppo viene analizzata, ampliata ed approfondita, trovando una sua dimensione nuova in un album a se stante (i Dream Theater di “Metropolis pt. 2: Scenes From A Memory” vi dicono nulla?). Musicalmente questa nuova fatica degli Haken raccoglie quanto seminato dal predecessore sapendo però allo stesso tempo essere musicalmente più vario; Se “Vector” era un disco estremamente pesante, oscuro, cerebrale e complesso “Virus” mantiene le stesse coordinate sonore di base ma riesce a viaggiare anche verso territori più melodici o comunque diversi musicalmente parlando, offrendo anche qualche assoluta novità che nella musica della band britannica mai si era sentita. E queste novità ci vengono sbattute in faccia già dal primo singolo “Prosthetic” che offre dei riff martellanti e pesantissimi come mai si erano sentiti prima (nemmeno su “Vector” oserei dire!), un chorus davvero energetico ed entusiasmante, delle armonizzazioni vocali che aggiungono un filo di drammaticità alla timbrica di Ross Jennings e anche delle inaspettate vocals filtrate. Probabilmente questo è il pezzo più diretto del disco che ammetto che ad un primo ascolto mi aveva lasciato un pochino scettico ma che ho imparato ad amare con gli ascolti. È un brano che per quanto diretto è sempre molto intricato e con un mood piuttosto dark nell’ultima parte. Con “Invasion” il songwriting prende una piega particolare con un andamento del pezzo quasi ipnotico grazie alla costruzione del testo che vede una continua ripetizione nella sua struttura -“one, one less, one less life for us to live, holding, holding on, holding on to something real… “ecc..- struttura e andamento che si adattano perfettamente al sound e al videoclip in computer grafica creato per questo pezzo che raffigura una sorta di attacco biologico da parte di alcuni virus nei confronti di determinati batteri. Se la strofa segue questo andamento il chorus prende un’altra piega con delle parti strumentali super intricate ma allo stesso tempo catchy. Il brano è una sorta di crescendo che parte con solo la voce di Ross e si sviluppa gradualmente sui binari descritti ed esplode in un assolo di chitarra molto particolare e ben riuscito. Si prosegue con un altro gran pezzo che sorpassa di poco di 10 minuti; “Carousel” è un brano estremamente ricco e ricolmo di momenti musicali differenti che parte in maniera soffusa per esplodere presto in una sezione pienamente djent, senza però dimenticarsi della componente atmosferica tanto che questo pezzo per quel che mi riguarda è musicalmente il più vicino al loro disco del 2016 “Affinity” anche se non mancano dei piccoli momenti musicali che mi hanno ricordato anche “The Mountain”; per esempio verso la fine del pezzo c’è un break atmosferico con una linea di basso che guida una parte molto soffusa che si ferma improvvistamente sullo “Stop!” di Ross su cui la band si tuffa nuovamente in una sezione abbastanza heavy da dove spunta dal nulla un riff di chitarra dal sapore molto black metal (!) davvero inusuale ma molto ben riuscito. “The Strain” è un altro buon pezzo anche se forse risulta per quanto mi riguarda il meno riuscito del disco, senz’altro quello a cui ritorno meno volentieri nell’ascolto del disco. È un brano che gioca su alcuni effetti elettronici veramente ben riusciti e in generale vive di momenti molto buoni ma forse globalmente lo trovo un filo inferiore ai restanti pezzi. Anche questo brano mi ricorda molto “Affinity” in particolare un connubio tra canzoni come “Earthrise” e “The Architect”. “Canary Yellow” spezza la pesantezza del disco con un brano atmosferico, melodico giocato sulla timbrica melodica di Ross in linea con quanto fatto in altri pezzi del passato della band con un crescendo finale che esplode in una parte più heavy che è discretamente convincente. Anche qui non siamo davanti al mio pezzo preferito del disco ma devo ammettere che nell’economia dell’album “Canary Yellow” si amalgama benissimo al resto e mi sento di fare un altro applauso alla band per l’ennesimo bellissimo videoclip del tutto particolare realizzato per questo brano. Il finale del disco però vale da solo tutto l’album perché è con i diciassette minuti di “Messiah Complex”, suddivisa in sei tracce separate gli Haken scrivono secondo me uno dei brani più belli della loro già importante carriera costellata di molti pezzi da novanta. Prima del fiume di elogi che giustamente riserverò per “Messiah Complex” però, una piccola nota sulla decisione di suddividere il brano in cinque parti che francamente non capisco; comprendo che siamo in un’epoca in cui la fruibilità e l’ascolto della musica è cambiato e si cerca di offrire all’ascoltatore qualcosa di più diretto possibile ma la già citata canzone per quanto mi riguarda va ascoltata dall’inizio alla fine come un’unica esperienza, anche perché le transizioni tra un pezzo e l’altro sono speso molto brusche, qualche volta le singole parti finiscono nel bel mezzo di un riff. Non si tratta quindi nella maggior parte dei casi di pezzi che si fondono in maniera soffusa l’uno nell’altro, ma di vere e proprie interruzioni quasi improvvise nel bel mezzo di un riff di chitarra, peculiarità che si se ascolta un dato pezzo singolarmente può risultare un pochino fastidiosa. Mettendo da parte questo discorso “Messiah Complex” è un connubio di complessità, tecnica, virtuosismi, pesantezza e parti cervellotiche che faranno la gioia di tutti i fan di “Vector”. Se avete amato come me “Puzzle Box” dal precedente disco beh, qui troverete pane per i vostri denti! Tutte queste parti intricate però, non sono mai fine a se stesse e si ha sempre l’impressione che la band voli sulle ali della creatività in una modalità “full on djent” (ascoltate la seconda parte di “A Glutton Punishment” oppure “Marigold” per capire cosa voglio dire). Ci sono diversi richiami in questa suite ai temi musicali di “Cockroach King” e “Puzzle Box” ma mai in maniera esagerata; sulla già citata “A Glutton Punishment” che riprende delle liriche di “Puzzle Box” per esempio o anche in “The Sect” che riprende le armonizzazioni vocali di Cockroach King e ci aggiunge sopra delle parti simil-jazz. Come non parlare poi degli effetti elettronici con tanto di blast-beat improvvisi sempre sulla medesima “The Sect” ? “Ectobius Rex” continua sulla scia della pesantezza ma stavolta offrendo un groove maggiore alle parti di chitarra ed ecco che fanno capolino nuovamente i temi di “The Cockroach King” in una chiave rivisitata. Verso la metà il pezzo torna ad essere nuovamente intricato e ritrovo anche una melodia che mi ha fatto tornare indietro a “Still Life” degli Opeth. “Only Stars” chiude il platter in maniera completamente diversa e inaspettatamente soft, cullandoci verso la fine dell’opera. In Conclusione posso dirvi con certezza che se avete amato “Vector” adorerete anche “Virus” in quanto il disco in questione prosegue nelle coordinate sonore del precedente album aggiungendo però più varietà alla proposta musicale. In ogni caso “Virus” è un disco di una qualità altissima che consiglio a qualsiasi fan del progressive metal specialmente se siete avvezzi alle sonorità più “moderne” di questo genere. Gli Haken disco dopo disco dimostrano di essere una delle più grandi band in circolazione nel genere e un gruppo che merita di continuare a portare fieramente la torcia della musica progressive in questa nuova decade come hanno fatto i Genesis negli anni 70’, i Dream Theater negli anni 90’ e i Tool e gli Opeth negli anni 2000. Per ora, album dell’anno senza dubbio!

VOTO: 8.5/10

Tracklist:

  1. Prosthetic
  2. Invasion
  3. Carousel
  4. The Strain
  5. Canary Yellow
  6. Messiah Complex I: Ivory Tower
  7. Messiah Complex II: A Glutton Punishment
  8. Messiah Complex III: Marigold
  9. Messiah Complex IV: The Sect
  10. Messiah Complex V: Ectobius Rex
  11. Only Stars

Haken lineup:

  • Ross Jennings – Vocals
  • Charlie Griffiths – Guitar
  • Rich Henshall – Guitars & Keys
  • Diego Tejeida – Keys
  • Conner Green – Bass
  • Raymonde Hearne – Drums