DREAM THEATER – Un flusso di coscienza a tinte oscure


DREAM THEATER – “Train Of Thought”

• (2003 – Electra Records) •

Appena un anno e mezzo dopo il riuscitissimo doppio album “Six Degrees Of Inner Turbulence” i Dream Theater come avevano fatto nel precedente lavoro decidono di sperimentare nuovamente col il loro sound tirando fuori stavolta un disco pesante, oscuro e cervellotico contenente una decisa sferzata di metal pesante per un album su cui si è detto tutto e il contrario di tutto. Stiamo parlando ovviamente di “Train Of Thought” del 2003 un disco che mai come prima ha visto la fanbase della band americana dividersi tra chi lo ritiene un capolavoro e chi lo definisce troppo prolisso e con un autocompiacimento spesso fino a se stesso specialmente nelle parti strumentali. Onestamente per ogni canzone di questo album ho sentito giudizi più disparati possibili, quindi non mi rimane a questo punto che il compito di dirvi la mia su questa settima fatica discografica del teatro del sogno iniziando dal periodo storico che inaugurerà questo disco ossia un periodo, sempre secondo il sottoscritto, di album belli sì, ma allo stesso tempo altalenanti, con dei grandissimi momenti in ogni lavoro accompagnati da altri meno buoni che raramente si erano sentiti negli album della band dagli inizio degli anni novanta fino a “Six Degrees”, album che per quanto mi riguarda vanno tutti dall’ottimo al capolavoro senza eccezioni. Inizia in questa fase quindi a intravedersi qualche passaggio a vuoto nella macchina perfetta dei Dream Theater e “Train Of Thought” ne è per quanto mi riguarda la prima vivida testimonianza con momenti di altissimo livello accompagnati da altri che sembrano funzionare meno. Come avrete compreso quindi sono uno di quelle persone che si inserisce nel mezzo, reputando “Train Of Thought” un bel disco (ma non un capolavoro) che ha avuto il merito ancora una volta di aver rappresentato una grandissima influenza per tutte quelle band del nuovo millennio che hanno voluto associare grandi tecnicismi a tratti di metal pesante (vedi gli Avenged Sevenfold per esempio), ma allo stesso tempo non completamente riuscito e che non mi ha mai dato la soddisfazione nella sua totalità di album quali “Six Degrees Of Inner Turbulence” per dirne uno. E pensare che è proprio “The Glass Prison” (probabilmente il brano chiave di “Six Degrees” e certamente uno dei più memorabili e amati dai fan da quel disco) ad essere quasi preso come modello per il suono di “Train Of Thought”; il suo sound così pesante, intricato, virtuoso e “in your face” che in quella canzone brillava in maniera splendente viene ritrovato in buona parte dell’album successivo che stiamo qui analizzando. Eppure “Train Of Thought” si apre con un brano piuttosto atipico se consideriamo il resto del disco; “As I Am” è un brano piuttosto semplice, carico di groove e con un riff e una struttura che riporta molto in mente “Enter Sandman” dei Metallica. Le tastiere di Rudess sono quasi assenti e il pezzo gioca su un riff oscuro e d’impatto che lo porta ad essere uno dei brani più accessibili della carriera dei Dream Theater sino ad ora nonostante la sua pesantezza e risulta sicuramente interessante per quei fan del Metal meno inclini al progressive ma più affini a band come i Pantera o i Metallica del “Black Album”. Ed in effetti uno dei miei primi ricordi associati ai Dream Theater che risalgono ormai a circa quindici anni fa è proprio “As I Am” che fu il pezzo che mi portò ad interessarmi alla band americana grazie al suo groove e la sua accessibilità, che per un ragazzino dell’epoca come ero io, ancora estraneo alle meraviglie della musica progressive e in quella fase molto più incline ad un metal più “diretto”, “As I Am” risultò un pezzo intrigante e più adatto ai miei gusti di allora. Oggi il pezzo in questione è uno dei pochissimi se non l’unico pezzo dei Dream Theater che non sopporto più, ma tralasciando i gusti personali ammetto che va dato comunque merito al brano di essere un discreto pezzo catchy e molto adatto alla sede live tanto che i Dream Theater se lo portano spesso dietro in scaletta specialmente nei festival. Per fortuna che nei prossimi circa trentacinque minuti di musica distribuiti nei tre brani “This Dying Soul”, “Endless Sacrifice” e “Honour Thy Father” il teatro del sogno torna a livelli di ispirazione molto alti tanto che personalmente considero questi tre brani insieme alla bellissima strumentale “Stream Of Consciousness” il cuore pulsante di “Train Of Thought”. “This Dying Soul” prosegue il lotto di brani inaugurati con “The Glass Prison” dal precedente disco ispirati al programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi dove il buon Mike si trova ancora una volta ad affrontare i suoi demoni e la sua dipendenza dall’alcol e prosegue nella via che lo porterà all’ammissione verso se stesso dei suoi problemi (“Hello mirror, so glad to se you my friend it’s been a while… searching, fearless, where do I begin to heal these wounds of self-denial?”). Il brano è per quanto mi riguarda il punto più alto di “Train Of Thought” per un pezzo che parte pesante come un macigno senza quasi mai rallentare nel corso dei suoi undici minuti abbondanti e ricalca la pesantezza della sua precorritrice “The Glass Prison” con qualche piccolo richiamo a livello musicale ad essa rimarcando il collegamento tra i due brani. Petrucci in questo brano è il vero e proprio dominatore della scena con un pezzo che effettivamente è molto guitar-oriented lasciando poco spazio alla tastiera di Jordan Rudess che comunque quando è chiamato a farsi sentire offre il suo contributo con delle parti di gran classe. Il brano è un treno merci sparato a trecento chilometri orari che tra riff incalzanti, cambi di tempo incredibili e assoli da pelle d’oca mostra tutto il meglio di quello che la band può offrirci con questo album e ancora oggi ogni volta che ascolto questo pezzo non riesco a non esaltarmi. Con “Endless Sacrifice” invece si prosegue in maniera più melodica con delle bellissimi strofe cantate in maniera delicata da Labrie e con un ritornello che in controtendenza col resto si abbatte in tutta la sua forza e irruenza sull’ascoltatore. Qui il riffing carico di groove nel chorus ci riporta alle soluzioni sonore di “As I Am” anche se poi la canzone prosegue tra virtuosismi e altre linee melodiche ben riuscite. “Honour Thy Father” è l’ennesimo macigno di questa sezione dell’album per uno dei brani secondo il sottoscritto più sottovalutati della carriera dei Dream Theater. Ancora una volta si tratta di un brano trascinante ed esaltante che vede i riff incalzanti di Petrucci scontrarsi con un Labrie a tratti molto aggressivo (si sente ad un certo punto un vero e proprio “scream” come non si era mai sentito prima nelle parti vocali del cantante canadese) per un brano che trasuda disprezzo da ogni poro. Uscito dalla penna di Mike Portnoy, il talentuoso batterista stavolta affronta il difficile rapporto con il suo patrigno, una persona avida e spesso crudele con lui e il testo del brano è di quanto più diretto i Dream Theater abbiano mai scritto riportando dei veri e propri confronti verbali tra Mike e il padre per dei passaggi che appaiono sempre schietti e mai edulcorati trasmettendo tutto il disprezzo di Mike verso questa figura (“never in my life I have seen someone, so fucking blind to the damage he has done, you’re the rotten root of the family tree”). Un plauso va dato a Labrie che è riuscito a calarsi nella parte in maniera molto convincente, lui che solitamente brilla per qualità vocali maggiormente nei momenti più melodici, qui offre una grande interpretazione. Si cambia completamente registro in tutti i sensi con “Vacant” un pezzo melodico e malinconico di appena tre minuti che si appoggia quasi solo sulle tastiere di Rudess e La vode di Labrie. Il pezzo scritto dal vocalist canadese ripercorre le preoccupazioni e l’angoscia di Labrie per l’improvviso e imprevisto coma in cui cadde la figlia piccola a quei tempi. Un pezzo molto triste e molto breve totalmente diverso dal resto che sfocia in “Stream Of Consciousness” il brano strumentale più lungo ad oggi mai scritto dai Dream Theater con i suoi undici minuti di durata. Se questo disco è spesso molto dibattuto “Stream” è uno di quei pezzi dove i fan della band sembrano tutti essere d’accordo nell’esaltare il brano in questione e non sarò io ovviamente a smentirli o andargli contro. “Stream Of Consciousness” è un pezzo molto riuscito che si apre con del riff di chitarra semplici prima che la struttura del pezzo diventi mano mano più complessa e si arrivi a delle parti solistiche tra Petrucci e Rudess di altissimo livello prima che il riff portante venga ripreso dal basso di John Myung. Benchè reputi “Stream” un gran pezzo non lo ritengo tra le migliori strumentali dei Dream Theater, continuando a preferire brani come “The Dance Of Eternity”, “Overture 1928”, “Erotomania” e “Hell’s Kitchen”. Questo forse perché in alcune parti lo trovo eccessivamente prolisso ma i suoi momenti eccellenti li ha eccome. “In The Name Of God” chiude il disco in maniera per il sottoscritto convincente solo per metà. Adoro il groove portante della canzone (molto più riuscito rispetto a quello di “As I Am”) e ancora una volta in questo pezzo trovo tanti ottimi momenti che vengono affossati da una eccessiva prolissità che riflettendoci bene è forse il difetto maggiore di questo disco in alcune sezioni. Effettivamente quattordici minuti per una canzone che gioca sull’impatto del riff e sul groove come aspetto primario è un pochino troppo. In particolare la parte che trovo più sofferente della canzone è il finale iper tecnico e iper virtuoso che nel contesto di un brano così ci azzecca poco e per la verità non mi ha mai preso nella sua totalità al contrario di quasi tutti gli altri momenti solistici di questo disco che io reputo veramente eccellenti. Ho l’impressione che per la prima volta si cada un pochino nell’autocompiacimento senza che questi virtuosismi offrano qualcosa in più a servizio del brano nella sua completezza. Detto questo, anche “In The Name Of God” è un brano che il teatro del sogno porta spesso e volentieri live. Per concludere “Train Of Thought” marca un cambio stilistico (momentaneo) verso sonorità più heavy e oscure per i Dream Theater, per un disco ben riuscito ma con qualche piccolo difetto qua e là. Senza dubbio chi ama la musica tecnica e la pesantezza sonora non può prescindere dall’ascoltare questo lavoro che pur nella sua discontinuità presenta dei momenti di altissimo livello da cui colgo qualcosa di nuovo ad ogni nuovo ascolto e che dopo quindici anni continuano ad esaltarmi.

VOTO: 7,5/10

Tracklist:

  1. As I Am
  2. This Dying Soul
  3. Endless Sacrifice
  4. Honour Thy Father
  5. Vacant
  6. Stream Of Consciousness
  7. In The Name Of God

Dream Theater lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitar
  • John Myung – Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Portnoy – Drums