DREAM THEATER – The story ends where it begins


DREAM THEATER – “Octavarium”
• (2005  – Atlantic Records) •

La chiusura di un cerchio, la ciclicità delle cose, la riflessione sui primi vent’anni di carriera appena trascorsi… sembra quasi che “Octavarium” decreti la fine di un percorso per i Dream Theater e l’inizio di una nuova era. L’ottavo album della band è un’opera ambiziosa, forse tra le più ambiziose che il teatro del sogno abbia mai concepito fino a quel momento. La ricchezza e la complessità musicale di questo album è incredibile e il numero di citazioni, chiavi di lettura dei testi, collegamenti, e sorprese all’interno di esso è un qualche cosa di straordinario e straordinariamente ben fatto, ma che risulta talmente ricco che non basterà la mia recensione per spiegarvi tutto ciò che c’è dietro questa “specie” di concept album (“specie” in quanto non può essere classificato come un “classico” concept album). Già dalla bellissima copertina pregna di significato, molto si può capire del messaggio della band; su di essa è raffigurata un pendolo di Newton composto come sempre da un certo numero di sfere che collidono tra di loro dove l’ultima di queste sfere ha inciso su di essa il logo della band. Questo sistema in fisica viene usato per illustrare la legge della conservazione della quantità di moto e dell’energia (in questo caso parliamo di urti elastici), ma non essendo qui per farvi un corso di scienza mi soffermerò solamente sull’aspetto metaforico che questo sistema ha nell’universo dei Dream Theater secondo il sottoscritto; la prima sfera con il logo della band che collide sulla seconda e la seconda che collide sulla terza e la terza sulla quarta ecc.. è un modo per simboleggiare come la band abbia influenzato musicalmente un’intera generazione di musicisti prog dopo di essa e di come queste stesse band poi finiscono per essere a loro volta un’influenza per i Dream Theater stessi dato che le sfere tornano indietro per colpire nuovamente la prima sfera col logo della band. È tutto un dare e ricevere che non porta perdite di “energie” ( proprio come nel modello delle sfere di Newton) perché tutto ciò che i Dream Theater hanno seminato è poi tornato indietro, ed è qui il primo luogo dove troviamo quell’aspetto  della ciclicità della cose che è il fulcro del concept di “Octavarium”. D’altronde mai come in questo album i Dream Theater pagano un omaggio a tutte le band degli anni 70’ e non solo che li hanno influenzati (ma questo lo analizzeremo meglio nella title-track finale). Ma nella musica di “Octavarium” c’è anche tanto del Rock più moderno di inizio degli anni 2000 (vedi  i Muse ) che ha influenzato la proposta musicale dei Dream Theater per la stesura di questo disco. L’album rappresenta una chiusura del cerchio in quanto chiude quel ciclo di dischi che vanno da “Six Degrees Of Inner Turbulence” ad “Octavarium” che iniziavano con la stessa identica nota con cui finiva il precedente disco (fateci caso se ascoltate i dischi di seguito). L’album “Octavarium” inizia con la stessa nota con cui finiva “In The Name Of God” (l’ultimo brano di “Train Of Thought”) ma stavolta finisce anche con la medesima nota (avendo quindi una sorta di effetto loop) non continuando questo trend nel seguente disco “Systematic Chaos”). È anche da notare anche che la tracklist di “Six Degrees” era composta da sei brani, “Train Of Thought” da sette e “Octavarium” ovviamente da otto, interrompendo anche qui questa brave serie numerica che non continuerà nel prossimo “Systematic Chaos”. Altra chicca da segnalare è che ogni traccia è basata su una nota naturale; quindi per esempio il primo brano “The Root Of All Evil” è in “fa” il seguente brano in “sol” e cosi via mentre l’ultimo e ottavo brano del platter “Octavarium” è di nuovo in “fa” ricollegandosi anche qui al concetto di ciclicità. Dopo questa doverosa premessa com’è a tutti gli effetti la musica incisa su “Octavarium”? il disco parte con la già menzionata “The Root Of All Evil” (da notare che “root” in inglese ha anche il significato di una nota dominante di un accordo) che prosegue con la serie di canzoni basate sul programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi dove Mike Portnoy affronta nuovamente i fantasmi della sua dipendenza dall’alcool come una sorta di processo terapeutico. Quindi dopo “The Glass Prison” e “This Dying Soul” (contenute in “Six Degrees Of Inner Turbulence” e “Train Of Thought”) eccoci con il terzo capitolo (o anche il sesto e settimo passo del programma) che porta alla consapevolezza che il miglioramento dell’individuo è contemplabile solo affrontando situazioni di malessere da cui per forza di cose bisogna tirarsi fuori. “The Root Of All Evil” è un gran pezzo che vede i Dream Theater cimentarsi in un brano molto diretto e con un riff di stampo quasi hard rock che per la verità mi ha sempre ricordato quello di “Slither” dei Velvet Revolver. È un brano non eccessivamente complesso ma risulta comunque incredibilmente trascinante e per quanto mi riguarda, escludendo la monumentale title-track che si colloca su un olimpo musicale irraggiungibile, è uno dei brani più riusciti dell’album. “Root” si contrappone a buona parte del resto dell’album in quanto risulta essere un pezzo aggressivo in un disco dove invece è la melodia la principale dominatrice. Dopo un album incredibilmente oscuro e pesante come “Train Of Thought”, “Octavarium” ritrova quella propensione melodica che avevamo avuto in album quali “Scenes From A Memory” e questo è chiaro già dalla successiva ballad “The Answer Lies Within”, un discreto brano ma niente a che vedere con gli altri magnifici pezzi lenti del gruppo. Come avevamo già accennato prima questo disco è un tributo a quelle band degli anni 70’ che tanto sono state importanti nella definizione del sound dei Dream Theater e questo tributo lo troveremo nella suite finale “Octavarium”, mentre buona parte degli altri brani ha un andamento molto lontano dall’incredibile complessità della title-track con tanti brani diretti influenzati da band Rock più moderne quali per esempio i Muse; la band inglese infatti aveva pubblicato nel 2003, appena due anni prima della release di “Octavarium”, “Absolution” un disco che è diventato un classico del Rock degli anni 2000 e di cui i tutti i membri dei Dream Theater ne erano dichiaratamente grandi fan. Questo apprezzamento per il sound di quell’album è evidente in tracce come “Never Enough” che suona inconfondibilmente Muse, e anche parzialmente in “Panic Attack”, un piccolo gioiello musicale di pesantezza e intensità sonora mai replicate in questo disco la cui traccia viene introdotta da una linea di basso al cardiopalma di John Myung prima che le la chitarra di Petrucci e la batteria di Portnoy assaltino l’ascoltatore. La timbrica leggermente filtrata di Labrie e il suo approccio vocale specialmente nel ritornello fa tornare ancora una volta ai Muse di “Absolution”, ma la pesantezza irrefrenabile di questo brano è prettamente Metal e non ha nulla a che vedere con la band inglese. In ogni caso assolutamente esaltante. “I Walk Beside You” in contrapposizione a quest’ultima è un brano puramente Pop- Rock che richiama per certi versi gli U2 risultando però, nonostante un Labrie sempre perfetto e a suo agio su queste tonalità, un brano di seconda fascia che ha ben poco di esaltante.  In un disco che title-track e “Sacrificed Sons” a parte ha un sound che è lontano dal trademark “Dream Theater” esplorando spesso e volentieri territori più moderni e più vicini al Rock che al Metal “These Walls” è un’altra testimonianza di questo sound stavolta però con un pezzo ben riuscito dove i muri di cui parla John Petrucci, autore del testo, sono anche quelli di cui parla Roger Waters nello storico concept album dei Pink Floyd “The Wall”; i muri che abbiamo nella nostra mente, che ci limitano nel nostro rapporto con gli altri e con la vita. Quei muri che dobbiamo necessariamente abbattere per renderci veramente liberi.  “Sacrificed Sons” ancora una volta si distacca in parte dal resto dell’album con delle sonorità semi-orchestrali e delle voci narrate in stile “The Great Debate” che ci riportano proprio a “Six Degrees Of Inner Turbulence”. È un pezzo molto epico e grandioso ma allo stesso tempo malinconico che parla di politica e di terrorismo, dove le voci narrate ci riportano ai tristi eventi dell’11 settembre del 2001 e all’attentato alle torri gemelle, per un brano che vuole essere come un omaggio ai “Figli Sacrificati” di quell’attacco. Se per una prima parte il pezzo risulta essere molto quieto ecco che nella seconda metà troviamo il primo grandissimo momento dell’album fatto di duelli solistici in pieno stile Dream Theater tra Petrucci e Rudess prima che nell’ultima parte del brano si fa viva la chitarra piuttosto aggressiva di Petrucci con un riff sostenuto e incalzante e prima che la melodia torni ad essere nuovamente il fulcro del brano sulle belle tonalità di Labrie e che una nuova jam session finale chiuda il pezzo più tipicamente Dream Theater dei primi sette brani del disco e anche uno dei più riusciti. Se il disco si chiudesse così sarebbe già un album con un buon minutaggio (cinquantuno minuti fin ora), vario e completo, che potrebbe reggersi solidamente sulle sue gambe dal punto di vista musicale ( per quanto riguarda il concept invece le otto traccie e la chiusura della title-track sono fondamentali), ma la band americana è pronta ad offrirci come traccia conclusiva del disco quello che forse è il punto più alto della loro discografia; difatti i ventiquattro minuti di “Octavarium” si collocano nell’olimpo della perfezione dreamtheateriana assieme a brani come “Metropolis pt.1” e “A Change Of Seasons” e credo che la parola esaltante non sia sufficiente per descrivere quest’odissea musicale che viaggia su vette di ispirazione talmente elevate che da qui in poi i Dream Theater non le hanno mai sapute replicare a questi livelli. Il pezzo è diviso in cinque movimenti e si apre son una lap steel guitar su un tappeto di continuum su cui poi viene successivamente appoggiata un’acustica e la voce di James Labrie per un brano che parte con delle atmosferiche molto sognanti, quasi psichedeliche che riportano in mente i Pink Floyd di “Shine On You Crazy Diamond”. Nel secondo movimento (Medicate) sono il basso di Myung e i pattern creativi di Pornoy alla batteria a salire in cattedra per un brano che continua ad essere sognante e leggero fino a circa il minuto dodici (ossia sino esattamente a metà brano) dove il pezzo acquisisce dinamicità e si viene introdotti a quella che per il sottoscritto è la sezione strumentale più bella in assoluto della storia dei Dream Theater e anche il momento musicale più alto della loro intera carriera. I quattro musicisti danno il meglio di loro stessi in ogni ambito con i protagonisti che stavolta diventano Petrucci e Rudess che ci deliziano con degli assoli di tastiera e chitarra incredibilmente memorabili. Il terzo movimento “Full Circle” ci riporta la voce di Labrie in una delle sezioni più particolari dell’intera carriera della band, dove il testo del brano è quasi unicamente composto da citazione di testi, titoli di brani o artisti che hanno influenzato i Dream Theater nella loro carriera ed è questa la parte dell’omaggio di cui parlavo ad inizio recensione. Vi faccio un esempio con il secondo verso che recita:

“Flying off the handle be careful with
That axe Eugene gene the dance machine
Messiah light my fire gabba gabba
Hey hey my my generation’s home again”

“Careful With That Axe Eugene” è un pezzo dei Pink Floyd, “Gene Gene The Dance Machine” è stato un personaggio della tv degli anni 70-80, “Machine Messiah” è una canzone degli Yes, “Light My Fire” un pezzo dei “The Doors”, “Gabba Gabba Hey” è un riferimento ai Ramones, mentre “My Generation” è un celebre brano dei “The Who” e forse c’è anche qualche altra citazione che la mia cultura musicale ancora non mi permette di cogliere!
Il successivo movimento “Intervals” è forse l’apice dell’apice compositivamente e musicalmente parlando dell’opera, con Labrie che recita i numeri dall’uno all’otto, ognuno dei quali è riferito ai corrispettivi brani della tracklist dell’album aggiungendo dopo ognuno di questi una frase che riassume il senso si quel determinato pezzo (esempio:  ONE-“ Our deadly sins feel his mortal wrath, remove all obstacles from our path” riferita al primo brano the “The Root Of All Evil”, TWO- “asking questions serch for clues, the answer’s been right infront of you” riferita al secondo brano “The Answer Lies Within” ecc…) ma che presi insieme sono come un filo conduttore che ci portano per mano attraverso il ciclo della vita di un essere umano con la realizzazione finale che passo dopo passo nonostante cerchiamo di controllare la nostra vita e il nostro destino, quando iniziamo a viverlo ed è già troppo tardi. La musica è un crescendo di pesantezza che sfocia in un furioso Labrie che urla per quattro volte di fila il verso “TRAPPED INSIDE THIS OCTAVARIUM” mentre le sonorità esplodono nel movimento finale “Razor’s Edge”, una sezione quasi unicamente strumentale, ancora una volta molto sognante che ci porta alla conclusione tematica dell’album: “we move in circles, balanced all the while on a gleaming razor’s edge, a perfect sphere colliding with our fate, the story ends where it begins”. Ricompare la chitarra di Petrucci con uno dei suoi migliori assoli di sempre, melodico e carico di pathos che ci accompagnano in un altra dimensione sonora, un altro universo alla ricerca di quella continua perfezione che di cui i Dream Theater parlano proprio sul finale the “Razor’s Edge” che ironicamente è quella perfezione che hanno raggiunto con questa mastodontica suite finale. Il cerchio si chiude le ultime note di “Octavarium” ci riportano all’inizio dell’opera per un disco che è concettualmente straordinario e straordinariamente ambizioso con una diversità e una ricchezza sonora mai eguagliata in nessun altro album del teatro del sogno sballottolandoci qua e la tra canzoni di facile presa, ballad, pezzi pesantissimi e carichi di groove, pezzi epici e una suite finale che vale da solo il prezzo del biglietto. “Octavarium” non è di certo il lavoro migliore dei Dream Theater perché contiene qualche passaggio a vuoto nella sua tracklist che comunque è molto solida e in ogni caso rimane un disco molto molto riuscito che da un’idea dello spettro sonoro incredibilmente vasto del gruppo e potrebbe, e ha anche il merito, di permettere di far avvicinare alla band grazie a pezzi più accessibili come “These Walls”, “I Walk Beside You” o “The Answer Lies Within” delle persone non necessariamente fan della musica progressive che poi magari lo diventeranno in futuro cosa che effettivamente successe nell’anno della sua uscita ossia il 2005, e una di quelle persone, neanche a dirlo, fui io. Un altro grande album da aggiungere alla discografia dei questa grandiosa band.

VOTO: 8/10

Tracklist:

  1. The Root Of All Evil
  2. The Answer Lies Within
  3. These Walls
  4. I Walk Beside You
  5. Panic Attack
  6. Never Enough
  7. Sacrificed Sons
  8. Octavarium

Dream Theater lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitar
  • John Myung– Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Portnoy – Drums