DREAM THEATER – Il risveglio dei giganti


DREAM THEATER – “A View From The Top Of The World”
• (2021 – InsideOut Music) •

Puntuali come un orologio svizzero in questo 2021, a dieci anni esatti dall’entrata nella band del batterista Mike Mangini e a due anni e mezzo di distanza dall’ultimo full-lenght “Distance Over Time”, la band prog metal americana più famosa di sempre si accinge a rilasciare sul mercato il loro quindicesimo album in studio (il quinto con Mangini dietro le pelli), per una carriera che vanta una costanza nelle uscite discografica invidiabile.

Come ha spiegato esaustivamente la band, la pandemia ha accelerato il processo di creazione e i piani per questo nuovo disco, la cui scrittura sarebbe stata altrimenti posticipata di qualche anno e, a conti fatti, “A View From The Top Of The World” vuole essere in qualche modo una reazione all’ultimo capitolo discografico “Distance Over Time”; in quel caso il five-piece newyorkese aveva scelto di provare a scrivere un album con canzoni più brevi e con un formato più “classico” che è stato poi il risultato effettivo in un disco che vedeva appena due pezzi sfiorare i nove minuti.

Stavolta, dopo un concept album composto da tanti brani brevi (“The Astonishing” del 2016) ed un album compatto come “Distance Over Time”, la band di Petrucci & Co. ha scelto di andare a briglia sciolta, senza restrizioni ne regole, facendosi spingere solamente dalla creatività per la gioia dei prog metal fan più incalliti come il sottoscritto, che hanno goduto non poco nel vedere una tracklist composta finalmente da pezzi molto lunghi con addirittura un brano da venti minuti che non si vedeva dai tempi di “Illumination Theory” del 2014.

Un altro elemento che mi ha fatto davvero ben sperare è la bellissima copertina che, personalmente, mi ricorda moltissimo come immaginario e scelta di colori i classici della musica progressive anni settanta (pensate alle copertine degli album degli Yes per esempio come “Tales From The Topographic Ocean”).

Ed in effetti ,“A View From The Top Of The World” mantiene le promesse e risulta essere uno degli album più sperimentali, articolati e progressivi composti dalla band da almeno una decade (per la precisione dal debutto di Mangini con “A Dramatic Turno Of Events” ), prendendo però in prestito vari elementi sonori dagli album appena precedenti.

Innanzitutto la grandiosità e l’approccio sifonico dell’album richiama decisamente lavori quali l’omonimo del 2014 e “The Astonishing” ; Rudess, come al solito, esegue un gran lavoro alle tastiere per rendere il disco a tratti cinematico e sinfonico e a tratti barocco (come nella titletrack che chiude l’album). La cosa interessante però, è che l’album risulta essere allo stesso tempo anche carico di groove e di riff oscuri e aggressivi, un pochino come accadde nel precedente album il cui approccio chitarristico non è stato dimenticato da parte di John Petrucci che per questo nuovo platter si avvale addirittura di una otto (!!!) corde.

La produzione rimane quella incredibilmente cristallina e pulita del disco precedente, mentre un plauso va doverosamente fatto ad Andi Sneap per aver mixato il disco alla grande, rendendo finalmente udibile il basso di John Myung che era da tempo che non si sentiva così presente nel mix finale, rendendo quest’ultimo un elemento vincente per quanto riguarda l’aspetto del “groove” del disco di cui parlavo prima.

Per finire c’è  il lato virtuoso e solistico che in questo album vede Rudess e Petrucci esprimersi in assoli iper-tecnici e veloci ed in generale vede la band avventurarsi in sezioni strumentali davvero ricche ed elaborate. Ma andiamo bene ad analizzare il lavoro di ogni singolo componente del gruppo partendo dai quelli che da ormai molto tempo sono i pilastri sul quale viene costruito e composto il castello sonoro dei Dream Theater, ossia Petrucci e Rudess; John in questo album ha il suo solito approccio e suono chitarristico che rimane inconfondibile e unico.

Il suono della sua sei, sette e otto corde rimane un marchio di fabbrica sia nel sound cristallino e perfetto dei suoni assoli più melodici e “gilmouriani” (come quelli presenti dell’opener “The Alien” per esempio) , sia nelle parti chitarristiche iper-veloci che nei riff, dove personalmente trovo che in questo album sia davvero riuscito ad ottenere il meglio di se, riuscendo quasi sempre macinare accordi trascinanti, aggressivi e robusti, un pochino nella vena di album quali “Train Of Thought” , “Systematic Chaos” o l’ultimo “Distance Over Time”.

È chiaro che il nostro John dopo un anno e mezzo passato in studio tra disco solista, album dei Liquid Tension Experiment e quest’ultimo targato Dream Theater si trova in uno stato mentale ancora creativo e seppur trovo che in questo ciclo di album le idee migliori a livello di chitarra rimangono sul disco solita e su quello dei LTE non si può negare che oggi, forse ancor più di vent’anni fa, John rimane la colonna portante numero uno della band.

Bisogna anche prendere atto che ormai dopo quindici dischi in studio il mestiere si sente molto nelle sue parti che non saranno più geniali e immortali come quelle presenti nei classici della band e i fan più incalliti come il sottoscritto riusciranno a ritrovare molti parallelismi con sezioni di vecchi brani, ma nonostante questa sensazione di deja-vu, i risultati rimangono comunque soddisfacenti e accontenteranno di certo il fan medio.

Passando A Jordan Rudess, trovo che come sempre ed in particolare in questo album, Jordan continui ad essere il fiore all’occhiello di questa band; un tastierista dalle capacità tecniche mostruose che in questo platter si addentra in virtuosismi e sezioni molto classicamente progressive, altre più sinfoniche e pompose, altre totalmente sperimentali, altre ancora, come quelle più classicamente “da pianoforte” presenti in “Transcending Time”, di una bellezza e raffinatezza unica.

In un disco molto keyboard- oriented come questo, Jordan brilla come sempre di luce propria. Passiamo ora alla sezione ritmica; come detto il basso di  John Myung è estremamente presente nel mix e risulta essere un collante e allo stesso tempo una fonte di groove preziosissima nella band. Mangini, che il sottoscritto non ha mai apprezzato quanto il suo illustre predecessore in quanto nonostante la sua mostruosità tecnica mi risulta essere un pelino più “quadrato” e meno fantasioso di Portnoy (almeno per quanto mi riguarda), in questo album stupisce.

Credo davvero che questa sia la sua miglior performance in un disco dei Dream Theater, grazie al suo drumming stavolta davvero creativo e fantasioso, fatto si fill di batteria da applausi e sezioni sempre innovative e entusiasmanti. Insomma una sezione ritmica così la vorrebbe qualsiasi band al mondo. Ma ora purtroppo passiamo alla parte leggermente meno rosea, che ormai è da diversi anni una costante nella band newyorkese, ossia il vocalist James Labrie; James purtroppo è in una parabola discendente da una quindicina di anni e in questo disco trovo il suono della sua voce spesso troppo nasale e in modesta difficoltà sulle parti più alte (che comunque non sono molte).

È anche da aggiungere il fatto che secondo me, apparte per qualche rara eccezione, le linee vocali di questo lavoro siano la parte più debole del lotto, con poche melodie davvero belle e degne di nota dal punto di vista vocale. Mi rendo conto che dopo tutti questi anni risulta sempre più difficile trovare delle melodie vocali nuove che facciano breccia nel cuore degli ascoltatori ma trovo questo disco particolarmente carente da quel punto di vista.

Il Labrie espressivo ed emozionale la cui voce ci ha colpito al cuore come accadeva fino ai tempi non troppo lontani di “Black Clouds & Silver Linings” sono un lontano ricordo e anche lui si adatta con mestiere ai suoi limiti riuscendo comunque a strappare una sufficienza per quanto mi riguarda da quel punto di vista.

Passando ai brani “A View From The Top Of The World” risulta essere nella sua quasi interezza un disco estremamente complesso, intricato , progressivo e ricco di varie sfumature. L’unico brano che potrebbe discostarsi da questa descrizione è il singolo “Invisible Monster”, unico pezzo del lotto ad avere una durata più ridotta e con una struttura leggermente più somigliante a una canzone “classica”.

Questo brano è stato volutamente scritto dalla band come un pezzo che potesse in qualche modo completare il disco, dando ai fan un qualcosa di più fruibile che anche a livello promozionale non è di certo una scelta insensata. Il brano si accentra attorno ad una melodia che viene ripresa più volte dalla voce e dalla chitarra e che risulta essere piuttosto orecchiabile e memorizzabile ma con allo stesso tempo un retrogusto oscuro e opprimente.

Il “mostro invisibile” di cui parla il brano in effetti risiede proprio in tutte quella patologie psicologiche che risiedono nella mente dell’essere umano e che lo assalgono nella propria vita quotidiana in molti casi. Il pezzo è sicuramente discreto oltre che funzionare nell’economia dell’album, certo che da ormai parecchio tempo è abbastanza risaputo che i singoli non sono di certo il punto forte di un platter dei Dream Theater.

L’album parte con “The Alien” che con il suo suono metallico e spaziale ricorda un pochino le atmosfere di “Pale Blue Dot” dal precedente album. Questo brano è la summa del buono e del meno buono che c’è in questo disco; i riff di Petrucci suonano possenti e trascinanti , Mangini alla batteria è in stato di grazie mentre James ci regala alcune delle migliori linee vocali dell’album specialmente sul finale.

Dall’altro lato, tante di queste soluzioni hanno un che di già sentito e richiamano in parte altre sezioni di vecchi brani dei Dream (la sezione melodica di Petrucci all’inizio dell’album per esempio mi ricorda vagamente la stessa soluzione sonora e una melodia simile utilizzata nel brano “In The Presence Of Enemis pt.1” Da “Systematic Chaos”) e in generale il brano scorre via molto piacevolmente senza essere allo stesso tempo nulla di trascendentale.

In contrapposizione al suono “metallico” di “The Alien”, più in la nella tracklist troviamo la ariosa e frizzante “Transcending Time”, per chi scrive il brano più riuscito del lotto grazie alla sua leggerezza e spensieratezza contagiosa che mi ricorda un pochino nei toni “About to Crash” e “Solitary Shell” (anche se lì le tematiche erano molto serie) da “Six Degrees Of Inner Turbulence”. Un plauso doveroso in questo pezzo va a Rudess che nella sua esplorazione di suoni sempre nuovi e interessanti e nel suo break di pianoforte sul finale ci regala delle belle emozioni, così come Labrie, sempre a suo agio nel cantato più melodico che stavolta ci regala delle linee vocali emozionanti e degne di nota.

Il secondo brano del platter “Answering The Call” è per chi scrive un pochino un’occasione mancata dato che nonostante il pezzo sia dotato di riff e sezioni musicali davvero valide esse vengono affossate però da delle linee vocali non proprio entusiasmanti e prive di mordenti che alla lunga trascinano il brano faticosamente fino alla fine nonostante i bei  momenti che il brano comunque possiede tra cui un’incredibile sezione solista tra Petrucci e Rudess.

“Awaken The Master” è un altro dei brani che reputo tra i miei preferiti e molto si deve all’ottimo riffing di Petrucci alla sua otto corde, oscuro e incalzante e quel contrasto più luminoso e leggero dato dalle tastiere di Rudess. Questo pezzo probabilmente risulta essere la parentesi più heavy del disco anche se non mancano delle bellissime aperture melodiche. Da notare proprio la sezione strumentale di circa tre /quattro minuti che apre il pezzo che risulta davvero vincente.

Il chorus di Labrie ha un che di epico e drammatico allo stesso tempo, mentre la contrapposizione tra il groove del brano offerto dalla chitarra di Petrucci e la sezione ritmica del duo Mangini – Myung, contrastato appunto, con le melodie grandiose di Rudess è il fattore determinante nel successo del pezzo. L’ennesima “mini- suite” dell’album con i suoi dieci minuti abbondanti è “Sleeping Giant” che fondamentalmente ci offre altri ottimi riff da Parte di Petrucci e ancora una volta delle atmosfere sinfoniche e a tratti cinematografiche da parte di Rudess.

Ma il brano che tutti aspettavamo con ansia è sicuramente la title-track dell’album che con i suoi venti minuti prova a incantarci come avevano fatto ai tempi suite meravigliose come “Ocatvarium” e “A Change Of Seasons”. Il suddetto brano è la summa di ciò che abbiamo trovato in questo disco con le sue atmosfere sinfoniche  (come nell’apertura del brano), quasi cinematografiche e hollywoodiane che per alcuni momenti ci hanno riportato diretti verso album quali “The Astonishing”, mentre quella specie di “marcia” dettata dalla batteria all’inizio del pezzo sembra voler riecheggiare le memorie di “Overture 1928” da “Scenes From A Memory”.

Si tratta ovviamente di un brano con molteplici parti, alcune molto creative altre molto più nello standard della band. Ovviamente le sezioni solistiche al suo interno si sprecano e se è vero che il pezzo scorre in maniera interessante con alcuni lampi di ottima fattura come quella sezione chitarristica velocissima da parte di Petrucci prima di sfociare nel break melodico del brano nella sua sezione centrale, è anche vero che i fasti delle due mega suite citate prima sono lontane.

In sintesi  questo “A View From The Top” of the world ci riporta il five-piece newyorkese con una rinata voglia di riscoprire il proprio lato più progressive, con una band che stavolta si approccia alle nuove composizioni a “a briglia sciolta” senza restrizioni o paletti e facendosi trascinare solamente dal proprio istinto compositivo.

L’album ha tanti pregi a partire dalla produzione e il mixaggio, passando per le sempre ottime prestazioni dei singoli musicisti in particolare di Mangini che dietro le pelli suona dinamico e creativo come non mai, ma che dall’altra parte possiede anche qualche difetto in particolare quello di un songwriting non sempre brillante e delle linee vocali che non sempre lasciano il segno.

Se siete fan dei Dream Theater ed in particolare del lato più tecnico, avventuroso e progressivo della band,  allora questo album vi soddisferà, ma se questo gruppo non lo avete mai sopportato  di certo non sarà questo disco a farvelo rivalutare.

VOTO: 7/10

Tracklist:

  1. The Alien
  2. Answering The Call
  3. Invisible Monster
  4. Sleeping Giant
  5. Transcending Time
  6. Awaken The Monster
  7. A View From The Top Of The World

Dream Theater lineup:

  • James LaBrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitars
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • John Myung – Bass
  • Mike Mangini – Drums