DREAM THEATER: progressioni oltre lo spazio e il tempo


DREAM THEATER
– Distance Over Time
• (2019 – InsideOut ) •

Puntuali, dopo circa due anni e mezzo dal tanto discusso “The Astonishing”, il Teatro del Sogno torna con una nuova uscita discografica. Inutile dire quanto sia stato curioso ed eccitato nel mettere le mani in anteprima sul nuovo disco di una delle band che più mi ha ispirato e allo stesso tempo forgiato i miei gusti musicali nel corso degli ultimi dodici e passa anni, mostrandomi la bellezza della musica sotto una prospettiva nuova e diversa e in qualche modo segnando inevitabilmente il mio percorso ed i miei apprezzamenti musicali da li in poi. Perché i Dream Theater sono una di quelle band davanti a cui è difficile rimanere indifferenti, o si amano o si odiano, ma allo stesso tempo è anche impossibile negare l’impatto che hanno avuto pietre miliari come “Images & Words”, “Awake” o “Scenes From A Memory” per tutta la scena Progressive Metal e non solo.
Dopo una specie di “Rock Opera” come fu “The Astonishing” quando è stato annunciato questo nuovo disco sinceramente mi sarei aspettato un “Train Of Thought” parte 2, con riff pesanti e oscuri, pezzi lunghi, intricati e cervellotici per andare in controtendenza al precedente lavoro. In realtà quello che ci troviamo difronte è un disco tipicamente Dream Theater degli anni duemila. Abbiamo infatti un paio di pezzi di lunga durata e ripieni di parti strumentali funamboliche e ipertecniche (“At Wit’s End”e “Pale Blue Dot”), dei singoli dal riffing più immediato (“Fall Into The Light”), delle escursioni in territori più moderni (“Paralyzed”e “Room 137”), una ballad (“Out Of Reach”) e un pezzo dal sapore più classicamente progressive (“Barstool Warrior”). Scordatevi però le orchestrazioni di “Six Degrees Of Inner Turbulence” o la pomposità di brani come “Illumination Theory” o “Octavarium”; il disco benché molto intricato e complesso rimane allo stesso tempo piuttosto diretto con un mood a tratti malinconico a tratti positivo ma senza entrare quasi mai nelle atmosfere più “oscure” e “claustrofobiche” del già menzionato “Train Of Thought”( da notare le virgolette assolutamente d’obbligo sulle parole “oscure” e “claustrofobiche” in quanto stiamo comunque parlando di un disco dei Dream Theater e non degli Emperor!). Detto questo l’album è stato per la prima volta composto con tutta la band in studio assieme, senza avere del materiale preregistrato, in un ambiente a detto del gruppo molto disteso e rilassato tra un barbecue e una jam session. E dal punto di vista della produzione questo disco suona bene; il mix è quasi perfetto e ogni strumento si sente come dovrebbe (oddio forse il basso di Myung potrebbe essere stato messo in risalto un pochino di più!) e non si ha l’idea di avere un suono ne plasticoso ne iperprodotto. Addentrandoci però sulla qualità del songwriting tocchiamo ahimè la nota dolente per un disco che purtroppo dopo parecchi ascolti non decolla. Il problema principale sta in qualche pezzo di troppo davvero mediocre messo in scaletta. È il caso dei primi due pezzi dell’album “Untethered Angel” e “Paralyzed” che purtroppo aprono il lavoro come peggio non si potrebbe. Il primo inizia con un pregevole arpeggio di chitarra da parte di Petrucci prima di tuffarsi a capofitto in dei riff serrati in cui fa capolino la voce di Labrie la cui ugola in questo disco la troviamo spesso e volentieri “filtrata” da vari effetti probabilmente per nascondere i limiti del vocalist che trovo sempre più evidenti specialmente nelle note alte. Al contrario, quando si va più sul melodico ecco che James offre il meglio di se come dimostra il precedente “The Astonishing” in cui dal punto di vista vocale James era tornato ad emozionarmi come non faceva da tempo. In ogni caso anche musicalmente il pezzo è di una pochezza preoccupante. È tipicamente Dream Theater ma non aggiunge assolutamente nulla a quanto sentito negli ultimi album. Di questo pezzo salvo solo il videoclip che vede la band in studio mentre registra il brano e ci fa immergere in parte nel clima che si respirava durante la registrazione del disco, ma soprattutto è sempre un immenso piacere vedere questi quattro incredibili musicisti suonare insieme! “Paralyzed” è uno dei pezzi dal sound più moderno del lotto ma decisamente non migliora le cose. Il terzo singolo dell’album parte con un riff lento e cupo da parte di Petrucci e rimane su sonorità piuttosto dark per un pezzo che come il precedente parla di paure e fobie. Ma se in questo caso si parla di fobie portate all’estremo in “Untethered Angel”, a seconda di Petrucci, si parla della paura che lui vede specialmente nella gioventù di oggi; la paura di condurre le proprie vite in una certa direzione, la paura di essere giudicati e la paura di non valere abbastanza… In ogni caso tornando a “Paralyzed”, bello i break centrale con tanto di arpeggio e percussioni che suonano come una lancetta che scandisce i secondi di un orologio prima che Petrucci entri in scena con un suo assolo. “Fall Into The Light” risolleva un disco partito in maniera zoppicante con il suoi riffing molto “Metallica style” dove il ritmo incalzante viene contornato da un buon lavoro alle tastiere da parte di Jordan Rudess. Il ritornello un tantino smielato e banalotto è il punto debole della canzone che altrimenti si sorregge tra una basa sonora che potrebbe essere un misto tra i Metallica e i Genesis. Anche qui c’è un break centrale con tanto di arpeggio di Petrucci che in seguito ci offre uno degli assoli melodici meglio riusciti del disco. Verso la fine si torna a sentire qualche riff roccioso per poi riaccelerare drasticamente sul finale che mette in risalto anche un pregevole assolo di Rudess. Insomma un pezzo variegato e dalle molte atmosfere che sono sicuro verrà suonato live. “Barstool Warrior” è un altro buon pezzo con un apertura che ricorda vagamente quella di “Breaking All Illusions” (da “A Drammatic Turn Of Events” del 2011) con un mood che rimanda molto al prog settantiano dei Rush con quelle venature metalliche che sono un trademark del Teatro del Sogno . Labrie assolutamente a suo agio nell’approccio vocale più melodico riesce ad emozionare per un brano che trasuda malinconia e un velo di tristezza. Pregevole lo stacco di tastiera di Rudess ma soprattutto l’ennesimo ottimo assolo melodico di Petrucci che si conferma essere la vera colonna portante dei Dream Theater di oggi, a maggior ragione in un album come questo dove Rudess fa il suo buon compito ma senza offrirci nulla di memorabile, Labrie ha con i suoi limiti, Myung sempre una garanzia ma poco udibile e Mike Mangini perfetto ma senza quell’inventiva e genialità che contraddistingueva il compianto Mike Portnoy. E così arriviamo a “Room 137” prima vera e propria composizione lirica da parte di Mike Mangini all’interno della band. Il pezzo è contraddistinto da un riff portante insistito (in stile “As I Am”) che però è UGUALE al riff portante di “Drop Dead Cynical” degli Amaranthe (ascoltare per credere)…. La somiglianza è veramente incredibile! Il pezzo abbonda di voci filtrate ed è decisamente uno dei brani più particolari della trentennale carriera dei Dream Theater. Anche qui dopo numerosi ascolti la perplessità rimane. “S2N” (Signal/Noise ovvero Segnale/Rumore) è un brano cervellotico, complesso e martellante che non manca però da parte di Labrie di alcune buone aperture melodiche nel chorus e dell’ottimo groove nella parte finale del pezzo. Sicuramente uno dei pezzi più pesanti e incisivi del disco che farà felice chi ha amato album più pesanti come “Train of Thought”. “At Wit’s End” è per chi scrive una delle migliori composizione dell’album e con i suoi quasi 10 minuti di durata è il pezzo più lungo del platter. Il testo scritto da Labrie parla della violenza sulle donne e del trauma che la persona abusata si porterà dietro per tutta la vita anche nella relazioni, persino con il proprio compagno che difficilmente potrà capire il dolore provato dalla propria dolce metà e nonostante provi ad aiutarla spesso si trova ad imbattersi difronte a un muro di silenzio e di vergogna difficilmente superabile. Musicalmente Il suddetto è un pezzo complesso e intricato, pieno di tecnicismi ma allo stesso tempo con un velo di tristezza che lo circonda. Sul finale l’assolo di Petrucci si dissolve, ci sta qualche secondo di silenzio prima che riemergano dei suoni che appaiono distanti … quasi provenienti dall’aldilà… come se la persona in questione alla fine abbia deciso di porre fine alla propria agonia. Ma credo che il finale possa essere interpretato in vari modi. “Out Of Reach”, anche questa scritta da Labrie è la prima vera e propria ballad del disco, sorretta da delle belle melodie da parte di Rudess. Che dire un ascolto piacevole ma non trascendentale. Si chiude il disco standard con “Pale Blue Dot” il secondo pezzo del disco vicino ai dieci minuti che per quanto mi riguarda è il pezzo nettamente più convincente di questo platter. Scritta da Petrucci e ispirata dalle riflessioni di Carl Sagan sulla fugace esistenza dell’essere umano nel nostro pianeta terra così minuscolo e insignificante se paragonato alla vastità dell’universo (tanto da doverci far sentire più umili e rispettosi nei confronti di noi stessi e di quel “pallido puntino blu” che è la nostra casa), il pezzo brilla di luce propria e di una ispirazione compositiva notevole. Non stiamo di certo parlando di “Octavarium” o “ A Change Of Seasons” ma il pezzo risulta essere tra i meglio composti dell’era Mangini. Si parte con dei rumori spaziali prima che un incedere di riff incalzanti e delle parti atmosferiche di tastiere diano il via al pezzo. Rudess poi ci offre una delle migliori “scorribande” tastieristiche dell’intero platter fino a che l’incedere del brano si tinge con una tonalità alquanto cupa. Debbo dire che questo brano mi ha ricordato a tratti “Exist” lunga suite che chiude l’ultimo album degli Avenged Sevenfold; forse per le tematiche spaziali, forse per la struttura progressiva e i tecnicismi del brano, o forse per le atmosfere in ogni caso la mente mi ha subito portato a quel bellissimo pezzo. Per la prima volta Rudess con la sua tastiera suona in maniera meno canonica allo stile progressive ma giocando più sull’atmosfera. Dispiace solo che questo pezzo debba finire così presto. Nemmeno nove minuti quando un brano simile con così tante buone idee poteva essere stato sviluppato per farlo durare almeno qualche minuto in più. “Viper King” è il pezzo bonus dell’edizione deluxe e se prima vi avevo detto che “Room 137” era probabilmente uno dei pezzi più particolari che i nostri avessero mai composto beh… mi correggo… “Viper King” le batte tutte! “Deep Purple on acid”: ecco come potrei riassumere in poche parole questo pezzo!
Siamo alle conclusioni. Questo disco dei Dream Theater non è per chi scrive tra i migliori della band statunitense (nonostante alcune composizioni di pregevolissima fattura), tutt’altro. Come accade ormai dal periodo post “Train Of Thought” i nostri compongono album altalenanti nel vero senso della parola. In ogni platter qualche pezzo di enorme classe lo troviamo (penso alla title-track di “Octavarium”, “In The Presence Of Enemies” da “Systematic Chaos”, “The Best Of Times” da Black Clouds & Silver Linings”o “Breaking All Illusions” da “A Drammatic Turn Of Events” e così via), ma purtroppo manca sempre quella continuità che contraddistingueva i dischi dei Dream Theater nel periodo anni novanta/inizio duemila. Forse un break a livello compositivo (come suggeriva Portnoy una decina di anni fa prima della sua dipartita dalla band) potrebbe giovare piuttosto che far uscire un disco ogni 2 anni senza mai fermarsi.

VOTO: 6.5/10

Tracklist:

  1. Untethered Angel
  2. Paralyzed
  3. Fall Into The Light
  4. Barstool Warrior
  5. Room 137
  6. S2N
  7. At Wit’s End
  8. Out Of Reach
  9. Pale Blue Dot
  10. Viper King

Dream Theater lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitar
  • John Myung – Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Mangini – Drums