DREAM THEATER – nuovo millennio tra progressioni e turbolenze sonore


DREAM THEATER
“Six Degrees Of Inner Turbulence”
• (2002 – Electra Records) •

Cosa fa una band dopo aver scritto l’album della vita come nel caso dei Dream Theater dopo la pubblicazione di “Scenes From A Memory”? ci sono tanti possibili scenari ma nessuno di essi comporta un percorso semplice da intraprendere; si può provare a ripetere la formula precedente, cambiare rotta, persino sciogliersi… vada come vada c’è il rischio di passare un periodo di grande difficoltà o di non essere capiti dai fan. I Dream Theater nel 2002 con l’uscita di “Six Degrees Of Inner Turbulence” hanno cercato di rinnovarsi e rinnovare il proprio sound. Non stravolgerlo sia ben chiaro, ma apportare delle novità importanti alla musica a partire dal formato dell’uscita: per la prima volta un doppio album, su un CD avremo cinque canzoni piuttosto lunghe sull’altro una lunghissima suite da oltre quaranta minuti spezzata però in otto tracce che per la verità funzionano alla grandissima anche prese singolarmente (tanto che la band spesso le suonerà dal vivo individualmente) con la presenza per la prima volta di una vera e propria orchestra ad appoggiare le composizioni di questo secondo disco. Quindi da un lato l’orchestra, dall’altro la band che inizia a sperimentare con sonorità nuove, sonorità leggermente più industrial, più legate al metal moderno che nel 2002 vede la scena nel pieno periodo Nu Metal stravolgendo le coordinate del genere e portando una ventata d’aria fresca (per chi ha apprezzato questo sound) nei padiglioni uditivi degli ascoltatori, e ancora una volta i Dream Theater fanno centro componendo per chi scrive l’ultimo grandissimo album della loro carriera. Ispirato, emozionale e coinvolgente dall’inizio alla fine. Intendiamoci, non che da qui in poi i Dream Theater inizino a pubblicare brutti album tutt’altro! Ma sicuramente saranno più incostanti e altalenanti con dischi contenenti grandissimi pezzi accompagnati da brani minori al contrario invece degli album che il teatro del sogno ha scritto fino a questo punto compreso “Six Degrees” che hanno sempre brillato nella loro interezza. Si parte con i tredici minuti di “The Glass Prison”, un pezzo storico che allo stesso tempo mette in piena luce le novità a livello di sound che la band ha apportato a questo disco; il pezzo è pesante, il brano sicuramente più heavy che la band americana aveva scritto fino ad allora, e non nego che tra le bordate chitarristiche di Petrucci e alcuni “scratch” (!?) in pieno stile hip hop inseriti qua e la talvolta mi sembra di star ascoltando gli Slipknot più che la progressive metal band americana. Ma poi arrivano gli assoli di chitarra, le parti strumentali intricatissime, l’ugola di Labrie, ed ecco che si riconosce a pieno il marchio “Dream Theater” per un pezzo incredibilmente spettacolare e memorabile uscito dalla penna di Mike Portnoy che con questo brano inaugurerà alla grandissima la “twelve step saga”, un viaggio che si protrarrà per cinque canzoni e altrettanti album che vedranno Mike confrontarsi con i suoi problemi con l’alcolismo e questa mega suite ha avuto il merito di chiudere il cerchio e mettere la parola fine ad un periodo difficile della sua vita. La “prigione di vetro” è infatti proprio la bottiglia, quell’oggetto che lo ha reso schiavo per tanto tempo e che attraverso questi brani il buon Mike cerca di esorcizzare. Nei primi tre passi nel programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi ( programma verso cui questa “saga” trae ispirazione) si ha: 1. L’ammissione di aver perso il controllo 2. L’amissione di aver bisogno dell’aiuto degli altri 3. La consapevolezza di dovere e volere cambiare la propria vita. E il testo del brano copre proprio questi primi tre passi con la parte della consapevolezza sul finale che vede crollare la fortezza che teneva Mike prigioniero (“the glass prison that once held me is gone a long lost fortress”). Ma il viaggio verso la guarigione sarà ancora molto lungo e continuerà con i prossimi dischi. “Blind Faith” è l’ennesima dimostrazione delle nuove soluzioni sonore incorporate dalla band questa volta in un brano più atmosferico e pacato. Anche qui siamo di fronte ad un brano di gran classe che con i suoi dieci minuti di durata mostra il lato più melodico ed emozionale della band statunitense senza risparmiarsi in quegli incredibili passaggi tra Petrucci e Rudess che ancora una volta ammaliano l’ascoltatore. Jordan Rudess in particolare brilla per un break di pianoforte nel bel mezzo della canzone veramente emozionante. “La Fede Cieca” in questione sembra essere quella delle persone che si comportano seguendo delle prassi o dei comportamenti religiosi senza chiedersi il perché, spesso predicando in un modo per semplice convenienza ma poi comportandosi in maniera opposta, ma per essere onesti la canzone ha parecchi significati e tocca vari argomenti che hanno a che fare con l’esistenza umana. “Misunderstood” è probabilmente uno dei brani più sperimentali nella carriera dei Dream Theater e nell’ambito di questa sperimentazione è anche quello secondo me più riuscito che lo rende uno dei gioielli di questo album. Esso si apre con un delicato arpeggio sull’acustica e introduce mano mano delle parti di elettronica che aggiungono colore al brano e funzionano e arricchiscono l’esperienza. Ancora una volta si tratta di un pezzo soffuso con una delle melodie più belle cantate da Labrie nel disco con un chorus che viaggia in contrapposizione al resto ed esplode in tutta la sua carica e bellezza improvvisamente rompendo per un attimo la tranquillità del brano. Le soluzioni sonore ricercate su questo pezzo sono come già detto di quanto più particolare siano state mai cercate dalla band e ogni volta mi colpiscono per quanto tutti gli elementi si completino alla perfezione. “The Great Debate” è interessante specialmente per quanto riguarda le tematiche trattate; il brano parla della ricerca sulle cellule staminali e nel brano vengono presentate le motivazioni delle persone a favore o contro questa specifica ricerca (ricordiamoci sempre il contesto del pezzo che è quello dell’anno 2002). Il brano si apre con le voci dei politici e dei giornalisti ed è da notare la curiosità di come ascoltando l’album in cuffia le visioni dei politici di destra vengono ascoltate sulla cuffia destra e viceversa per quelli di sinistra. La ricerca scientifica in questo brano viene analizzata da più punti di vita dunque, quello delle varie fazioni politiche, ma anche dal punto di vista religioso o non religioso. Alla fine è emblematica la frase “turn to the light, don’t be frightened of the shadow it creates” forse come a voler suggerire di cogliere l’opportunità data, e che ogni situazione buona spesso rivela un ombra, un’incertezza… Il brano è ancora una volta lungo (circa quattordici minuti) e ben costruito, pieno di effetti sonori e voci di sottofondo. Sicuramente non all’altezza dei tre capolavori precedenti ma comunque molto godibile. Il primo disco si chiude con “Disappear” un pezzo totalmente lento e melodico anche qui condito dall’acustica di Petrucci e dalle tastiere minimali di Rudess per un pezzo che diventa estremamente interessante musicalmente verso il finale. Ammetto che non è mai stato tra i miei pezzi preferiti di questo album ma si tratta comunque di un brano valido. Giungiamo così al secondo CD e al pezzo che prende il titolo del disco ossia “Six Degrees Of Inner Turbulence”. Anche qui il concept è molto interessante dato che la “turbolenza interna” si riferisce alle varie malattie della nostra psiche, con più precisione i “sei gradi di turbolenza interna” sono le sei malattie psicologiche affrontate nelle tracce in questione che compongono questa mega suite di circa 42 minuti. “Overture” è un pezzo quasi totalmente orchestrale che ci introduce in modo sublime ai temi musicali del disco che in alcuni casi rappresentano alcuni dei momenti melodici più alti della storia del teatro del sogno per quanto mi riguarda. “Overture” si collega direttamente ad “About To Crash” che è una canzone bellissima nella sua semplicità. È un pezzo estremamente catchy e diretto e lontano dalle complessità del primo CD ma allo stesso tempo e forse ancora di più riesce a colpire l’ascoltatore nell’ambito dove spesso i detrattori dei Dream Theater accusano la band di mancare, ossia quello di non essere in grado (secondo loro) di saper scrivere pezzi semplici ma allo stesso tempo emozionanti e di nascondersi sempre e per forza dietro la complessità degli arrangiamenti. “About To Crash” è uno schiaffo in faccia a queste persone regalandoci delle melodie semplici, un andamento quasi Pop per un pezzo che colpisce al cuore. Il brano parla di una ragazza che apparentemente viene cresciuta in maniera perfetta, con degli amici perfetti, in una società che la considera perfetta ma la pressione di tutte le aspettative delle persone che la circondano sono troppe da sopportare fino a quando il suo stato mentale inizia gradualmente a declinare e la maschera che ha tenuto per tutta la sua vita inevitabilmente cade mostrando la persona in tutte le sue debolezze (“then one day she woke up to find the perfect girl had lost her mind”). La successiva “War Inside My Head” è molto più pesante e “in your face” e si mette nei panni di un soldato al ritorno dalla guerra che soffre di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) non riuscendo a dimenticare gli orrori affrontati in battaglia. Un disordine psicologico che purtroppo affligge una grande percentuale di soldati appena tornati dal fronte. Il pezzo è molto breve e si collega all’altrettanto pesante “The Test That Stumped Them All” dove un rabbioso ma anche a tratti molto teatrale James Labrie affronta il tema della schizofrenia e sembra anche introdurre un tema di un musicista famoso che perde la testa ma oggettivamente questo è il pezzo col significato più oscuro del lotto e il più difficile da decifrare con precisione. Dopo due pezzi molto pesanti, caotici e virtuosi come questi eccoci arrivare al momento più delicato e commovente dell’album con la straziante “Goodnight Kiss” che sembra affrontare il tema della depressione post parto in una donna che interagisce con il suo figlio appena nato ma tristemente non più in vita. Non è chiaro come il bambino sia deceduto e se per via dello stato mentale della madre (che sia stata lei stessa la colpevole?), in ogni caso il brano è quanto di più triste la band abbia mai scritto con un Labrie meraviglioso nel far trasparire le sue emozioni con un climax nel finale dove si sentono le voci allarmate dei medici mentre vengono in soccorso probabilmente al bambino appena deceduto. Petrucci accompagna il tutto con un assolo estremamente melodico e carico di emozioni che è il fiore all’occhiello del brano. Dopo un pezzo così triste è “Solitary Shell” a tirarci su con il suo andamento squisitamente Pop, allegro e spensierato ( sì perché udite udite questo pezzo è forse a tutti gli effetti l’unico brano pienamente Pop della discografia dei Dream Theater), accompagnato ancora una volta dalla chitarra acustica di Petrucci che si contrappone con le tematiche più tristi del brano che sembrano simili a quelle di “About To Crash” con stavolta un ragazzo che si chiude durante la sua vita sempre più nel suo “guscio solitario” avendo difficoltà a rapportarsi con l’esterno. Non è chiaro se il tema della canzone è collegato in qualche modo alla sindrome di Asperger. In questa suite i Dream Theater continuano ad esplorare mondi musicali molto diversi riuscendoci in maniera brillante volta dopo volta e “About To Crash (Reprise)” è l’ennesima testimonianza di questo con un riff in apertura quasi hard rock e il tema che riprende quello della prima “About To Crash”. Stavolta la ragazza si è ripresa ed è in uno stato di euforia assoluta ma è conscia che non durerà a lungo e si chiede quindi chi sarà al suo fianco quando cadrà nuovamente in uno stato di depressione facendoci intuire che il disturbo trattato in questo caso è bipolarismo che è spesso contraddistinto da periodi di euforia assoluta e altri di enorme tristezza. Il finale di questa magnifica suite è dedicata a “Losing Time/Grand Finale” un pezzo grandioso, con parti orchestrali inserite in tutto il pezzo ma allo stesso tempo molto triste e malinconico e rappresenta ancora una volta uno di quei pezzi in cui il carattere emozionale nel songwriting della band esce fuori all’improvviso. Parlando di ansia e disturbi di personalità ovviamente il pezzo mantiene nonostante la grandiosità delle orchestrazioni un’atmosfera cupa e triste risultando ancora una volta un pezzo di grande livello e una degna chiusura del disco che mostra i Dream Theater senza nessuna paura nell’osare e sperimentare nuove soluzioni sonore, sempre in prima linea nel portarci dei testi pregni di argomentazioni interessanti per una band che con questo album è ancora una volta al top specialmente per la qualità del songwriting sempre molto elevata. Il nuovo millennio non poteva iniziare in maniera migliore per la band di Petrucci & Co insomma.

VOTO: 9/10.

Tracklist CD 1:

  1. The Glass Prision
  2. Blind Faith
  3. Misunderstood
  4. The Great Debate
  5. Disappear

TRacklist CD 2:

  1. Overture
  2. About To Crash
  3. War Inside My Head
  4. The Test That Stumped Them All
  5. Goodnight Kiss
  6. Solitary Shell
  7. About To Crash (Reprise)
  8. Losing Time/Grand Finale

Dream Theater lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitars
  • John Myung – Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Portnoy – Drums