DREAM THEATER – la ricerca di una logica del caos


DREAM THEATER – “Systematic Chaos”
• (2007 – Roadrunner Records) •

“Caos Sistematico”; in effetti è un modo appropriato per descrivere la musica dei Dream Theater specialmente nel nuovo millennio dove il sound della band si è spostato verso lidi sempre più virtuosi, tecnici e allo stesso tempo heavy e aggressivi, per certi versi più in linea con il sound maggiormente all’avanguardia di alcune delle nuove metal band più popolari degli anni 2000. “Systematic Chaos” però è molto lontano dall’essere solamente pesantezza e tecnicismi ma è al contrario un disco estremamente variegato sia a livello musicale che in termine di tipologia/struttura dei pezzi contenenti in esso, con brani incredibilmente pesanti, lunghi e tecnici come “The Dark Eternal Night”, brani dall’appeal più radiofonico come “Forsaken”, “Constant Motion” e “Prophets Of War”, la quieta sperimentazione di “Repentance”, la meravigliosa cavalcata melodica di “The Ministry Of Lost Souls”, oltre che la mega suite “In The Presence Of Enemies” divisa in due parti che apre e chiude il disco che ancora una volta, come successe con l’album precedente “Octavarium”, ci offre il meglio della produzione Dreamtheateriana in questo platter in un brano che supera i venti minuti. L’album rispetto a “Octavarium” è sicuramente più cupo e pestante come è chiaro anche dalla bella copertina del disco che in effetti è un biglietto da visita più che rappresentativo del contenuto del disco che anche nelle sue composizioni più semplici come le già citate “Constant Motion” o “Forsaken” offre quei riff molto “in your face” come nel caso della prima canzone citata o un’atmosfera più dark come nel caso della seconda. Anche i testi quasi esclusivamente affidati a John Petrucci mostrano una svolta nelle tematiche verso lidi più fantasy e meno “reali” come ci hanno invece sempre abituati i Dream Theater con l’eccezione del concept album “Scenes From A Memory” che è una storia puramente di fantasia; in “Systematic Chaos” si parla di faraoni resuscitati dai morti e maledizioni (“The Dark Eternal Night”), storie di vampiri (“Forsaken”), le tentazioni del demonio e la contrapposizione tra bene e male (“In The Presence Of Enemies”), due amanti separati in vita che si ricongiungono nella morte (“The Ministry Of Lost Souls”). Petrucci sembra essere stato quindi estremamente ispirato da libri e film fantasy per la scrittura di questo disco, mentre dall’altro canto Portnoy prosegue la sua mega suite basata sul programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi in “Repentance” e Labrie scrive un testo dall’indirizzo piuttosto politico con “Prophets Of War”.
“Systematic Chaos” (primo album dei Dream Theater sotto l’ala protettrice della prestigiosa Roadrunner Records), è ad oggi un disco a cui sono particolarmente legato in quanto è stata la prima “nuova uscita” dei Dream Theater che comprai da fan della band (avendoli scoperti appena dopo l’uscita di “Octavarium”, nel 2005 quindi) e il seguente tour di supporto al disco, denominato “Chaos In Motion”, fu la prima volta che vidi la band americana dal vivo. Nonostante tutto l’affetto che provo per questo album tuttavia, cercherò di giudicarlo in maniera più imparziale possibile ma c’è da dire che dopo così tanti anni di ascolto mi sono fatto un’idea ben precisa su questo lavoro spesso molto dibattuto tra i fan, divisi tra alcuni che lo reputano un capolavoro e altri un disco di mediocre. Anche in questo caso come fu per “Train Of Thought” mi colloco nel mezzo; difatti per il sottoscritto è un album incredibilmente altalenante dove si passa da pezzi ispiratissimi, meravigliosi e senza ombra di dubbio tra le cose più belle mai scritte dalla band negli anni 2000 come “In The Presence Of Enemies”, “The Ministry Of Lost Souls” e “The Dark Eternal Night” ad alcuni dei pezzi meno riusciti della discografia della band che spesso e volentieri sono quelli più diretti e dall’appeal più easy come “Constant Motion” e “Prophets Of War” anche se in questa categoria mi duole dover anche aggiungere dopo tre brani meravigliosi, il quarto capitolo della saga degli alcolisti anonimi, la soporifera “Repentence”, per quanto mi riguarda un esperimento non risuscito.  “Forsaken” in un disco così polarizzante fatto di eccellenza o estrema mediocrità è l’unico pezzo che colloco nel mezzo; si tratta di un buon brano dall’atmosfera un pochino gotico/fiabesca, trainata da un riff portante di discreto impatto, condito dal lavoro minimale ma efficace alle tastiera di Rudess e un Labrie che intona una bella melodia, perfetta per attrarre nuovi fan lontani dal mondo progressivo del teatro del sogno. Di certo avrebbe meritato di essere il singolo trainante del disco invece della mediocre “Constant Motion” che è vero che per un certo verso è più rappresentativa del sound dei Dream Theater rispetto a “Forsaken” oltre ad essere un pezzo più carico di groove, ma per quanto mi riguarda fallisce miseramente il proprio compito di provare ad essere accattivante con una strofa quasi irritante per via della timbrica nasale inascoltabile di Labrie, un ritornello veramente piatto oltre che un Portnoy per la prima volta visto nell’inedito ruolo di cantante in alcuni spezzoni della canzone e che in questo caso non brilla di certo, ed effettivamente unicamente l’assolo di Petrucci salvano questa brano dall’essere un disastro. E pensare che dopo dieci anni in cui i Dream Theater non giravano più videoclip musicali per i loro singoli ecco che nel 2007 la band torna a rivisitare questo formato di promozione proprio con “Constant Motion”. La scelta di non fare video dalla fine degli anni 90’ alla fine degli anni 2000 è stata spiegata in maniera molto chiara da Portnoy: “Fare dei video all’inizio/metà anni 90’ aveva un senso perché MTV passava spesso il Rock e il Metal ma da un certo punto in poi il Metal è iniziato a sparire dai canali televisivi mainstream ed allora non aveva più senso investire soldi per un videoclip che sarebbe stato mostrato pochissimo. Ora con l’avvento di Youtube le cose sono cambiate e fare un videoclip per una canzone è ora una cosa plausibile e sensata anche a livello promozionale”. Discorso che in effetti non fa una piega. Proseguiamo con i pezzi poco riusciti con la lunga e ipnotica “Repentance”, uno dei brani più atipici della carriera dei Dream Theater ma che stavolta almeno per il sottoscritto non fa centro. Interessante di certo l’idea della sezione narrata della canzone dove appaiono come ospiti amici illustri della band come Mikeal Akerfeldt (Opeth), Steven Wilson (Porcupine Tree), Dave Ellefson (Megadeth), Corey Taylor (Slipknot), Daniel Gildenlow (Pain Of Salvation) e molti altri, dove i protagonisti recitano una frase in cui chiedono scusa a qualcuno nella loro vita. Il succo della canzone è proprio questo, il pentimento, chiedere scusa per i propri errori e l’ammissione della propria colpa, tutto nel contesto del programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi su cui si basa questa quarta e penultima canzone della serie che collega “The Glass Prison”, “This Dying Soul”, “The Root Of All Evil” e la già menzionata “Repentance” (oltre che la prossima e conclusiva “The Shattered Fortress”), scritta ovviamente da Mike Portnoy che sta giungendo quindi alla fine del suo percorso curativo nei confronti del demone della dipendenza dall’alcol. Il pezzo è estremamente lento e richiama nella prima parte le melodie e le frasi di “This Dying Soul”. Certamente dopo tre pezzi  “in your face” questa “saga” aveva bisogno di un brano del genere ma sicuramente con un esito finale migliore. “Prophets Of War” è un altro pezzo molto catchy che vive di un ritornello quasi da “Stadium Rock” in una canzone che vive di un contesto politico nel testo piuttosto marcato. Il gioco di parole dei “profeti della guerra” che “profittano dalla guerra” (in italiano in realtà il gioco di parole funziona meno) è ben riuscito, per un brano che musicalmente, ancora una volta come accadde in “Never Enough” da “Octavarium”, ritrova quella influenze che strizzano l’occhio ai Muse di “Absolution” a rimarcare ancora una volta l’ammirazione che i Dream Theater nutrivano ai tempi per la band inglese. Arriviamo finalmente alle eccellenze di questo disco partendo da “The Dark Eternal Night” un pezzo che non avrebbe affatto sfigurato in “Train Of Thought” e anzi sarebbe stato uno dei momenti migliori anche di quel disco. È un pezzo che parte con un groove pazzesco di chitarra (uno di quelli che se sei un chitarrista ti viene un irrefrenabile voglia di imparare a suonare il brano in questione) e con la voce di Portnoy presente in un semi-growl di assoluta novità nella musica della band mentre il testo del brano è un tuffo nella fantasia più sfrenata, risultando in alcune sezioni anche un pochino infantile: “I am the last born of the blood of the phaoroes, the ultimate god of a rotting creation, sent to release this curse! Maledizioni, Faraoni, Dei … il testo e alcuni passaggi di questo brano camminano attraverso la sottile linea tra il “cheesy” e il “badass” come direbbero gli anglofoni e sta all’ascoltatore decidere in quale di queste due categorie questo brano rischia di cadere. Personalmente è un pezzo che adoro, che nella prima sezione mi da una carica pazzesca e nella seconda con quella incredibile parte strumentale degna delle composizioni più intricate di “Train Of Thought” mi esalta a livelli altissimi! Non c’è niente da fare, “The Dark Eternal Night” è il mio “guilty pleasure” dell’album. E a proposito di esaltazione… come si fa a non rimanere rapiti dai quindici minuti della meravigliosa ed emozionante “The Ministry Of Lost Souls”, un’epopea squisitamente melodica trainata principalmente dalle bellissime melodie di chitarra di Petrucci e la delicata timbrica vocale di Labrie che narra di una donna salvata da una persona che nel commettere questo gesto così altruista perde la vita. La donna vive il resto della sua esistenza nella tristezza di aver perso questa figura così importante e nel desiderio di ricongiungersi ad essa. Il brano è narrato dal punto di vista delle due persone, una viva e l’altra dall’altra parte che vorrebbe richiamare la persona amata a se ma non vuole commettere questo gesto così apparentemente egoista, finché capendo della sofferenza che sta vivendo questa persona decide chiamarla a se rassicurandola sul fatto che tutte le sue sofferenze in quel momento finiranno e invitandola a non voltare la schiena al paradiso e a quella nuova esperienza di vita extra terrena. “The Ministry Of Lost Souls” è una canzone di una bellezza struggente da cui fui rapito sin dal primo istante in cui note di suonate da Petrucci uscirono dal mio stereo di casa poche ore dopo aver comprato il disco al negozio nel giorno della sua uscita ormai più di tredici anni fa. Un brano anche ancora oggi mi emoziona molto a testimonianza di quanto i Dream Theater in quella fase della loro carriera fossero incredibilmente ispirati quando si cimentavano in pezzi lunghi e ambizioni mentre risultavano estremamente meno efficaci in pezzi più diretti. Ma arriviamo ora an quello che per il sottoscritto è il punto più alto del disco, le due “In The Presence Of Enemies” che aprono e chiudono l’album,  due parti che sono ovviamente collegate fra loro formando un’unica canzone che difatti verrà suonata nella sua interezza nel tour successivo nei suoi circa venitcinque minuti totali. Si tratta di un pezzo che più di tutti rappresenta il sound oscuro di “Systematic Chaos”, anche qui in maniera piuttosto atipica per i Dream Theater perché le atmosfere risultano molto dark e fortemente evocative facendo entrare l’ascoltatore in una sorta di universo parallelo, quasi come fosse una colonna sonora di un film o un videogioco come “Silent Hill” per esempio; tutto ha un che di sinistro e ostile ma allo stesso tempo epico e grandioso. Dei due brani, probabilmente i primi nove minuti della prima parte che apre l’album è musicalmente la più ispirata delle due con i primi quattro minuti e mezzo circa del pezzo che sono una sorta di intro strumentale di grandissimo livello son i soliti duelli solistici pazzeschi tra Petrucci e Rudess senza dimenticare gli incredibili pattern di batteria di Mike Portnoy e le linee di basso di John Myung. Verso la fine della parte strumentale si ha un crescendo sonoro che riporta ai temi musicali ri-affrontati e rivisitati nella fine della seconda parte del brano, in un’esplosione di note che ci introducono finalmente alla voce di James Labrie. A livello lirico si tratta di un testo estremamente interessante scritto da John Petrucci; è un brano dal carattere squisitamente religioso/spirituale che racconta della battaglia spirituale di una persona e la sua riluttanza nel cedere e cadere nella tentazione del demonio.  Il testo è scritto sia dal punto di vista della persona stessa che da quello di quest’entità malvagia che invita nella prima parte del brano il protagonista ad abbandonare la sua fede mostrandogli una via alternativa, più facile e più percorribile, promettendogli che questa nuova strada da lui mostratagli lo porterà alla gloria eterna. La persona inizia a porsi delle domande e cadere in tentazione. Si chiede se lui stesso sia un peccatore che merita di essere salvato e dove sia il suo dio (“do I still wait for my god and the symbol of my faith?”). Nella seconda parte della canzone la persona perde la sua fede, cade nella tentazione del male e si prostra dinnanzi al suo “oscuro signore”. Alla fine del brano però, nonostante tutto la persona si ribella al suo padrone e ritrova la via della luce. Questo brano l’ho sempre visto come la testimonianza scritta di una fase della vita spirituale di John Petrucci in cui il chitarrista andava incontro a dei dubbi di fede e si sentiva smarrito in quel campo,  oppure può essere una metafora della vita e di come certe volte l’essere umano ha la tentazione di abbandonarsi nella via più facilmente percorribile ma anche di come i nostri pensieri negativi possano prendere il sopravvento di noi stessi dovendo cercare in questi casi di combatterli e non assecondarli. Testo a parte, “In The Presence Of Enemies” è un brano incredibilmente entusiasmante e personalmente lo ritengo dopo il brano “Octavarium” una delle massime espressioni dei Dream Theater del nuovo millennio.
Che dire quindi complessivamente di “Systematic Chaos”? credo che questo disco sia un pochino vittima dei suoi tempi e del formato CD che oggi giorno porta l’artista a fare album spesso eccessivamente lunghi se paragonato al minutaggio dei dischi in vinile degli anni 70’ e 80’. Con una tracklist tagliata di cinque brani in cui verrebbero escluse “Constant Motion”, “Prophets” Of War” e “Repentence” avremmo gridato all’ennesimo grandissimo disco, mentre a conti fatti i grandi momenti di “Systematic Chaos” vengono affossati da qualche altro momento di troppo non all’altezza. In ogni caso un disco che ha il merito di vivere di molti momenti di ispirazione veramente alti e sicuramente verrà apprezzato da chi ama i Dream Theater più oscuri e pesanti sulla scia di quanto visto su “Train Of Thought”.

VOTO: 7,5/10

Tracklist:

  1. In The Presence Of Enemies Pt. I
  2. Forsaken
  3. Constant Motion
  4. The Dark Eternal Night
  5. Repentance
  6. Prophets Of War
  7. The Ministry Of Lost Souls
  8. In The Presence Of enemies Pt. II

Dream Theater lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitar
  • John Myung – Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Portnoy – Drums & Vocals