DREAM THEATER – Il colpo di coda di Mike Portnoy


DREAM THEATER
– “Black Clouds & Silver Linings”
• (2009 – Roadrunner Records) •

“Nuvole nere e rivestimenti d’argento”: Non poteva esserci un titolo più appropriato a posteriori e con in mente gli eventi del 2010 che hanno visto lo storico batterista e fondatore della band Mike Portnoy abbandonare il gruppo. “Black Clouds & Silver Linings” sarà il decimo e ultimo disco dei Dream Theater con questo incredibile batterista, impareggiabile come talento, personalità e creatività la cui assenza con tutto il rispetto per il successore e altrettanto straordinario tecnicamente Mike Mangini, ha lasciato un vuoto nei Dream Theater tanto che ancora oggi dopo dieci anni moltissimi fan (come il sottoscritto) ancora sentono la sua mancanza e sperano in una reunion. “Black Clouds” è un disco che arriva in un periodo molto denso per la band che ormai va avanti dalla fine degli anni 90’ senza un attimo di tregua. È stata infatti una decade quella dal 99’ al 2009 estremamente prolifica dal punto di vista creativo e allo stesso tempo senza sosta dove un nuovo album con relativo tour si succedevano ogni due anni senza mai un break e non a caso “Black Clouds” arriva esattamente due anni dopo “Systematic Chaos” del 2007. Sarà proprio questo continuo ripetersi ininterrottamente di questi cicli di album e tour che hanno portato il buon Mike a chiedere dopo la fine del tour di “Black Clouds” una sosta di qualche anno per ricaricare le batteria e potersi concentrare su tutta la sua miriade di altri progetti musicali. Purtroppo però gli altri membri della band non furono d’accordo su questa “sosta” e fu così che le loro strade si separarono. Ma volendo focalizzarci sugli aspetti musicali e meno sulle questioni interne in casa Dream Theater, “Black Clouds” risulta soffrire degli stessi identici problemi di cui soffriva “Systematic Chaos” ossia è anch’esso un disco altalenante con pezzi molto riusciti accompagnati da altri che per chi scrive risultano veramente di secondo livello. Continua anche la tendenza della band a scrivere le cose migliori nei pezzi più lunghi del platter (in questo caso le belle “The Best Of Times” e “The Count Of Tuscany”) e di fallire miseramente nei singoli dall’appeal più radiofonico (l’inascoltabile “A Rite Of Passage”). Va detto però che per quanto mi riguarda i momenti migliori del precedente “Systematic Chaos” li trovo su livelli superiori rispetto a “Black Clouds” e per questo motivo trovo questo disco sia globalmente meno riuscito del precedente. Da menzionare la bellissima copertina che come successe in “Awake” racchiude le immagini che fanno da rappresentazione alle tematiche del disco, tematiche che stavolta escono esclusivamente dalla penna di Petrucci e Portnoy. Si inizia con un pezzo inusuale per i Dream Theater che all’epoca quando ascoltai il disco per la prima volta mi esaltò moltissimo. Probabilmente negli anni con la mia maturazione da ascoltatore e con la realizzazione che quello che all’epoca pensavo fosse musicalmente innovativo in realtà non lo era poi tanto, il mio gradimento per il pezzo è un pochino sceso rimanendo comunque uno dei punti forti del platter. Stiamo ovviamente parlando di “A Nightmare To Remember” che vede il buon John Petrucci parlare di un’esperienza particolarmente traumatica avvenuta quando era bambino, il tutto visto dagli occhi del piccolo John dell’epoca; si trattava di un’incidente stradale che vedeva coinvolto lui e la sua famiglia e le ore successive all’evento che per fortuna non ebbe conseguenza ne per lui ne per i suoi familiari. È un pezzo molto lungo, di sedici minuti che vuole riprendere quelle atmosfere oscure che la band aveva lasciato su “In The Presence Of Enemies” dal precedente disco, stavolta però trattando un argomento che ha a che fare con la vita reale e non con la fantasia. Jordan Rudess fa un gran lavoro con le sue tastiere in questo pezzo nel riuscire a ricreare l’atmosfera “da incubo” che contraddistingue il brano anche se esso stesso si avvale anche di parti molto groove e guitar-oriented e altre invece piuttosto soffuse come per esempio la sezione in cui il piccolo John nel racconto viene medicato e a cui viene dato un tranquillante che lo fa viaggiare con la mente portandolo in uno stato mentale più pacifico (“in peaceful sedation I lay half-awake and alla of the panic inside starts to fade”). Come dimenticarsi poi della prima e unica parte in blast-beat della storia dei Dream Theater o della precedente parte in semi-growl di Portnoy? Una vera e propria sezione quasi- symphonic black metal in pieno stile Dimmu Borgir! In ogni caso nonostante la lunghezza e le varie sezioni musicalmente diverse del pezzo il brano lo trovo in un certo senso piuttosto diretto e assimilabile come del resto tutto il disco in questione che probabilmente essendo meno cervellotico e iper-tecnico rispetto ad album quali “Train Of Thought”, “Systematic Chaos” ma anche buona parte di “Six Degrees Of Inner Turbulence” risulta più digeribile e di facile ascolto. Passiamo ora alla pessima “A Rite Of Passage”, per chi scrive uno dei punti più bassi musicalmente parlando della band con il solito singolo condito da relativo videoclip con ritornello ultra-catchy e la solita timbrica nasale fastidiosissima di Labrie nella strofa. Sinceramente riascoltando questo pezzo dopo molti anni l’ho riscoperto ancora peggiore di quanto mi ricordassi. “Wither” è la ballad del disco dove Petrucci parla del blocco dello scrittore e della stasi creativa, un qualcosa di estremamente poco piacevole quando sei un musicista e anche il principale songwriter di una band. John affronta le sue insicurezze, la paura di ricominciare da zero chiedendosi se sarà mai in grado di replicare ciò che ha scritto in passato (“the thought of starting over leaves me paralyzed”) per un brano estremamente personale che anch’esso ha beneficiato di un videoclip di promozione. Il pezzo in se lo trovo discreto con dei buoni momenti, anche emozionanti a tratti, come il bell’assolo di Petrucci o anche le bellissime parti di tastiera di Jordan sul finale che mi colpiscono sempre emotivamente ma in generale non riesco di certo a gridare al miracolo. Arriviamo ora al pezzo più inutile e discusso del platter: “The Shattered Fortress” infatti è proprio come l’ho descritta, inutile, non brutta per carità anzi… il problema che questo ultimo pezzo della “twelve step saga” di Mike Portnoy (saga in cui Mike affronta per cinque canzoni legate l’una all’altra la sua dipendenza dall’alcol basando ognuno di questi pezzi sui dodici punti del programma dei dodici passi degli alcolisti anonimi) è semplicemente un “collage” dei precedenti quattro pezzi dove sezioni intere di “The Glass Prison”, “This Dying Soul”, “The Root Of all Evil” e “Repentance” vengono appiccicati l’uno sull’altro con dei riarrangiamenti minimi e con pochissimi nuovi spunti musicali. Ok, ammetto che come idea per concludere la saga ci poteva anche stare ma questo pezzo non offre quasi nulla di nuovo, quindi se già conoscete a memoria i precedenti brani come il sottoscritto, l’ascolto di questo pezzo non vi lascerà assolutamente nulla. Al contrario se non conoscete i pezzi precedenti della “twelve step saga” allora molto probabilmente questo brano vi piacerà perché ovviamente include delle sezioni che sono musicalmente memorabili, ma anche in questo caso vi consiglierei di andare ad ascoltarvi i brani “originali” che sono comunque tutt’altra cosa. A livello tematico è interessante come Mike da questa esperienza abbia non solo imparato a sconfiggere la sua dipendenza ma allo stesso tempo ad avere una visione meno egoistica nei confronti delle altre persone e di cercare sempre di afferrare una mano che ti chiede aiuto proprio come gli altri hanno fatto con lui nei momenti di difficoltà durante il suo periodo da alcolista. Da segnalare anche che Mike ha spesso ammesso che all’inizio l’idea di questa saga lo stimolava molto musicalmente e creativamente parlando ma con gli ultimissimi episodi quando sentiva la questione più lontana (dato che in questo disco Mike era sobrio già da parecchi anni) il tutto ha iniziato manifestarsi come un “compito” da svolgere e da portare a termine piuttosto che uno stimolo creativo impellente e forse questo spiega l’approccio apparentemente “svogliato” di quest’ultimo pezzo. Per fortuna che il buon Mike si rifà subito scrivendo il testo per quello che secondo me è il miglior brano dell’album, ossia l’emozionante “The Best Of Times”, tributo di Mike a suo padre, Howard Portnoy, deceduto poco prima dell’incisione del disco. “The Best Of Times“ come fu nel 95’ per il brano “A Change Of Seasons” dove Mike piangeva la morte della madre, è un brano estremamente emozionale che ha la particolarità di essere un “up tempo” pregno di malinconia dove Mike ricorda il suo idolo e “migliore amico” (sono queste le esatte parole che usa Mike per ricordare suo padre Howard), riportandoci indietro alle esperienze che i due hanno vissuto insieme e con l’amara consapevolezza che spesso la vita abbandona i nostri cari quando essi hanno avrebbero ancora tanto da dare (“life goes by with the blink of an eye with so much left to say”). Il riff iniziale del brano ricorda molto “The Spirit Of The Radio” dei Rush, sicuramente non a caso, data l’enorme ammirazione che tutta la band ha per il terzetto canadese e il pezzo offre uno degli assoli se non l’assolo più bello scritto da John Petrucci. Ovviamente con tutti gli incredibili assoli scritti da John è difficile fare una classifica dei migliori, ma questo è per il sottoscritto senz’altro uno dei più emozionali mai scritti dal chitarrista americano che ad ogni ascolto mi colpisce al cuore. Il platter si chiude con un altro gran pezzo “The Count Of Tuscany” che in questo caso narra in maniera forse un pochino infantile e ingenua le avventure di John Petrucci molti anni prima insieme ad un Conte residente nel suo castello in una delle nostre regioni italiche più famose nel mondo, la toscana ovviamente, anche se non è stato credo mai specificato esattamente dove si trovasse questo castello. John viene apparentemente spaventato dalla visita guidata di questa persona che gli mostra i segreti del suo castello e di come venissero usate tutte le varie stanze in antichità. John ha un brutto sentimento, sentì di iniziare a temere per la sua vita come se quel personaggio lo volesse rapire quando in realtà non era nulla di tutto ciò. Sinceramente il tema piuttosto “sciocco” del pezzo associato alla grandiosità musicale del brano cozza un pochino ma devo ammettere che in generale i testi di Petrucci su questo disco (eccetto forse per quello di “Wither” non sono mai stati granché ispirati). In ogni caso il brano è diventato ad oggi il pezzo più famoso dei Dream Theater da “Black Clouds” almeno qui da noi e anche giustamente visto il suo valore, anche se credo che la menzione della nostra regione abbia contribuito non poco a questa cosa. “The Count Of Tuscany” è una suite di circa venti minuti che offre all’ascoltatore molte delle parti più ispirate del disco per un brano molto classicamente Dream Theater che in questo caso offre i suoi momenti migliori per quanto mi riguarda nella parte strumentale iniziale e nel crescendo finale interpretato magistralmente da Labrie dove il personaggio rassicura John dicendogli che lui non deve temere per se stesso ma anzi vorrebbe che il chitarrista portasse per sempre con se quell’esperienza e la raccontasse ai suoi amici e parenti, raccontandogli delle vicende del “Conte Toscano” e di suo fratello (“of course you’re free to go, go and tell the world my story, tell them about my brother, tell them about me, the count of tuscany).
Così finisce “Black Clouds & Silver Linings” un disco riuscito, con alcuni momenti memorabili che tuttavia soffre come il suo predecessore di qualche caduta di livello di troppo. Globalmente è un disco che spinge maggiormente sulla melodia più che sul groove, la pesantezza o le complessità tecniche ed è più in vena con quanto visto in “Octavarium” rispetto ad album come “Systematic Chaos” o “Train Of Thought”. Questo disco infatti nonostante la lunghezza dei suoi brani è anche piuttosto accessibile in quanto meno cervellotico, tecnico e complesso rispetto ad altri album e difatti anche questo lo trovo un album adatto per chi vuole iniziare la propria avventura nei meandri della discografia della band non avendo mai ascoltato musica progressive prima. Sicuramente è un primo passo nella direzione di album più complessi e meno assimilabili al primo ascolto ma sicuramente di valore più alto come “Images & Words”, “Awake”, “ Six Degrees Of Inner Turbulence” o “Train Of Thought”. Nella mia personale classifica “Black Clouds” è l’album che amo di meno dei dieci dischi scritti con Portnoy ma ciò non toglie nulla al suo valore e anche al fatto che esso rappresenta l’ultimo tassello nella storia di Mike Portnoy nella band. Da qui in poi le cose non sarebbero più state le stesse.

VOTO: 7/10

Tracklist:

  1. A Nightmare To Remember
  2. A Rite Of Passage
  3. Wither
  4. The Shattered Fortress
  5. The Best Of Times
  6. The Count Of Tuscany

DREAM THEATER lineup:

  • James Labrie – Vocals
  • John Petrucci – Guitar
  • John Myung – Bass
  • Jordan Rudess – Keyboards
  • Mike Portnoy – Drums & Vocals