CONCEPTION – Un elegante inganno

 CONCEPTION – “State Of Deception”
• (2020 – Autoprodotto) •

Frammenti. Non c’è altro modo per comporre questa recensione, che non vuole certo convincere nessuno a far suo questo “State Of Deception”. Leggerete, crederete, ascolterete.

Le ovvietà: Sono passati 23 anni dal precedente full lenght “Flow”, un capolavoro di hard rock moderno che suona moderno anche oggi. Tutti i membri della band sono musicisti raffinati e di gran gusto, a partire dalle pennate riconoscibilissime della chitarra illuminata di Tore Østby, mentre grigia della band, e sempre lo ricorderemo dei clamorosi Ark. E poi c’è sua maestà Roy Khan. Quanto ci è mancato in questi anni di silenzio e ritiro! Egli possiede una voce che prescinde dalla mera tecnica o bellezza acustica, ma che sembra nata per trasformarsi continuamente ed emozionare senza freni, senza appartenere ad un solo genere musicale. Ed i Conception sono il suo palcoscenico ideale.

Le non ovvietà: La band ha deciso di tornare nel 2017, semplicemente facendo affidamento sulle proprie forze e sul sostegno di una moltitudine di fans che non li hanno mai abbandonati.  Il crowfunding ha finanziato del tutto l’ep “My Dark Symphony” del 2018, cupo ritorno discografico dei Conception, forse accusato di essere troppo oscuro, quasi timido nel volersi esporre, e scevro da ritmiche classicamente heavy, ma più dirottate verso un intimismo un po’ contorto.

Il nuovo “State Of Deception” è l’apoteosi del non ovvio, sorprendente passo dopo passo, che può solo essere narrato come nel film Memento, all’indietro, come se il tutto andasse a formare una unica storia:

Dall’ep precedente vengono riesumate le cadenze meditative di “Feather Moves”, che rivive in suoni più bilanciati ma non viene stravolta. “She Dragoon” si mostra camaleontica e beffarda, e foriera di ritmiche più sostenute e pesanti, ed una voce femminile entra improvvisamente nei chorus finali, ma la ritroveremo. “Anybody Out There” brucia la sua candela tra i Kamelot più oscuri e la piovosa malinconia di certi Queensrÿche. Ci ritroviamo spiazzati dentro l’avvolgente modern rock in “By The Blues”, che attinge carburante sonoro dai Soundgarden più quadrati e verso gli Europe rinnovati di “Start From The Dark”. “The Mansion” getta un leggero filo nel vuoto, su cui si arrampicano un pianoforte fragilissimo, melodie gentili e soffici, con un Khan che ritrova la via di casa, inseguendo le carezze sinuose della voce di Elize Ryd (molto più eterea rispetto alla sua band madre, gli Amaranthe). Se volete potenza ed heaviness, la avrete nelle polverose spirali chitarristiche di “No Rewind”, al punto che, stremati, non vi resterà che assetarvi dalla melodia ispirata e geometrica in “Waywardly Broken”, dove tutta la band dà concretissima prova di compattezza esecutiva. Non sarà facile proseguire, perché “Of Raven And Pigs” non vuole darci un sereno benvenuto, persa in una struttura musicale ostica, un basso metallico e freddo, parti narrate e pochi appigli sicuri, sulla scia di “My Dark Symphony”. Non ci rimane che tuffarci nell’intro di “In Deception”, quasi orientaleggiante e ben calibrata tra ritmicità tribale e sventagliate eleganti di chitarre apocalittiche.

C’è un finale in tutto questo maelstrom di parole?

Possiamo provarci: I Conception non provano nemmeno a dare una forma precisa al loro “State Of Deception”, che musicalmente suona di certo eterogeneo, ma intimamente collegato grazie alla voce sempre unica di Roy Khan. E’ lui il cuore del disco, cantore in una musica che può perdersi e ritrovarsi in strutture mai banali ma a volte un po’ gelide. Ogni ascolto del disco regala sensazioni nuove, basta avere pazienza e voglia di farsi trasportare via…Non un capolavoro, ma siamo sulla buona strada.

VOTO: 8,5/10

TRACKLIST: 

  1. In Deception
  2. Of Raven And Pigs
  3. Waywardly Broken
  4. No Rewind
  5. The Mansion (featuring Elize Ryd)
  6. By The Blues
  7. Anybody Out There
  8. She Dragoon
  9. Feather Moves (remastered)

Conception line up: 

  • Roy Khan – voice
  • Tore Østby – guitars
  • Ingar Amlien – basses
  • Arve Heimdal – drumss