Ashbringer: nuove lande dell’atmospheric black metal

ashbringer yugen
ASHBRINGER – “Yūgen”
• (2016 – Avantgarde Music) • 

 

Stavolta voglio parlarvi di una nuova release appartenente a un genere forse (sempre meno) di nicchia: “Yūgen” degli Ashbringer, formazione atmospheric black metal proveniente dal Minnesota. Il disco è in uscita in formato fisico il prossimo 7 giugno per Avantgarde Music, ma è già disponibile per streaming e acquisto digitale sulla pagina bandcamp della band. Solo a partire da questo disco si può parlare degli Ashbringer al plurale: il progetto infatti nasce come una one man band da un’idea di Nick Stanger, il quale ha pubblicato la sua prima opera, realizzata in solitario e alla tenera età di 18 anni. Il debutto “Vacant” (2015) ha piazzato con discreto successo il giovane nel panorama atmospheric americano ed internazionale; vediamo ora l’evoluzione del progetto, con l’ingresso, accanto a Nick, dei nuovi componenti.
L’album si apre con tastiere ed effetti elettronici (non dei migliori) che fanno da soundscape a distanti chitarre: la prima traccia “Solace” ci porta subito in un mondo in cui natura e sogno, estasi e disperazione si fondono e si amalgamano. Lo scream e la batteria fanno da contrasto violento alle chitarre e alle tastiere, che invece hanno il compito di disegnare il paesaggio atmosferico. Una continua alternanza fra sezioni di questo stampo ed altre di carattere acustico e melodico ci accompagnano per tutta la durata del disco. Massiccio è l’uso di effetti come il wah ed il riverbero, e la chitarra assume spesso uno stile drone che richiama lo shoegaze. Il confronto più immediato è con i connazionali Wolves In The Throne Room, di cui riprendono tutti gli elementi essenziali; inevitabile è il paragone con gli ahimé compianti Agalloch. In particolare, lo stile compositivo ed il suono hanno una forte influenza post-rock che, se privata dell’elemento estremo, può essere un retaggio dei Godspeed You! Black Emperor (forse accolto proprio tramite gli Agalloch di “The Mantle”); in questo sono affini ai newyorkesi So Hideous, soprattutto nell’uso di archi e pianoforte. Non mancano inoltre momenti tendenti al doom in stile Katatonia. Uno degli elementi che contraddistingue questo album è la forte presenza di sezioni acustiche e pulite, che in proporzione sono quasi la metà dell’intero disco: le più belle ed emozionanti sono in “Oceans Apart” e “Celestial Infancy”. Anche questo elemento rimanda alle band già citate, ma vi si può notare un certo richiamo anche alle sezioni acustiche dei primi Opeth e dei Ne Obliviscaris. Esse però sono arricchite dal pianoforte e dalle tastiere, nonché da un mandolino in “Celestial Infancy” e da un malinconico oboe nell’interludio acustico “Omen” e nella bella coda della traccia finale “Glowing Embers, Dying Fire”. La giustapposizione pulito/estremo non è meccanica, ma spesso le due componenti sfociano l’una nell’altra, con chitarre distorte in passaggi tranquilli o con chitarre acustiche che emergono da pattern metal estremo. Vi sono anche sprazzi di cantato pulito, sia maschile, dal sapore tribale (in “Oceans Apart” e “Celestial Infancy”), sia femminile in “Yūgen”: il timbro vocale angelico conferisce al pezzo un tocco doom/gothic che ricorda i Draconian o i primi Within Temptation, ma lo stile risulta sempre molto influenzato dal post-rock, con ripetizione di idee e molti effetti atmosferici.
L’album segue con disinvoltura i dettami del genere, senza presentare grandi innovazioni. Il suono della band si distingue tuttavia da un lato per la forte componente acustico/pulita, dall’altro per il forte richiamo allo shoegaze e al post-rock, il cui stile viene traslato anche negli strumenti non canonici del genere, come il mandolino o la voce femminile. Il sound è glaciale e tetro, a tratti sognante, ma di un sogno che si trasforma continuamente in un gelido incubo; è come impazzire nella furia, e ritrovarsi però disarmati. La produzione è molto buona, anche se non sempre ottima (soprattutto nelle tastiere e nella sovrapposizione degli strumenti acustici alle sezioni estreme); il suono risulta spesso molto impastato ed indefinito, ma questo è certamente qualcosa di voluto e non un difetto di mixaggio. Consiglio vivamente questo disco agli amanti delle atmosfere intense e dei brani emotivamente coinvolgenti, ma anche a chi apprezza le lunghe sezioni distese e ripetitive del post-rock e del post-metal. Gli Ashbringer possono ben fungere da palliativo per il triste destino degli Agalloch (e chissà, magari in futuro diventarne gli eredi).

VOTO: 7/10

Tracklist:

  1. Solace
  2. Oceans Apart
  3. Lakeside Meditation
  4. In Remembrance
  5. Celestial Infancy
  6. Yūgen
  7. Omen
  8. Glowing Embers, Dying Fire

ASHBRINGER lineup:

  • Nick Stanger – Guitar, Vocals
  • Robert Northrup – Guitar
  • Nathan Wallestad – Bass
  • Ian Sutherland – Drums, Percussions
  • Cormac Piper – Keyboards, Oboe

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