ALESTORM: Today Is Born The Seventh Rum!

ALESTORM – “Seventh Rum Of A Seventh Rum”
• (2022 – Napalm Records) •

Today is born the seventh one, born of a pirate the seventh rum…”.

Lustrate I vostri stivali, affiliate I vostri uncini, sguainate le spade e preparatevi a salpare verso una nuova avventura, perché I pirati scozzesi più famosi dell’intero universo metal sono tornati per un grande “P.A.R.T.Y” all’insegna del divertimento più sfrenato e demenziale possibile!

Gli Alestorm sono sempre stati un gruppo che ho seguito negli anni con tanta passione rimanendo entusiasta album dopo album e seguendo la loro evoluzione sempre meno power metal e sempre più demenziale e scanzonata ma comunque unica e di qualità.

Sono passati due anni da “Curse Of The Crystal Coconut”, album che personalmente ho amato e non vedevo l’ora di capire se i nostri pirati preferiti ormai giunti al settimo disco avevano ancora dei colpi in canna per regalarci l’ennesimo divertentissimo disco.

La risposta è positiva! Christopher Bowes e la sua ciurma portano con se anche in questo album una serie di guest musicians di livello, arricchendo il sound di quel tocco folk che tanto piace ai fan; per cominciare la ghironda (hurdy-gurdy) di Patty Gurdy fanno capolino più volte nel corso del disco, così come il violino di Ally Storch dei Subway To Sally e l’oramai affezionatissimo, e immancabile Captain Yarrface con le sue vocals più sporche. Il disco si presenta senz’altro più allineato verso il power metal rispetto ai precedenti dischi e ho notato con piacere anche l’inserimento di una serie di ottimi assoli di chitarra e tastiera che arricchiscono il tutto dando al sound quella vena più “classic
metal”.

Detto questo lo stampo moderno degli Alestorm si sente e non stiamo parlando quindi di un ritorno alle sonorità del mitico debutto “Captain Morgan’s Revenge”, dato che abbiamo sempre quegli inserti più sperimentali (talvolta elettronici) a cui la band ci ha abituato negli ultimi dischi, così come una forte componente folk e gli inserti in growl (o cmq cantato più sporco) che rendono questo album un ottimo mix
tra i vecchi e nuovi Alestorm.

Si parte con “Mangellan’s Expedition”,un pezzo che strizza l’occhio al power metal epico con il solito stile della band e con un gran ritornello da cantare a squarciagola. Sicuramente un discreto biglietto da visita per quanto riguarda l’album, anche se in molti casi inizio a sentire qualche deja- vu di troppo legato a qualche vecchio brano della band. Lo stacco folk in mezzo al pezzo è ormai un qualcosa che non arriva di certo di sorpresa ma tutto sommato l’opener assieme al secondo brano “The Battle Of Cape Fear River” che mantiene una forte componete folk ma allo stesso tempo riesce ad essere un pezzo più roccioso e demenziale, sono due buoni biglietti da visita per la band anche se fatico a gridare al miracolo.

Al contrario “P.A.R.T.Y” (chissà per cosa sta questo acronimo? Nemmeno la band ha voluto svelare questo mistero…) è un pezzo straordinario che diventerà sicuramente un futuro classico della band. Si tratta di quel sound Alestorm più moderno , catchy , demenziale e a tratti un pochino più elettronico che ci consegna un pezzo da novanta nella discografia della band.

Il tutto è molto simpatico anche dal punto di vista del testo, che narra di questa isola a forma di teschio nel mezzo dell’oceano con una gigante palla da discoteca sopra di essa dove tutti i pirati si ritrovano per far festa e bere rum per la gioia di tutti! “Under Blackened Banners” stupisce per l’attacco totalmente elettronico manco stessimo parlando degli Amaranthe, per poi trasformarsi con una serie di riff rocciosi per un pezzo leggermente più “serio” degli altri che vorrebbe anche essere molto anthemico.

A proposito degli Amaranthe, stupisce il breakdown super pesante con voce in growl di Capitain Yarrface molto in stile metalcore che mostra come gli Alestorm da ormai qualche album a questa parte stiano incorporando sempre più influenze musicali nel loro genere. Ancora una volta, prima di concludersi, il pezzo ci propone un gran assolo di chitarra, seguito da uno di tastiera, due elementi davvero importanti in questo album e anche dei più positivi. In generale mi sento di affermare come “Under Blackened Banners” sia uno dei pezzi più ricchi (dal punto di vista musicale) del lotto e anche uno dei migliori.

“Magayarorszàg”, che vince decisamente il premio per il titolo più impronunciabile dell’anno, è invece un pezzo più scanzonato e allegro che parla essenzialmente di goliardiche feste piratesche in Ungheria. La title-track parte in maniera molto pomposa e per chi si aspettava uno scimmiottamento in chiave pirata del capolavoro dei Maiden in realtà rimarrà deluso, dato che questo è uno dei pezzi più power metal e battaglieri del lotto, con tanto di ritornello da cantare a squarciagola e melodie folk grandiose per uno dei pezzi che più ricordano i primi Alestorm.

Detto questo pur non portando alcuna novità al disco questa title-track si ascolta con piacere e risulta essere un brano ben riuscito. Ancora del metal epico e roccioso con “Bite The Hook That Feeds” (titolo geniale), ma stavolta con una componente quasi teatrale e irriverente in cui il nostro Chris Bowes come sempre si cimenta benissimo.

Colgo quindi l’occasione per fare i complimenti ancora una volta a questo fantastico compositore, vocalist e frontman. Ammetto che la sua voce con quell’accento tipicamente scozzese risulta perfetto per calarsi nella parte del pirata ed è sicuramente uno degli elementi che più amo di questa band che per il sottoscritto risulta essere quasi come una pillola per il buonumore, riuscendomi sempre a strappare una risata o un sorriso ad ogni ascolto di una loro qualsiasi canzone.

Fin qui l’album si è difeso davvero bene, peccato che trovo che ci sia un calo proprio per le canzoni che attendevo di più; “Return To Tortuga” mi aspettavo fosse un sequel della mitica “Tortuga” dal precedente album, in realtà è un po’ un rifacimento del pezzo in chiave più metal e meno trap/hip hop utilizzando lo stesso testo ma cambiano le melodie per un risultato che non si avvicina ai fasti dell’originale.

Anche “Wooden Leg Part III” che aveva il compito di chiudere la ormai celebre saga piratesca della “maledizione della gamba di legno” nonostante il suo essere al limite del demenziale con parte del testo in giapponese e spagnolo per quanto mi riguarda è un’ accozzaglia di elementi che funzionano poco a dire il vero.

“Come To Brazil” è un breve pezzo di poco più di due minuti che ha il ruolo avuto nel precedente disco da “Shit Boat (No Fans)” , brano festaiolo e ridicolo che sembra essere stato buttato li all’ultimo. Peccato per questi ultimi tre pezzi dunque ma non c’è dubbio che il resto del disco sia di tutt’altra pasta per fortuna.

Insomma per concludere questo nuovo album degli Alestorm ci propone un lavoro che non vira troppo dalle coordinate vincenti degli ultimi dischi continuando ad incorporare tanti elementi diversi nel loro sound, con lo scopo di creare un mix di canzoni divertenti e demenziali. È da notare che stavolta la componente power metal è più presente rispetto all’ultimo disco, oltre che alla sovrabbondanza di ottimi assoli di chitarra e tastiera, tutti elementi che potrebbero far piacere ai fan di “Capitain Morgan’s Revenge”, ma come detto prima non temete!

I pirati scozzesi hanno riservato qualcosa di speciale un po’ per tutti i  gusti, e anche se a mio modo di vedere questo disco non contiene il numero di “hit” vincenti delle ultime produzioni (assestandosi per quanto mi riguarda un gradino al disotto di album come “Curse Of The Crystal Coconut”), è comunque l’ennesimo centro per una band che continua ad essere una garanzia sia in studio che in sede live. Set sail! Land ho! Drink rum! Let’s go!

VOTO: 7,5/10

TRACKLIST:

  1. Magellan’s Expedition
  2. The Battle Of Cape Fear River
  3. Cannonball
  4. P.A.R.T.Y.
  5. Under Blackened Banners
  6. Magayarorszàg
  7. Seventh Rum Of A Seventh Rum
  8. Bite The Hook That Feeds
  9. Return To Tortuga
  10. Come To Brazil
  11. Wooden Leg (Part III)

Alestorm line up:

  • Christopher Bowes – vocals, keytar
  • Maté Bodor – guitars
  • Gareth Murdock – bass
  • Elliott Vernon – keys, harsh vocals
  • Peter Alcorn – drums