Essere o non essere? L’Amleto progressive dei Seyminhol

Seymnhol tws cd


SEYMINHOL – “The Wayard Son”
• (2015 – Brennus Music) • 

L’idea di concept album (o “album a tema”) è stata storicamente figlia della voglia di contaminazione culturale degli autori della musica cosiddetta popolare, che cercavano di elevare la propria posizione nella scena da semplice prodotto commerciale a vera e propria opera, creando lavori con una struttura ben definita e diversa dalla semplice forma “canzone”, più vicina quindi alla forma “sinfonia”, intesa come insieme musicale composto da più “movimenti”.
In questo modo la sfida più importante era, ed è tuttora, quella di attirare l’attenzione dell’ascoltatore accorpando le idee in un unico “concept” nel quale poter esprimere compiutamente sia le proprie idee musicali, che eventualmente anche quelle politiche e sociali, a seconda dei casi, o più semplicemente una storia come L’Amleto di Sheakspeare.
Esempi di concept album si trovano nella discografia di numerosi artisti, da “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles a “The Wall” dei Pink Floyd passando per “Tommy” degli Who e “Pictures at an Exhibition” degli Emerson Lake e Palmer, e se il fatto di avere un tema concettuale sul quale sviluppare e raccontare una storia non richieda per forza un insieme di brani articolati, complessi e lunghi, spesso il risultato è sempre stato in questo senso e infatti uno dei generi che più ha utilizzato questa forma musicale è stato un certo tipo di rock progressivo, per esempio quello dei Dream Theater.
E qui arriviamo al disco dei Seyminhol, quartetto francese attivo dal 2005 con quattro dischi alle spalle e quest’ultimo lavoro intitolato “The Wayward Son” (Il Figlio Ribelle) in cui il “concetto” è l’opera shakespeariana “Amleto”, una dei lavori di drammaturgia più conosciuto e rappresentato al mondo e che racconta la tragedia di Amleto, principe di Danimarca, e delle sue vicissitudini familiari.
Il lavoro dei Seyminhol ha una stretta correlazione con l’Amleto originale e ne rappresenta una serie precisa di Scene e Atti, come potete leggere nei titoli dei brani. Il genere è decisamente progressive-rock/metal ed è composto da una serie di brani della durata di circa 4/5 minuti intervallati da parti più brevi che servono da intermezzo tra una scena e l’altra.
Raccontando una vera e propria storia, la prima vera parte cantata non poteva far altro che iniziare con un arpeggio lento su quale articolare il tema centrale della tragedia del principe, che poi si apre e sfocia nell’inno epico e maestoso di “The Spectre’s Confidence”. Dopo l’interludio del “The Oath of The Sword” si passa alla veloce introduzione di “Mantle of Madness” che con il suo riff coinvolgente fa entrare nel vivo della storia. Il brano è basato molto su sezioni di cassa alternate in ottavi e sedicesimi, con intermezzi epici conditi da cori e le parti orchestrali di Nicolas Pélissier che sottolineano e si intrecciano con le chitarre sempre di…Nicolas Pélissier! Sarà interessante dal vivo capire se ci saranno ad accompagnarli delle basi o un tastierista in carne ed ossa.
Altro interludio e si parte con “The Theatre of the Dream”, un mezzo tempo con una veloce introduzione dove il tema è suonato dalle parti orchestrali che si fanno più complesse, mentre la chitarra mantiene una funzione ritmica elementare fino a quando non entra la parte cantata, nella quale invece serve da supporto più importante alla sezione di basso e batteria. Più avanti, insieme al pianoforte, servirà invece da sostegno per la melodia del cantato. Un modo come un altro da chitarristi per non annoiarsi mai, compreso l’assolo a 3:45 che da un bel respiro a pieni polmoni a tutto il brano.

La veloce e variegata “Into The Black Chamber” non farebbe una brutta figura in qualche album di artisti del genere più famosi e offre nel coro femminile e nelle variazioni di tempo un punto di interesse. Le atmosfere epiche e cupe di “Shadows of Death” cristallizzano quello che dal titolo è un tema che riguarda la morte, anche se non capiamo cosa c’entri a 2:19 il doppio colpo di cassa e rullante Roland TR 808 (uno modello di batteria elettronica famoso fra chi produce dance), più che altro perché non gli viene dato seguito.
Per cercare di entrare meglio nel contesto del disco una delle cose da fare è quella di leggere i testi, che online non si trovano e sono il valore aggiunto del CD originale, anche se un’idea la possiamo avere dal “lyric video” di “Mantle of Madness”. Forse William Sheakspeare avrebbe qualcosa da ridire, ma non ci sentiamo di criticare troppo in questo senso vista la difficoltà per chi non è madrelingua di descrivere gli eventi della tragedia di Amleto, e mantenere una certa liricità dei testi. Sulla pronuncia invece il sottoscritto si lamenta sempre di come gli italiani cantino in inglese, questa volta occorre dire che anche i francesi non è che siano il massimo: sarà un problema per tutti i latini? Forse si. Però le nostre orecchie hanno comunque avuto un sussulto quando hanno sentito la rima della parola “mirror” con “terror” dove la seconda viene pronunciata come la prima, ma con la T davanti. Considerato che la rima funziona anche se le parole sono pronunciate correttamente, occorre una buona dose di pazienza e chiudere un occhio, o meglio un orecchio. Il concetto alla base del ragionamento è semplice: vuoi cantare? Studia canto. Vuoi cantare in inglese? Studia l’inglese. In questo caso ancora di più dato che per un disco del genere i testi fanno parte del “concept” dell’opera e non sono semplici articolazioni vocali create per dar fiato al cantante.
Tornando al disco, dopo la trascinante “The Conspiracy” dal riff centrale un po’ ruffiano, che alleggerisce così la tensione fornendo anche un punto d’aggancio mnemonico (importante nei lavori lunghi), e dopo l’interludio “Into The Cemetery” entriamo nella parte finale con “The Disguised Corpse” e “The Duellist” che trascinano verso l’epilogo della tragedia. Come andrà a finire? Probabilmente nel modo in cui è stato scritto l’originale. 🙂
Il disco di questo gruppo francese non è uno di quelli di facile ascolto iniziale. Di sicuro gli appassionati del genere progressive o epic non si spaventeranno della cosa e provvederanno ad approfondire con ascolti ripetuti. Alcuni brani potrebbero benissimo essere estrapolati dal contesto del concept e avere vita propria, su tutti “Mantle Of Madness” di cui potete vedere il video di seguito. Le composizioni sono ben articolate e non cascano spesso in facili cliché del genere, le orchestrazioni e le chitarre non sono mai noiose e, per finire, il suono complessivo del disco è uniforme e ben definito, nulla da invidiare a produzioni più famose secondo chi scrive.
Se siete amanti del genere ascolterete il disco dall’inizio alla fine, viceversa sarete interessati solo dai brani che superano i 3 minuti, otto sui diciannove che compongo il lavoro dei Seyminhol, “The Wayard Son”.

 

Tracklist:
01. Act I, Scene 1: A Night at Elseneur
02. Act I, Scene 4: Marcellus’s Ascertaining
03. Act I, Scene 5: The Spectre’s Confidence
04. First Interlude: The Oath Of The Sword
05. Act II, Scene 1: Mantle Of Madness
06. Second Interlude: The Comedian’s Parade
07. Act II, Scene 2: Theater Of Dream
08. Third Interlude: The Agony Of A King
09. Act III, Scene 1: To Die, To Sleep
10 Act III, Scene .4: Into The Black Chamber
11. Act IV, Scene 1: The Death Of Polonius
12. Act IV, Scene: 4 Shadows Of Death
13. Fourth Interlude: Poem For A Maid
14. Act IV, Scene 5-6-7: The Conspiracy
15. Fifth Interlude: Into the Cemetery
16. Act V, Scene 1: A Disguised Corpse
17. Sixth Interlude: The Great Hall Of The Castle
18. Act V, Scene 2: The Duellist
19. Last Interlude: The Last March Of A Prince

SEYMINHOL lineup:
Kevin Kazek – Vocals
Chris Billon-Laroute -Bass
Nicolas Pélissier – Guitars, Keys & Orchestrations
Thomas Das Neves – Drums

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