Wacken Open Air 2018: Back to the Holy Ground!

WACKEN OPEN AIR 2018
live @ WOA, Wacken (Germania)
– 2-3-4 agosto 2018 –

 

LIVE REPORT •

Mentre mi accingo a scrivere queste righe a pochi giorni dalla fine del festival e con l’edizione del 2019 già praticamente sold out dopo un paio di giorni dalla messa in vendita dei biglietti, ecco che mi ritornano in mente i mille ricordi legati alle sei edizioni del festival a cui ho partecipato e in particolare quella appena conclusa. Il Wacken Open Air è difficile da spiegare per chi non lo ha mai vissuto in prima persona,  tuttavia cercherò di farlo comunque in questo breve (almeno spero ) riassunto. Il Wacken è un evento a cui ogni amante dell’Heavy Metal dovrebbe recarsi almeno una volta nella vita, ed è incredibile come ogni anno nonostante la fatica, il tempo avverso, la pioggia, il fango (queste ultime in realtà le abbiamo scongiurate in questa edizione dove abbiamo avuto un sole pieno per praticamente tutte le giornate di festival), appena tornato a casa la prima cosa che si fa è comprare  il biglietto per l’anno successivo. Perché mi viene difficile pensare di passare i primi giorni di agosto in un luogo diverso dal Wacken Open Air.  Quello che offre il Wacken oltre ai circa 150 gruppi che suonano nell’ambito del festival è un organizzazione perfetta che permette anche con 75 000 persone di fare pochissime code sia negli stand per il cibo (per tutti i gusti; dalla classica cucina tedesca ricca di carne, ai classici stand di hamburger, pizza, cucina asiatica, turca , vegana … non mancano nemmeno i frozen yogurt se vi viene voglia di un dolcetto serale! ) sia per i bagni sia per quanto riguardo i punti di raccolta dell’acqua potabile. Per non parlare delle miradi di attività extra concertistiche che si possono intraprendere, oltre ai tantissimi stand dove comprare cd, magliette e accessori di vario tipo di cui potreste avere bisogno per il festival. Quello di cui non vi posso raccontare è dell’esperienza del campeggio a Wacken che è un qualcosa che accomuna la maggior parte dei Wackeniani. In questi anni ho sempre preferito trovare un alloggio in un BnB nelle città vicine a Wacken come Elmshorn o Gluckstat. In ogni caso i collegamenti con navette e treni sono efficienti e non troppo cari quindi questa è un opzione sicuramente valida per chi come me ha difficoltà a dormire in tenda o che comunque vuole evitare almeno di notte il clima rigido e la pioggia che solitamente si accomunano a questo festival.

Day One – Giovedì 2 agosto

Il Giovedì è la prima giornata ufficiale del festival dove finalmente viene aperta l’area concerti che ospita i tre palchi più impostanti della  manifestazione; Il  “Faster” , “l’Harder” (i due palchi principali posti uno affianco all’altro che si alternano nell’ospitare le band) e il “Louder”, quest’ultimo leggermente più piccolo e posto a distanza rispetto ai due palchi più grossi. Qui si esibiranno tutte le band più importanti del festival, ma altri palchi minori come il “WET” e “l’Headbangers Stage” (questi due al coperto)  oltre che al “Wackinger Stage” ospiteranno altre band altrettanto interessanti.  Iniziamo la giornata con gli Skyline, band del fondatore del festival Thomas Jensen che ogni anno, come da tradizione, aprono il festival con una buona dose di cover di classici dell’Hard Rock e dell’Heavy Metal. Quest’anno si parte con “Burn” dei Deep Purple per passare a “We Rock” di Ronnie James Dio,  “Ain’t talking about love” dei Van Halen, “2 Minutes to Midnight” degli Iron Maiden  fino a chiudere in maniera un pochino atipica con un pezzo dei Rammstein. A Seguire Vince Neil (ex-cantante dei Motley Crue) e la sua band ci portano a rivivire i classici del repertorio Motley in una specie di “best of show”. Da fan della band ormai sciolta qualche anno fa non ho  potuto non esaltarmi nell’ascoltare pezzi che hanno fatto la fortuna della band di Los Angeles come “Dr. Feelgood”, “Kickstart My Heart”, “Looks That Kill”, “Same Old Situation” , “Home Sweet Home”, “Shout at the Devil”, “Girls, Girls, Girls” e “Wild Side”. Vince è ormai parecchio appesantito da anni e la voce fatica soprattutto nel seguire le parole delle strofe delle canzoni mentre lascia l’onere al pubblico di cantare a squarciagola i chorus dei brani proposti, talmente famosi da essere conosciuti da una buonissima parte del pubblico. Ci spostiamo al “Louder” per seguire una parte dello show di Tremonti, chitarrista degli Alter Bridge reduce dall’ultimo album “A Dying Machine” uscito quest’anno. Il repertorio pesca da tutti e quattro i suoi dischi in uno show granitico e d’impatto. Nel pomeriggio ci saranno altri nomi importanti come Dokken, Udo ma soprattutto lo show dei Behemoth. Non essendo un grande fan della band polacca mi reco al “Wackinger Stage” e mi conquisto la prima fila per il concerto dei Visions Of Atlantis, gruppo Symphonic/Power austriaco che recentemente ha avuto numerosi cambi di lineup, tra cui l’ingresso di Clementine Delauney con cui hanno inciso il recente album uscito nel 2018 “The Deep And The Dark”. La band attrae un ottimo numero di curiosi e di fan del Symphoic Metal e così lo show può avere inizio con la band che sfoggia il meglio del suo repertorio con i duetti tra la voce maschile di Segfried Samer e quella femminile di Clementine. La band ricorda a tutti i presenti di non andare via dopo il concerto, dato che Clementine si esibirà nuovamente con le Exit Eden, supergruppo tutto al femminile di cui fa parte Amanda Somerville, Marina La Torraca e Anna Bruner (oltre la già citata Clementine). Purtroppo Amanda non farà parte del gruppo questa sera e lascerà così alle compagne il compito di esibirsi riproponendo in chiave Symphonic Metal pezzi Rock e Pop da classifica di artisti come Depeche Mode, Rhianna, Lady Gaga, Backstreet Boys e altri. Pochi pezzi e decido di spostarmi verso l’area concerti. I Judas Priest stanno per iniziare e voglio essere sicuro di potermeli vedere da sotto al palco. La band capitanata da Rob Halford porta con sé una bellissima scenografia e delle videoproiezioni che aumentano a colpo d’occhio. Si sente la mancanza di K.K Downing e Glenn Tipton, colpito recentemente dalla malattia di Parkinson che apparirà comunque nel bis per la gioia dei fan. Il concerto dei Priest è fenomenale e la band sapientemente propone pezzi più cadenzati rispetto al solito per permettere di mantenersi ad altri livelli, data la loro età ormai avanzata. Così facendo, pur mancando molti classici come “Nightcrawler”, “The Sentinel”, “Jawbreaker” o “Electric Eye”, la band riesce comunque ad offrire una scaletta interessante ed originale che ripesca molto dagli anni ‘70. Ecco qui una inaspettata  “Saints in Hell” da “Stained Class” insieme ad altri pezzi più classici, come “Sinner”, The Ripper” e “Tyrant”. Non mancano i brani dal nuovo album “Firepower” in cui spicca l’epica “Rising from Ruins”. “Bloodstone” è una scelta inusuale, ma verso la fine del concerto ecco che arrivano i classici che tutti si aspettano: “Painkiller”, “You’ve Got Another Thing Coming”, “Hellbent For Leather” (con tanto di Rob Halford che entra sul palco cavalcando la sua moto), “Metal Gods” , “Breaking The Law” e “Living After Midnight” con tanto di Glenn Tipton sul palco. Il pubblico è in visibilio. The Priest is Back at Wacken!

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Day Two – Venerdì 3 agosto

Sveglia presto e già alle dieci di mattina ci conquistiamo un posto in prima fila al “Louder Stage” per assistere al concerto degli svedesi Amaranthe che inizierà alle 11. La band, il cui sound è un ibrido di metal ed elettronica, è probabilmente tra le proposte più “particolari” di questo Wacken, ma non per questo non richiama a sé un gran numero di persone. Il combo svedese propone addirittura un trio di voci: due maschili, di cui una pulita e una in growl, e l’altra femminile, quella di Elize Ryd, vera e propria immagine e punto di riferimento della band che, grazie alle sue doti canore e alla sua bellezza e sensualità, renderà questo concerto un vero e proprio successo. Per il sottoscritto che li ascolta ormai sin dal loro debutto è stato bello poterli finalmente vedere live e saltare e cantare sulle varie “Maximize”, “On The Rocks”, “”The Nexus” “Drop Dead Cynical”, “Boomerang” ed esaltarsi sui ritmi quasi electro-dance di  “Call Out My Name” e “Digital World”. Ma c’è anche il tempo di riprendere fiato addirittura grazie a ben tre ballad: “Amaranthine”, “True” e la bellissima “Endlessly”, tratta dal loro ultimo lavoro in studio. Dopo l’energica esibizione degli svedesi, decido di rinunciare al concerto dei Persefone che avevo in programma al “WET Stage” e di tenermi stretta la prima fila al “Louder”, dato che dopo poco suoneranno i Dark Tranquillity. La band svedese, rimasta recentemente orfana di uno dei due chitarristi per questo show, riesce comunque a regalarci uno show veramente emozionante, nonostante il tempo ridotto. Mikael Stanne con il suo carisma innato trascina la folla in un’ora e un quarto di death metal melodico di primissima categoria. Pur avendoli visti solo qualche mese addietro a Roma e questa volta senza portarsi dietro (purtroppo) maxischermi di nessun tipo ma un semplice telone con il logo del gruppo,  la band riesce sempre ad esaltarmi con quattro brani tratti dall’ultima uscita, il validissimo “Atoma” e tanti classici dal loro passato. “Monocromatic Stains”, “The Treason Wall” e “Final Resistance”, tratti dal capolavoro “Damage Done” (2002), infiammano il pubblico. E non possono ovviamente mancare le più melodiche “Therein”, “The Wonders At Your Feet”, “Misery’s Cown”, oltre a quella che è diventata un vero e proprio inno della band: “Lost To Apathy”. La giornata è caldissima e riesco solamente a vedermi in parte il concerto dei Korpiklaani, altra band che non sono mai riuscito a vedere live in questi anni. Questa è la classica band perfetta per un contesto come il Wacken di quest’anno: birra , sole e tanto divertimento sulle note della folk band finlandese che, sul retro del palco, ci offre degli sfondi suggestivi  e che onstage grazie ai violini, fisarmoniche, flauti e chitarre fa saltare ed esaltare la folla, nonostante il caldo torrido sulle note dei loro classici come “Vodka”, “Happy Little Boozer” “Beer Beer” o la più recente “Man With A Plan”. A seguire gli Epica che offrono il solito grande show con il loro symphonic metal. La band è sempre in palla e rodatissima da anni di tour: Mark Jansen con il suo Growl e la sua chitarra coinvolge il pubblico alla grande, dividendosi le parti vocali con la bella e brava Simone Simons e il resto della band trasuda energia da tutti i pori. Per il sottoscritto che li vede per la tredicesima volta è il solito buon concerto, ma alla lunga si sente la mancanza di una variante nella scaletta che nell’ultimo tour –  eccetto i brani dall’ultimo disco che verranno ruotati – il resto rimane sempre fisso. E così riascoltiamo le varie “The Essence Of Silence”, “Storm The Sorrow”, “Cry For The Moon”, “Sancta Terra”,  “Unchain Utopia”, fino a chiudere con la consueta suite da 12 minuti: “Consign to Oblivion”, vero e proprio capolavoro della band che crea numerosi “circle-pits” incoraggiati dalla band. A questo punto ci dirigiamo verso il Meet&Greet dei Nightwish. Si perché il bello del Wacken è anche questo! Poter incontrare le proprie band preferite, fare quattro chiacchiere, scattare qualche foto, farsi autografare qualche disco e salutarsi. Nel caso dei Nightwish, però, non abbiamo tenuto conto della lunghissima fila di fans accorsi per poter salutare i propri beniamini e così, dopo un’ora e un quarto di fila e quasi arrivati al traguardo, il tempo concesso alla band è scaduto e siamo dovuti con la morte nel cuore tornare indietro a mani vuote. A risollevarmi lo spirito è stato il concerto di Doro, vera icona del  festival, che qui si sente nella sua seconda casa, come detto più volte da lei stessa. Il suo concerto, oltre ai tanti classici dei Warlock come “Burning The Witches” , Earthshaker Rock” “I Rule The Ruins”, “East Meets West”, “Fur Immer” e il classico immortale “All We Are”, offre alcuni brani della sua carriera solista, oltre a vari ospiti che saliranno sul palco come Jeff Waters degli Annihilator e Johan Hegg, frontman degli Amon Amarth, accolto con un boato dal pubblico; i due duetteranno in un pezzo di Doro e su un pezzo degli Amon Amarth, tratto dall’ultimo disco della band, “Jomsviking”, dal titolo “A Dream That Cannot Be”. Non può inoltre mancare l’inno ufficiale del Wacken, “We Are The Metalheads”  e per chiudere una cover di “Breaking The Law” dei Judas Priest. A fine concerto Doro riceve un premio ed entra di diritto nella “Hall of Fame” del Wacken. Premio meritatissimo, data la stretta collaborazione che c’è stata in questi 29 anni tra Doro e il festival stesso. Personalmente il gruppo più atteso della serata sono i Nightwish ai quali, pur essendo uno dei nomi di punta del bill di quest’anno, viene concessa solo un’ora e un quarto. La band è a supporto del “Decades World Tour” che promette di riproporre tante chicche dal passato della band. Fuochi, video mozzafiato, fumo e il resto ci portano nel fantastico mondo dei finlandesi.  È “End Of All Hope” ad aprire le danze, il pubblico viene travolto da un’ondata di entusiasmo come raramente ho percepito in questa edizione. Il crowdsurfing si fa sempre più presente e pressante al punto da diventare fastidioso, ma la musica della band continua a regalarci emozioni con “Gethsemene” e “The Devil and the Deep Dark Ocean”, tratte da “Oceanborn”, che vedono un Marco Hietala perfetto nella sua interpretazione delle parti di voce maschile. La sua performance è stellare anche in “Slaying The Dreamer” che per quanto mi riguarda, con il cantato più aggressivo di Floor Jansen, ha reso il pezzo  ancora più energico rispetto alla versione con Tarja. “Come Cover me” fa riprendere fiato al pubblico che poi avrà il piacere di ascoltare le “solite” “Nemo” , “Wish I Had An Angel” ,”Elan” ,”Amaranth”, “I Want My Tears Back” e le lunghe suite “Ghost Love Score” e “The Greatest Show On Earth”. La fatica si fa sentire ma ho ancora le forze per vedermi i Running Wild con il loro unico show del 2018 proprio al Wacken Open Air. Rolf Kasparek prova ad incitare in tedesco il pubblico la cui età media è nettamente incrementata rispetto allo show dei Nightwish. La scenografia non è nulla di che e trovo la band un pochino statica, senza contare il fatto che la scaletta è abbastanza povera dei pezzi storici dei Running Wild. “Riding The Storm” , “Soulless”, “Under Jolly Rodger” e “Port Royal” e “Bad To The Bone” risollevano le sorti di un concerto che non mi ha fatto strappare i capelli, nonostante Rolf renda onore al Wacken facendoci ascoltare un pezzo in anteprima assoluta dal nuovo album “Stargazer”.

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Day Three – Sabato 4 agosto

Una bella Monster mi carica pronto per affrontare il primo concerto dell’ultima giornata del Wacken. Alle tredici del pomeriggio sono già in transenna per seguirmi il live dei Wintersun. La band di Jarii Maenpaa, recentemente passato solamente al ruolo di cantate lasciando le sue parti di chitarra ad un altro musicista in pianta stabile, ci regala una delle performance più belle ed emozionanti dell’intero festival. Sul fondo del palco troneggia il logo della band e le smoke machines inondano il palco di fumo creando l’atmosfera giusta per addentrarsi nei pezzi di “The Forest Season” e non solo. Si parte con “Awaken From The Dark Slumber”, lunga suite che apre l’ultimo disco della band e si prosegue con “Battle Against Time” dal primissimo disco datato 2004. Si sente la differenze tra i Wintersun di adesso (più pomposi, epici e orchestrali) rispetto a quelli che furono all’epoca più tecnici, funambolici e complessi. Con “Sons Of Winter And Stars” la band ci propone una performance da pelle d’oca nei suoi circa 15 minuti di durata. Un pezzo stratosferico dalle mille sfaccettature e cambi di atmosfera, dove Jari passa sapientemente dal growl al clean mostrandoci il carisma di un vero frontman. Altre due lunghe suite, “The Forest That Weeps” e “Time”, chiudono un concerto assolutamente meraviglioso, mentre tra qualche minuto inizierà un altro show che attendevo con ansia… quello degli Alestorm! Più gli anni passano, più i pirati scozzesi, guidati da Christopher Bowes, diventano folli  e fuori di testa. Una papera gigante di gomma che troneggia sul loro palco verrà poi gettata sul pubblico, mentre tra la folla si scatena la festa con gente che fa crowdsurfing nei canotti vestiti da pirata o in altre maniere assolutamente opinabili! Le hit del combo scozzese ci sono tutte e si parte a mille con “Keelhauled” , a seguire le più recenti “Alestorm” e “Mexico”, per poi passare a “The Sunken’ Norwegian” , “No Grave But The Sea” , “Shipwreciked”, “Drink”, una bellissima cover con tanto di pezzo rappato di “Hangover”, “Wenches and Mead” , “Capitan Morgan’s Revenge” e per finire in “raffinatezza” “Fucked With An Anchor” . Il concerto è stato un trionfo, peccato veramente per i volumi che erano inspiegabilmente bassissimi… Fortunatamente ci ha pensato il pubblico a cantare a squarciagola tutti i ritornelli delle canzoni! Dopo la festa si torna alla serietà e mi dirigo al “WET Stage” al coperto per seguire il concerto della band belga Spoil Engine, female fronted band guidata dalla grintosa Iris Goessens che, con il loro misto di Metalcore e Melodic Death Metal unito a delle punte di Industrial, fanno scapocciare i fan a dovere, grazie ai brani estratti dal loro ultimo album, “StormSleeper”. Pezzi come la titletrack o “Disconnect” mostrano il potenziale di questa band che in futuro potrà crescere meritatamente. Pausa pranzo (molto abbondante) e la pigrizia mi fa perdere il concerto dei Gojira. Forse meglio… dato che mi permette di recuperare le forze per gli ultimi 4 concerti della giornata e del festival. Gli Steel Panther, band hard rock statunitense, con i loro testi sessualmente molto espliciti e i loro discorsi sul palco assolutamente esilaranti, offrono il solito spettacolo divertente anche grazie a brani come “Asian Hooker”, “Gloryhole”, “17 Girls in A Row” ,“Party all Day (Fuck All Night)” (sono io o sono l’unico che trova una specie di filo comune tra tutti questi pezzi?). Loro sembrano usciti da un video degli anni ‘80 dei Motley Crue per come sono conciati sul palco, ma devo ammettere che si divertono e fanno divertire il pubblico. Gli Arch Enemy portano con loro la loro grandissima bravura nel tenere il palco e la loro grande professionalità. Il duo di chitarre Amott- Loomis non può che offrire garanzia, mentre Alissa White-Gluz è una performer incredibile con una grinta fuori dal comune e tra fuoco e fiamme e i soliti successi della band, il gruppo trascina il pubblico alla grande. Il problema, come per gli Epica, è la ripetitività della scaletta che ormai cambia veramente poco da concerto a concerto. E dunque, eccoci ancora una volta a sentirci le nuove “The World is Yours”, “The Eagle Flies Alone”, “First Day In Hell” e la speed-punk “The Race”, tratta dal loro ultimo album; a seguire le solite immancabili “My Apocalypse”, “We will Rise”, “War Eternal”, “Avalanche”, “Ravenous” ,“You Will Know My Name”, “Bloodstained Cross” e la chiusura con “Nemesis”. L’unica bella chicca di questo tour è stato il ripescaggio di “Dead Bury Their Dead”… Insomma se c’è stato qualcosa da ribattere sulla scaletta, non vi è nulla da eccepire sulla performance! Si sta avvicinando il concerto di questo sabato sera: freschi di reunion con Kai Hansen e Micheal Kiske, gli Helloween sono pronti a ripercorrere oltre trent’anni di carriera in due ore e mezzo di concerto. Non manca nulla a questo show : video animati che accompagnano tutte le canzoni (tra cui la storia a cartoni animati di due esilaranti zucche che ci accompagneranno per tutto il concerto), i mitici duetti tra Kiske e Deris, i pezzi tratti da “Walls of Jericho”, cantati da Kai Hansen, i fuochi d’artificio a fine concerto, cosi come i palloncini giganti a forma di zucca lanciati sul pubblico durante “I Want Out”. Questo concerto è stata la chiusura del cerchio, quello che i fan degli Helloween volevano e si aspettavano da tantissimi anni: assistere a questo show in Germania a Wacken, a pochi chilometri dalla città natale della band, Amburgo, è stato qualcosa di magico ed incredibilmente emozionante, pur avendo già visto lo show di Milano dello scorso novembre e quindi sapendo più o meno cosa aspettarmi”! E poi ci sono le canzoni: molta enfasi è stata posta sui due “Keeper” con la riproposizione di “Halloween” e “Keeper Of The Seven Keys” per intero oltre che “A Little Time” , “A Tale That Wasn’t Right”, “Future World” , “I Want Out”, “Dr.Stein”, “I’m Alive”, “Eagle Fly Free” e anche l’inaspettata “Rise and Fall”. Come detto, c’è spazio anche per l’era Kai Hansen con un medley di “Ride the sky/Judas/Heavy metal is The Law/ Starlight” e successivamente la bellissima “How Many Tears” che vede la partecipazione anche di Kiske e Deris. Per quanto riguarda il periodo che va dal 1994 in poi, il periodo “Deris”, sono state proposte “If I Could Fly”, “Why?”, “Perfect Gentlemen”, “Are You Metal?” e le immancabili “Sole Survivor” e “Power”. Emozionante anche il video riproposto dagli anni ottanta sugli schermi di un assolo di batteria di Ingo Swichterberg (unico membro originale della band e scomparso nel lontano 1992), rifatto in perfetta sincronia da Dani Loble, un bellissimo omaggio che sarebbe stato apprezzato anche dallo stesso Ingo! In sintesi, due ore e mezza di trionfo e uno dei concerti più belli che abbia mai visto in queste sei edizioni di Wacken a cui ho presenziato. Con le ultime forze rimaste riesco a raggiungere le prime file per il concerto dei Dimmu Borgir, band che ho amato e continuo ad amare tantissimo nonostante l’abbandono di “Vortex” e “Mustis” che hanno lasciato un vuoto sia a livello di performance on strage, che compositivo. Il fondale che accompagna i Dimmu è quello della copertina di “Eoian”, ultimo lavoro della band dopo otto anni di silenzio. Ormai si capisce come il gruppo è più intenzionato a proporre materiale dagli ultimi album in scaletta, indirizzando le loro scelte su pezzi sempre più sinfonici e abbandonando quasi del tutto la componente black metal. Basta pensare che otto dei dodici brani proposti in scaletta fanno parte degli ultimi tre dischi (per la stragrande maggioranza dei die-hard fans i peggiori della band). In ogni caso l’intenso uso delle “smoke machines” crea l’atmosfera adatta per questo concerto. Peccato che i suoni inizialmente e fino a metà concerto siano abbastanza impastati, tutte le parti sinfoniche e i cori sono campionati, cosi come le parti in clean di Vortex su “The Serpentine Offering “ e “Progenies Of The Great Apocalypse”. La band offre una buona performance, Shagrath riesce ancora a graffiare abbastanza con il suo growl, mentre gli axemen Silenoz e Galder ci garantiscono un muro di suono imponente ma siamo comunque anni luce dai fasti di una volta. È stato bello però risentire dal vivo “Progenies of The Great Apocalypse” e “Mourning Palace” poste in chiusura del concerto ed è stato imperdonabile il fatto che non abbiano suonato nient’altro dal lavori degli anni novanta; insomma, non mi sarei mai aspettato un concerto dei Dimmu Borgir senza sentirmi almeno una “Spellbound (By The Devil)” o una “A Succubus In Rapture” per dirne due. E cosi finisce un altro Wacken, uno dei miei preferiti per tanti aspetti: prima di tutto per il bill assolutamente fantastico…  e mi dispiace perché c’erano almeno altre 10 band che avrei voluto vedere come Ensiferum, Amorphis, Arkona, Enslaved, Blues Pills, Gojira, Children of Bodom, Leaves’ Eyes, Persefone  che, purtroppo,  ho perso nella maggior parte dei casi a causa delle sovrapposizioni con altri gruppi o meet and greet e in altri per la fatica. In ogni caso… “see you next year at Wacken, rain or shine!”