TrueMetal Festival 2015 – pronti a scatenare l’inferno!

TRUEMETAL.IT FESTIVAL III:
UNLEASHED + BELPHEGOR + DISTRUZIONE + ULVEDHARR +
DELIRIUM X TREMENS + COLD RAVEN + MINDFUL OF PRYPIAT
live @ Circolo Colony, Brescia
– sabato 12 settembre 2015 –

LIVE REPORT •
Siamo giunti alla terza puntata del TrueMetal.it Festival, manifestazione organizzata dal popolare sito web particolarmente apprezzato dai cultori del “vero metallo”, quest’anno ospitato nei locali del Colony di Brescia, dopo le due edizioni milanesi del 2014 al Legend Club e del 2013 al Theater Club di Rozzano. Lo spostamento di sede è coinciso con un evidente e netto cambio di direzione musicale: al posto dell’hard & heavy classico di Manilla Road e Strana Officina (gli headliner delle kermesse precedenti), questa volta a farla da padrone sono due formazioni di metal estremo piuttosto popolari e blasonate come gli svedesi Unleashed e gli “indemoniati” austriaci Belphegor, accompagnate da una buona selezione di band italiane che, per così dire, non stonano affatto col tema della serata. Un’occasione certamente ghiotta per i non pochi estimatori del genere, e infatti l’evento ha richiamato un discreto numero di appassionati: magari ci si sarebbe potuto aspettare di più e di meglio, ma i numeri di pubblico metal in Italia, a meno che non si tratti di eventi molto popolari (direi quasi mainstream) purtroppo sono sempre un po’ risicati rispetto al reale valore delle band coinvolte e all’impegno profuso dai promotori.

Mindful of Pripyat
Si parte puntualissimi come da programma con i giovani meneghini Mindful of Pripyat, band per palati robusti che si ispira al grindcore delle origini di Napalm Death (quelli dei primi due dischi), Terrorizer, Brujera, e “Shit like that” come dicono loro stessi nelle note biografiche! Nonostante la breve militanza, hanno già recentemente realizzato l’album di esordio “…and Deeper, I drown in Doom…” auto-distribuito sul loro sito. La formazione ufficiale cita tre membri: Tya al microfono, Gio alla batteria e Giulia al basso e chitarra. Ufficiale o meno che sia, sul palco c’è sicuramente un musicista aggiuntivo a supporto, che si dedica al basso, lasciando a Giu l’incombenza della sola sei corde, nonché dei backing vocals, ovviamente strillati a dovere come richiede il genere. Tya ha il physique du role che ci si aspetta da un frontman death/grind – ci ricorda non poco George Fisher dei Cannibal Corpse, dal quale mutua anche il celebre “headbanging con chioma rotante” – e il look ben si sposa col vocione potente e cavernoso con cui interpreta i brani. La formula della band è ben nota e ormai ampiamente codificata: brani estremamente concisi, quasi sempre poco sopra il minuto di durata, velocissimi, violenti, di forte impatto, suonati con grande grinta senza troppe raffinatezze e perizie tecniche, con una certa uniformità di base che li rende purtroppo un po’ indistinguibili gli uni dagli altri, se non ad orecchie allenatissime. Con questo “accorgimento”, pur essendo gli opener, e quindi quelli con meno tempo a disposizione, la loro sarà una delle setlist più lunghe della serata! Una proposta non particolarmente innovativa, ma certamente efficace nella sua semplice brutalità, che in ogni caso i pochi presenti al momento dell’esibizione hanno mostrato di gradire, incoraggiando la band nel corso dell’esibizione.

Setlist: “Deterrence” – “G.W.I.” – “Limbs” – “Chernobitch” – “Lone In Town” – “Liquidators” – “Maruta” – “Contagion” (cover dei Defecation) – “Cleansed By Fallout” – “Deep Water Coffin” – “Containment” – “Rusty Skin” – “Impressions Of A Sick Mind” – “Rabid” – “Forty Seconds” – “Mop”

MINDFUL OF PRIPYAT lineup:
Gio – Drums & Vocals
Tya – Lead Vocals
Giu – Guitars & Backing vocals
Gianluca – Bass
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Cold Raven
Si cambia decisamente sonorità e attitudine musicale con i Cold Raven, band di recente formazione anch’essa milanese, che ha esordito quest’anno con il primo lavoro di studio “Equilibrium and Chaos”, disco interessante che li colloca nei territori del black più evoluto, quello che non rifugge le melodie avvolgenti, le atmosfere gotiche e la tecnica strumentale del metal tradizionale. Anche l’immagine della band è molto curata: si presentano sul palco con un’adeguata attrezzatura scenica a base di teschi, make-up, costumi “vampireschi” e altri trucchi d’effetto; certamente la musica deve essere sempre protagonista, ma anche l’occhio vuole la sua parte. Ormai è difficile orientarsi nel sottobosco dei generi metal, spesso le differenze tra uno e l’altro sono proprio questioni di sfumature, perciò rinuncio a priori a cercare di catalogarli, affidandomi alla definizione che essi stessi danno della loro musica, e cioè “doomed black metal”, cosa che li apparenta almeno sulla carta ai connazionali Forgotten Tomb. Lo spettacolo è certamente interessante: le composizioni sono molto intriganti, si sente che c’è molto lavoro in fase compositiva, la scaletta scorre via fluida, molto apprezzata dall’audience. Emerge chiaramente la preparazione musicale dei musicisti, tutti di ottimo livello, con particolare segnalazione per la chitarra solista (Haures), che si produce spesso in assoli particolarmente ispirati e godibili. Ottimo anche il front-man UrielRaka, che dimostra buone capacità interpretative e sfoggia un growl ruvido e graffiante sì, ma mai sopra le righe. La scaletta ovviamente propone i brani dal loro unico disco finora pubblicato, tra le quali personalmente mi hanno colpito soprattutto le atmosfere decadenti di “In Worship with My Inner Darkness” e la conclusiva “The World is Doomed”, particolarmente articolata e strutturata, con frequenti cambi di ritmo ed un ottimo bilanciamento di melodia e rumore. Davvero una bella sorpresa!

Setlist: “Eons Of False prophets” – “Trapped In A Cult” – “No Mercy” – “Equilibrium And Chaos” – “In Worship With My Inner Darkness” – “The World Is Doomed”

COLD RAVEN lineup:
UrielRaka – Lead Vocals
Haures – Guitars
Vuall – Guitars
S – Bass (sessionist)
Mario Giannini – Drums (sessionist)
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Delirium X Tremens
Come sempre i ritmi dei festival sono serratissimi. Nemmeno il tempo di tirare il fiato, ed è subito il turno dei bellunesi Delirium X Tremens, che, ritengo con un pizzico di ironia, si definiscono esponenti del “Dolomitic Death Metal”, genere in cui non hanno evidentemente rivali noti, almeno per il momento. Battute a parte, la definizione è in effetti più appropriata di quanto non possa sembrare, per via di quelle evidenti contaminazioni folk di matrice “Alto Veneta”, con particolare riferimento al patrimonio tradizionale dei canti alpini, esplicitamente utilizzati nei brani della loro ultima uscita di studio “Belo Dunum”, che segue gli apprezzati “CreHated from No Thing” e “Cyberhuman”. Si tratta di un disco sorprendente, risalente ormai a quattro anni fa, che li ha inseriti di diritto nel novero delle band nostrane fuori dagli schemi, e quindi da seguire con attenzione ed interesse perché l’originalità di questi tempi è una dote rara. Buona presenza scenica, grazie soprattutto al carisma naturale del cantante Ciardo, tasso tecnico più che lusinghiero: i nostri certamente sanno tenere bene il palco e catturare l’attenzione della platea, molto coinvolta soprattutto durante l’esecuzione della magistrale “Artiglieria Alpina” messa in chiusura del set. La scaletta pesca principalmente da “Belo Dunum”, disco che dimostra di funzionare egregiamente anche in sede live, forte di brani di impatto come “Teveron” o la perentoria “Legend of Cazha Selvarega”, anche se è indubbio che il momento di maggior impatto emotivo resta la già citata “Artiglieria Alpina”, dedicata con sincera commozione ai caduti della Grande Guerra. Uno spettacolo energico e coinvolgente che ci restituisce una bella realtà del metallo nostrano, che attendiamo senz’altro a nuove prove di studio.

Setlist: “33 Days of Pontificate (Vatican Inc.)” – “Teveron, The Sleeping Giant” – “The Legend Of Cazha Selvarega” – “I Was” – “New-Clear File” – “Artiglieria Alpina”

DELIRIUM X TREMENS lineup:
Ciardo – Lead Vocals
Med – Guitars
Pondro – Bass
Thomas – Drums
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Ulvedharr
Adesso si presenta sui blocchi di partenza il quartetto di Clusone, che sta diventando negli ultimi mesi una presenza quasi fissa dei festival metal nazionali (li ricordiamo ad esempio al Mediolanum Folk Fest, al Metalitalia e, agli inizi di agosto, anche al Malpaga Folk Fest), segno che la grande energia e professionalità della band sta cominciando ad ottenere i giusti riconoscimenti. Siamo dunque pronti ad ascoltare una volta ancora il loro buon death metal classico di ispirazione nordica, caratteristica che li apparenta più di ogni altra band presente stasera agli headliner Unleashed, anche essi ovviamente molto legati alle tematiche vichinghe e alla mitologia norrena. Forti di due buoni lavori di studio (“Sword of Midgard” del 2013 e “Ragnarok” del 2014), nel breve lasso di tempo a loro disposizione, ci propongono una setlist massiccia che pesca abbastanza equamente dai due dischi. Dall’ultima uscita le prescelte sono “Bergheim”, brano trascinante posto saggiamente in apertura del concerto, che impone subito il tiro giusto all’esibizione, l’anthemica “Battle for Asgard”, il cui coro coinvolgente è cantato a squarciagola dalla platea e l’epica “Skjaldbord”, uno dei brani a mio giudizio più intriganti di quel disco. Dal lavoro di esordio vengono invece proposti due piccoli classici di grande effetto quali “War Is in the Eye of the Beserker”, uno dei loro motivi più azzeccati e “Onward to Valhalla”, travolgente brano posto in chiusura dello show, che sembra quasi scritto apposta per fare cantare all’unisono i seguaci fedeli. Confermata ancora una volta la capacità di Ark Nattlig Ulv e dei suoi compagni di scorribande di affrontare il palco con passione ed energia: la formula è davvero accattivante con la potenza e violenza tipica del death, ben bilanciata dalla componente più melodica del loro sound, identificabile nel growl mai troppo feroce del frontman, e negli equilibrati interventi chitarristici dell’ottimo solista Fhredreyk. In attesa di rivederli al prossimo festival metallaro (siamo certi che saranno invitati sempre più spesso!), salutiamo con soddisfazione la qualità della loro esibizione e ci predisponiamo ad accogliere i prossimi ospiti della serata.

Setlist: “Bergheim” – “War Is In The Eye Of The Beserker” – “Legion” – “Battle For Asgard” – “Skjaldbord” – “Onward To Valhalla“

ULVEDHARR lineup:
Ark Nattlig Ulv – Lead Vocals, Rhythm Guitar
Fhredreyk – Lead Guitar
Markus Ener – Bass
Mike – Drums
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Distruzione
Adesso è il turno dei Distruzione, apprezzata band parmigiana che può vantare più di vent’anni di militanza, certo non senza problemi e difficoltà, visti i cambi di formazione e il lungo stop di più di un lustro a metà degli anni 2000. Esponenti di un thrash robustissimo con evidenti influenze death metal (principalmente riscontrabili nello stile vocale del cantante Devid Roncai), continuano, con tutti i distinguo del caso, la gloriosa e fragorosa tradizione di gruppi nostrani quali Bulldozer o Necrodeath. Apprezzabile e coraggiosa la volontà di cantare in italiano, in un ambito dove l’esterofilia fa da padrona, scelta che si dimostra invece vincente dal punto di vista della qualità dei testi, spesso di una profondità sorprendente, che rivelano una grande sensibilità ed attenzione ai problemi, ingiustizie e distorsioni della nostra società. L’attuale formazione comprende, oltre al già citato Devid, rientrato stabilmente in formazione dal 2011 dopo lunga assenza, lo storico bassista Dimitri Corradini, e l’ottima coppia di asce costituita da Massimiliano Falleri, presente già agli esordi della band, e dal recente acquisto Gianluca De Lillo; alle pelli troviamo invece Dave Colombo, roccioso drummer chiamato a sostituire l’originario Ettore Le Moli. Una formazione decisamente solida in tutti i reparti, che ha recentemente partorito un buon lavoro di studio (l’omonimo “Distruzione” uscito proprio quest’anno), che ci viene presentato in sede live in occasione di questo Festival.
Si parte dunque con l’uno-due di “Il Signore delle Mosche” e “Stultifera Navis”, due pezzi belli tirati tratti dal nuovo disco e subito un’ondata di grande energia si abbatte sul pubblico presente, che mostra immediatamente il suo apprezzamento: è indubbio che i nostri possono contare su non pochi sostenitori sotto palco. Non avendo mai avuto modo di sentirli in precedenza, non posso fare paragoni, ma l’impressione è che il missaggio stasera non sia ottimale: il sound risulta dunque un po’piatto e si fa fatica a distinguere gli strumenti, cosa che a mio avviso un po’ penalizza il buon lavoro delle chitarre, che non risaltano a dovere, coperte come sono dalla voce potente di Devid e dalla sezione ritmica. Si fa dunque fatica a distinguere le sfumature, ed è un peccato perché in questo modo i brani perdono in incisività e lasciano una sensazione di eccessiva uniformità, difetto che invece non si riscontra affatto su disco. La scaletta è ovviamente incentrata sul nuovo lavoro, ma non mancano riferimenti al passato recente (la feroce “Pianeta Dissolvenza”, a suo modo un piccolo classico, la drammatica “Il Dolore della Fine”, “Lo scultore”, pezzo violento ai limiti del grind/death tratto da “Malicidium”) e a quello più remoto (Le mitiche “Olocausto Celebrale” e “Neoplasma”, tratte dal disco di esordio e “Senza Futuro”, la cadenzata opener di “Endogena”). Notevole anche l’impatto dei brani di “Distruzione”, che proseguono sulla cifra stilistica che la band non ha mai abbandonato negli anni: una volta tanto la coerenza pare pagare, e i fan hanno così nuovi validi argomenti per scatenarsi nel pogo, al ritmo forsennato di “Minotauro”, “Cornice dei Superbi” e la perentoria “Nel tuo Nome”, ottima composizione anticlericale che dà termine a questo set infuocato.

Setlist: “Il Signore Delle Mosche” – “Stultifera Navis” – “Pianeta Dissolvenza” – “Il Dolore Della Fine” – “Lo Scultore” – “Minotauro” – “Senza Futuro” – “Olocausto Cerebrale” – “Cornice Dei Superbi” – “Neoplasma” – “Nel Tuo nome”

DISTRUZIONE lineup:
Devid Roncai – Lead Vocals
Massimiliano Falleri -Guitar
Gianluca De Lillo -Guitar
Dimitri Corradini – Bass
Dave Colombo – Drums
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Belphegor
Il festival giunge nella sua fase più intensa: arriva così il turno dei diavoletti austriaci Belphegor, assieme ai Behemot uno dei più accreditati e longevi esponenti del cosiddetto Blackened Death Metal, che, come il nome suggerisce, tenta appunto di effettuare una letale ed intrigante sintesi delle migliori caratteristiche dei due sottogeneri di riferimento. Attivi fin dal 1992, e immediatamente balzati agli onori della cronaca con il primo disco, il celebre “The Last Supper” del ’95, dopo numerosi avvicendamenti nel corso della carriera, la band è adesso di fatto un duo che comprende come unici elementi fissi il cantante e chitarrista Helmuth Lehner e il bassista Serpenth, affiancati da validi sessionist che prestano servizio nei tour.
Il concerto di stasera offre una buona occasione, per chi già non li avesse visti nelle date estive di Brescia e Torino, di ascoltare i brani del recente album ”Conjuring the Dead”, che, se magari non raggiunge l’intensità di “Lucifer Incestus” e “Goatreich – fleshcult”, è comunque un’opera apprezzabile in virtù di ottime composizioni quali la title-track, “Rex Tremendae Majestatis”, e ovviamente la nota “Gasmask Terror”. L’efficientissima macchina organizzativa, che ha dettato i tempi serrati del festival, sembra subire una piccola battuta di arresto: siamo tutti consapevoli che si tratta di una serata speciale (è infatti preannunciato un “ritual show”), quindi è lecito attendersi qualche minuto in più per l’allestimento del palco, le preparazione delle scenografie e quanto altro, eppure si ha la sensazione che ci sia qualche lungaggine evitabile e che il soundcheck sia fin troppo minuzioso e certosino, tanto più che la qualità del sound finale non pare aver ripagato del tutto questa attesa. Mentre proseguono i preparativi, ecco che cominciano a radunarsi attorno alla transenna personaggi un po’ pittoreschi, spuntano le prime facce dipinte e appare anche un piccolo striscione: è evidente che una significativa porzione del pubblico è esplicitamente venuta qui per tributare il suo sostegno a Helmuth e soci, e avranno modo di farsi sentire! Via via che i minuti scorrono, i fan diventano sempre più impazienti, si comincia a richiamare a gran voce la band nella speranza che finalmente lo spettacolo abbia inizio: la nostra pazienza verrà però presto premiata. Ecco dunque che si spengono i riflettori, parte una lunga intro lugubre ed evocativa: siamo finalmente pronti per la cerimonia diabolica! Gli austriaci hanno messo grande impegno nella ricerca delle atmosfere più adatte: luci basse, fumogeni, look demoniaco di ordinanza “black”, con accurato face painting che gronda sangue da tutti i pori, teschi caprini a profusione, maschere anti gas, insomma nulla è lasciato al caso e va riconosciuto che sono riusciti a ricreare la giusta cornice a corredo della loro efferatezza musicale. Gli ingredienti della ricetta Belphegor non sono particolarmente ricercati, ma di indubbia efficacia: buona perizia strumentale, soprattutto per le parti di chitarra, con sapiente utilizzo delle tecniche di derivazione black per creare atmosfere morbose e oscure, frequenti cambi di ritmo, ricorso smodato ai blast beat di batteria ad opera dell’instancabile Bloodhammer, uso combinato del rantolo gutturale di Helmuth e dello scream acuto di Serpenth per creare quel tipico effetto di contrasto vocale molto in voga nel death. Inutile dire che sotto palco non si fanno prigionieri: già alla partenza di “In Blood – Devour This Santity” si registrano i primi tafferugli, cominciano le immancabili onde d’urto in direzione dei malcapitati in transenna, si scatena il pogo selvaggio. I nostri hanno certamente validi motivi di soddisfazione. Helmuth non perde molto tempo a duettare col pubblico, ma si limita ad introdurre i brani con una vocina bella spiritata degna di Linda Blair nel “L’Esorcista”: l’idea è anche simpatica, ma alla lunga risulta un po’ stucchevole. Alla partenza di “Gasmask Terror” fa il suo ingresso in scena un tizio vestito da frate con maschera antigas ed incensiera: nonostante le premesse della vigilia (The Special Ritual Show), questa sarà in effetti l’unica vera nota “frivola” dell’esibizione, per il resto i nostri lasceranno parlare la loro musica violentissima ed intensa. Il gran finale è affidato a due dei loro brani più celebri “Bondage Goat Zombie” e la devastante “Bleeding Salvation”, con la quale si congedano dai discepoli, visibilmente compiaciuti della devastazione provocata nelle prime file.

Setlist: “Feast Upon The Dead” – “In Blood / Devour This Sanctity” – “Gasmask Terror” – “Belphegor” – “Hell’s Ambassador” – “Black Winged Torment” – “Rex Tremendae Majestatis” – “Lucifer Incestus” – “Pest And Terror” – “Conjuring The Dead / Pactum in Aeternum” – “Bondage Goat Zombie” – “Bleeding Salvation”

BELPHEGOR lineup:
Helmuth Lehner – Lead Vocals & Guitar
Serpenth – Bass & Backing Vocals
Molokh – Guitars (sessionist)
Bloodhammer – Drums (sessionist)
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Unleashed
E dopo il rituale satanico, si aspetta con ansia la calata dei vichinghi! E’ tempo di lasciare il palco alla principale attrazione della serata: gli Unleashed, il combo di Stoccolma capitanato da Johnny Hedlund, che da quasi trent’anni occupa una posizione predominante nella fin troppo affollata scena death metal svedese. Al di là delle indubbie qualità tecniche e delle capacità compositive che ha consentito loro di produrre sempre lavori di buon livello nel corso della carriera, i nostri possono anche vantare una invidiabile coesione di squadra: la formazione ha subito nel tempo pochissime variazioni, al punto che ad oggi sono presenti ben tre membri originali su quattro (oltre al già citato Johnny, troviamo Tomas Masgard alla chitarra ritmica, Anders Schultz alla batteria). L’unico acquisto “recente” (e che acquisto!) è l’ottimo solista Frederik Folkare, un vero mago della sei corde, che è comunque presente già dal ’97, quindi è di fatto considerabile un membro storico a tutti gli effetti! Fin dai preparativi iniziali è evidente il diverso approccio degli svedesi rispetto a chi li ha preceduti: scenografia essenziale, nessun trucchetto di scena, soundcheck veloce… in poco tempo siamo così già pronti per dare inizio alle ostilità. Curiosamente la partenza è affidata a “Legal Rapes”, tratta da “Victory”, uno dei loro lavori meno riusciti, almeno a parere di chi scrive: magari non è un brano eccellente, ma serve comunque a scaldare i motori; la temperatura sale decisamente con la successiva “Destruction (of the Race of Men)”, splendida cavalcata che contiene un po’ tutte le spezie che rendono irresistibile la ricetta del gruppo: ritmi incalzanti, riff accattivanti, assoli al fulmicotone, cori trascinanti. La solidità della formazione non si può certo discutere, con l’ottima sezione ritmica sostenuta dal drumming chirurgico di Anders e dalle poderose linee di basso del leader Johnny, ma è di tutta evidenza che Frederik sia il protagonista assoluto della scena, con la sua invidiabile tecnica che a tratti sconfina nello shredding. Sul lato opposto del palco Tomas, certamente meno appariscente del collega, è comunque una pedina fondamentale nel sound del gruppo e svolge il suo compito con molta professionalità e competenza. Si prosegue con un altro bell’estratto di “Sworn Allegiance”: è tempo di salutare l’arrivo delle “lunghe navi”, canzone accolta con il consueto entusiasmo da una platea caldissima. Come prevedibile, la scaletta si basa principalmente sul repertorio anni 2000. Per chi, come me, segue il gruppo fin dagli esordi sarebbe stato certamente piacevole assaporare qualche brano della loro produzione più datata, magari, perché no?, almeno un estratto da “Shadows of the Deep”, ma bisogna sapersi accontentare: in ogni caso “Before the Creation of Time” e “If They Had Eyes”, tratte dal mitico “Where No Life Dwells” sono più che sufficienti per dare un contentino anche a noi revivalisti. Non fraintendetemi: “Midvinterblot”, “Fimbulwinter”, “To Asgard We Fly”, brani diventati ormai irrinunciabili nelle setlist degli svedesi, dimostrano con forza che anche il catalogo più recente abbia innegabile fascino e qualità, ed è dunque perfettamente comprensibile che siano diventati classici, adorati dai fan al pari delle vecchie composizioni, perciò ben vengano. Lo show procede senza particolari battute di arresto, non c’è davvero tempo per rifiatare: quando Johnny osserva un po’ di calo di tensione in platea richiama subito i suoi “guerrieri” all’azione, ed è inutile dire che nessuno si lascia pregare. L’ora abbondante di spettacolo vola via in un attimo ed è presto tempo per i saluti. Il bis è affidato a due veri inni del metallo nordico “Death Metal Victory” e la già citata “Before the Creation of Time”, che chiudono alla grande un concerto memorabile per intensità e qualità, che ci lascia desiderosi di rivedere nuovamente in azione questa band eccezionale.

Setlist: “Legal Rapes” – “Destruction (Of The Race Of Men)” – “The Longships Are Coming” – “Where Is Your God Now?” – “If They Had Eyes” – “Winterland” – “The Avenger” – “A New Day Will Rise” – “Midvinterblot” – “Fimbulwinter” – “To Asgaard We Fly” – “Hammer Battalion” – “Death Metal Victory” – “Before The Creation of Time”

UNLEASHED lineup:
Johnny Hedlund – Lead Vocals & Bass
Tomas Masgard – Rhythm Guitar
Frederik Folkare – Lead Guitar
Anders Schultz – Drums

report Marco Morrone
foto per gentile concessione di Luca Bernasconi
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