Slayer – apoteosi al Rock in Roma

SLAYER + AMON AMARTH + THE SHRINE
live @ Postepay Rock in Roma, Roma
– martedì 12 luglio 2016 – 

 

LIVE REPORT •

In una caldissima giornata di luglio il palco del Postepay Rock in Roma ospita una delle band più importanti del panorama metal mondiale: Slayer.
La band americana chiude proprio nella capitale il suo passaggio nel nostro Paese davanti ad un pubblico che, al termine della serata, uscirà visibilmente provato dalla forza travolgente scatenata sul palco. Ad affiancare Tom Araya & Co. troveremo gli Amon Amarth, tanto per rendere il programma ancor più esplosivo. In apertura i losangelini The Shrine.

The Shrine
Non c’è ancora tantissima gente quando sul palco arriva il power trio The Shrine, sono in molti, infatti, quelli che hanno preferito attendere che il caldo scemasse prima di giungere alla location. In una serata dedicata alle sonorità più violente ed aggressive, il combo americano sembra essere quello meno adatto a completare il bill, eppure con la loro energia hanno dato la carica giusta al pubblico presente, con un sound nudo e crudo che spazia dallo stoner al rock’n’roll più grezzo, dimostrando che a volte l’immediatezza ha un impatto decisamente più efficace della ricercatezza sonora, perlomeno su un’audience che vuole solo divertirsi. E The Shrine assolvono perfettamente al loro dovere: introdotti dalle note de “Il buono, il brutto, il cattivo”, senza pensarci su propongo i loro brani con grinta e passione, quella passione per il rock settantiano che si respira in brani come “Tripping Corpse” o “Destroyers”, ma che loro poi sviluppano e fanno proprio iniettando delle buoni dosi di “truce” rock’n’roll stile Motörhead. Insomma, la band, pur seguendo gli schemi classici, suona del sano e robusto rock senza tanti fronzoli, ma che, proprio per la sua semplicità, riesce a raggiungere l’ascoltatore e conquistarlo. Una piacevole scoperta.

Setlist:

  1. Tripping Corpse
  2. Destroyers
  3. Rare Breed
  4. Worship
  5. Death To Invaders
  6. The Vulture
  7. Dusted And Busted
  8. Nothing Forever

THE SHRINE lineup:

  • Courtland Murphy – Bass
  • Josh Landau – Vocals, Guitar
  • Jeff Murray – Drums
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foto: 
Stefano Panaro 

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Amon Amarth
Minacciose ed austere, fanno ora la loro apparizione sulla scena due teste di drago, tipici ornamenti del drakkar vichingo con il quale stanno per sbarcare al Rock in Roma gli svedesi Amon Amarth… e da questo momento la serata si infiamma.
Con l’arrivo in scena dei melodic death metallers assistiamo al sacco di Roma: l’impatto sonoro è devastante, la band mette in mostra una forza d’urto veramente micidiale e proprio come un esercito vichingo, mette a ferro e fuoco ogni cosa al suo passaggio. Riff pesanti ed aggressivi, ritmi possenti e marziali, alternati ad accelerazioni improvvise: tutto contribuisce a renderli una vera e propria macchina da guerra e, nonostante personalmente non sia un grande estimatore del cosiddetto canto “gutturale”, Johan Hegg con la sua voce profonda e “cavernosa” riesce ad imprimere una maggiore “cattiveria” ai loro brani, rendendoli estremamente letali. Il singer parla spesso in italiano con il pubblico, lo conquista, lo circuisce e poi lo annienta con pezzi dall’inarrestabile resa sonora come “Deceiver Of The Gods” o “First Kill”, tratto dall’ultimo album “Jomsviking” che stanno promuovendo proprio in questo tour. Tra mitologia norrena e un sound rozzo e primitivo, gli Amon Amarth completano la loro furiosa opera distruttiva, non prima di alzare i loro corni e brindare con noi su “Raise Your Horns” e chiudere poi con “Twilight Of The Thunder God” una performance veramente imponente.

Setlist:

  1. The Pursuit Of Vikings
  2. As Loke Falls
  3. First Kill
  4. Cry Of The Black Birds
  5. Death In Fire
  6. Deceiver Of The Gods
  7. Runes To My Memory
  8. War Of The Gods
  9. Raise Your Horns
  10. Guardians Of Asgaard
  11. Twilight Of The Thunder God

AMON AMARTH lineup:

  • Johan Hegg – Vocals
  • Ted Lundström – Bass
  • Johan Söderberg – Guitar
  • Olavi Mikkonen – Guitar
  • Jocke Wallgren – Drums
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foto: 
Stefano Panaro 

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Slayer
E finalmente ci siamo. Se fino a questo momento non abbiamo assistito a dei veri e propri pogo, con l’arrivo sul palco degli Slayer il pubblico, cresciuto nel frattempo a dismisura, toglierà ogni freno e si scatenerà per tutta la durata dello show. Ora è il momento per gli uomini della sicurezza di fare le spalle grosse e respingere gli “attacchi” dei crowd surfers, perché da qui in poi non daranno tregua alcuna. Accolti da un’autentica ovazione, uno ad uno i quattro fanno il loro ingresso in scena e si parte subito con “Repentless”… ed è l’apocalisse! Gli Slayer non sono band che dà spettacolo, non l’hanno mai fatto, anche il loro allestimento scenografico è minimale, tutto è concentrato sulla loro musica, con un set che ripercorre le tappe più importanti della loro lunga storia, passando da “Postmortem” a “Disciple”, attraverso brani immortali come “War Ensemble”, che il pubblico canta a squarciagola, o “Mandatory Suicide”, senza però tralasciare altri capolavori come “Seasons In The Abyss”, altra importante pietra miliare della musica thrash metal. Forse quello che si può imputare alla band è la freddezza ed un certo distacco nei confronti del pubblico, ma Tom Araya non è mai stato un “chiacchierone”, anche in epoche “remote” nei concerti a cui ho assistito tra gli anni ’80 e ‘90 , l’approccio con i fans era sempre stato questo, gli Slayer hanno sempre prediletto la musica alle parole e da una parte è anche comprensibile: la carica, l’energia, la forza che genera ogni loro brano non ha eguali, canzoni che evocano sofferenza, dannazione, tormento, ma che soprattutto colpiscono con la loro oscura potenza ed una superiorità assoluta. Kerry King e Gary Holt, con le loro chitarre, macinano riff su riff rabbiosi e brutali, vere e proprie frustate che lasciano il segno su ognuno di noi; alle loro spalle Paul Bostaph con il suo drumming incessante imprime quei ritmi forsennati sui quali il pubblico si lancia in violenti pogo e vortici umani che si formano sempre più spesso davanti al palco: una bolgia infernale a “South Of Heaven”.
Gli Slayer ci salutano sparando a raffica, uno dietro l’altro, tre pezzi da novanta come “Raining Blood”, “Black Magic” per poi dare il loro colpo di grazia con “Angel Of Death”, che chiude nel trionfo il massacro a cui abbiamo assistito questa sera. Spietati!

Setlist:

  1. Repentless
  2. Postmortem
  3. Hate Worldwide
  4. Disciple
  5. God Send Death
  6. War Ensemble
  7. When The Stillness Comes
  8. You Against You
  9. Mandatory Suicide
  10. Fight Till Death
  11. Dead Skin Mask
  12. Seasons In The Abyss
  13. South Of Heaven
  14. Raining Blood
  15. Black Magic
  16. Angel Of Death

SLAYER lineup:

  • Tom Araya – Vocals, Bass
  • Kerry King – Guitar
  • Gary Holt – Guitar
  • Paul Bostaph – Drums
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foto: 
Stefano Panaro