Slash @ Postepay: il Rock continua ad infiammare il mondo

SLASH + RIVAL SONS
live @ Summer Arena Mediolanum Forum, Assago (Milano)
– mercoledì 24 giugno 2015 –

 

LIVE REPORT •
L’agenda degli amanti dell’hard & heavy è piuttosto fitta in questi ultimi scampoli di giugno: ecco quindi che, subito dopo la magnifica serata in compagnia dei “defender” Judas Priest, accompagnati dalle giovani leve “alternative” Five Fingers Death Punch, mercoledì 24 giugno il popolo metallaro è nuovamente convocato nella famigerata Summer Arena di Assago per seguire le gesta di un’accoppiata davvero vincente, che vede in apertura l’hard blues zeppeliniano dei tonicissimi Rival Sons e, a seguire, il rock robusto e trascinante di Slash, tornato in Italia con i suoi Conspirators per presentare il nuovo disco “World on Fire” e ovviamente rinverdire i fasti del suo ben più glorioso passato. I numeri di questa serata sono certamente ingenti, si contano infatti almeno cinque-seimila persone, che sono agevolmente ospitate nell’area adibita al concerto senza eccessivo “pigia pigia”, il che conferma l’impressione che la Summer Arena sia tutto sommato una location dignitosa per eventi di medio richiamo (e assolutamente inadeguata per ospitare le folle oceaniche dei Metallica). Giunti abbastanza puntuali in loco, si nota che c’è già una massiccia presenza di fan assiepati davanti ai cancelli in attesa dell’ingresso, a differenza di quanto era accaduto con i Judas Priest il giorno prima: probabilmente la maggiore coesione di genere tra opener ed headliner, oltre alla ottima fama di performer che i Rival Sons si sono conquistati negli ultimi anni, sono serviti da sprone agli spettatori per muoversi con un certo anticipo.

Rival Sons
Arrivano da Long Beach (località che gli amanti del metal hanno imparato a conoscere fin troppo bene!), sono giovani, preparati tecnicamente, dotati di una carica non comune; sono figli degli anni 2000, ma le radici del loro sound, vorrei quasi dire le loro stesse anime, affondano nella tradizione hard blues della fine degli anni ’60, proponendoci con un taglio certamente più moderno, ma assoluta fedeltà e rispetto dei modelli, le magnifiche sonorità di band leggendarie quali Led Zeppelin, Free, Animals, Bluesbreakers e via discorrendo. Sbagliato dunque attendersi idee innovative o chissà che sperimentazioni: l’essenza stessa della band sta tutta nella sua indiscutibile capacità di ricreare con efficacia e maestria quelle atmosfere che magari al giorno d’oggi sono state relegate in un cantuccio, per andare dietro ai gusti mutati della platea metallara, spesso di palato ben più robusto e amante degli estremismi, ma che sono destinate a non tramontare mai e possono contare su uno zoccolo duro di aficionados che mai e poi mai le rinnegheranno. Dovendo identificare i punti di forza di questo combo, non possiamo non citare l’ottimo frontman Jay Buchanan, cantante dotato di una voce eccezionale, che ha la profondità di un Paul Rodgers e i guizzi di un Ian Gillan, e il funambolico Scott Holliday, che ha tecnica, stile e sfodera un bel sound “sporco” e acido che ben si accorda con le composizioni dei nostri. Dopo un soundcheck che sembra non terminare mai (in proporzione è durato più di quello di Slash!), una graziosa melodia retrò ci annuncia che la band è pronta ad aprire le ostilità. Ecco dunque fare il suo ingresso Mike Miley, che saluta ed incita il pubblico da dietro la sua batteria, che sull’enorme palco del Postepay sembra quasi un modellino giocattolo. Subito a seguire arrivano i compagni: oltre ai già citati Buchanan e Holliday, fa la sua apparizione il recente acquisto Dave Beste al basso e Todd Ogren-Brooks, appariscente tastierista che funge da membro aggiunto in sede live. Dal punto di vista strettamente “coreografico” i nostri hanno un look che difficilmente passa inosservato, con Scott che gioca a fare “l’elegantone” in camicia bianca, gilet grigio, capelli perfettamente impomatati, Dave che adotta uno stile da artista bohemien parigino, con tanto di baschetto, Todd, il “Fricchettone”, con barba lunghissima e annodata, cappello con tesa che, non fosse per i tatuaggi sulle braccia, parrebbe uscito da una foto d’epoca di “The Band”. Ma nemmeno Jay vuole essere da meno con la sua mise a base di canotta, pantalone classico e bretelle! Si comincia subito alla grande con “Electric Man”, canzone concisa e scattante tratta dal recente “Great Western Valkyre”. Il tempo a disposizione non è tantissimo e i nostri cercano di sfruttarlo al meglio possibile, inanellando un’impressionante sequenza di brani aggressivi e trascinanti, interrotta solo dalla delicata ballad “Where I’ve Been”, che concede un po’ di tregua ad un pubblico visibilmente partecipe e in vena di agitarsi. Jay bada decisamente al sodo: parla poco, si limita a ringraziare i fan tra un brano e l’altro, ma canta, eccome se canta! Impressiona la pulizia della voce, la potenza dell’ugola che non mostra incertezze nemmeno sui passaggi più impegnativi. Gli altri musicisti non sono certamente da meno: nessuno si avventura in virtuosismi particolari (ad eccezione di Scott, che ogni tanto decide di darci saggio della sua tecnica solistica), ma sono di una solidità e compattezza fuori dal comune. Metà del set è dedicata alla presentazione dell’ultimo lavoro di studio, ma fortunatamente abbiamo la possibilità di gustare anche qualche episodio pescato dai dichi precedenti, come l’anthemica “Pressure and Time”, cantata a gran voce dal pubblico e la trascinante “Keep on Swinging”, uno dei loro pezzi forti del magnifico “Head Down”, che chiude alla grande uno spettacolo davvero coinvolgente. Se ancora non li avete visti, non commettete più l’errore di farveli sfuggire!

Setlist: “Electric Man” – “Secret” – “Pressure And Time” – “Torture” – “Tell Me Something” – “Where I’ve Been” – “Open My Eyes” – “Keep on Swinging”

RIVAL SONS lineup:
Jay Buchanan – Vocals
Scott Holiday – Guitar
Michael Miley – Drums
Dave Beste – Bass
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Slash featuring Myles Kennedy & the Conspirators
Finita l’ottima prestazione dei rocker californiani, fervono subito i preparativi per allestire il palco del vero protagonista della serata. E’ bene precisare che Slash non sembra avere particolare attenzione agli aspetti scenografici: niente super impianti di luci, niente megaschermi, ma un semplice telo con il logo della band dove campeggia sopra un grande “Smiley” con la boccuccia scarnificata a guisa di teschio e un inconfondibile cilindro che richiama l’iconografia classica del chitarrista statunitense. Unica nota di frivolezza è costituita dal muretto di Marshall personalizzati su cui il nostro eroe espone a mo’ di soprammobile una varietà di curiosi e pacchiani cimeli (principalmente variazioni sul tema “teschietti e scheletrini”): ma anche questo è rock’n’roll!
Il quasi cinquantenne Saul Hudson (in arte Slash) non ha certo bisogno di particolari presentazioni: basta solo ricordare che, uscito dai Guns ‘n’ Roses in polemica con Axel, è stato protagonista di una carriera un po’ altalenante per qualità e riscontri di critica e pubblico, con gli Slash’s Snakepit prima e i Velvet Revolver successivamente, prima di buttarsi definitivamente sull’attività solista che ha finora prodotto tre lavori di studio più che dignitosi (“Slash” del 2010, “Apocalyptic Love” del 2012, l’arrembante “World on Fire” dell’anno scorso). La chiave di volta che ha assicurato continuità e stabilità alla sua recente attività discografica pare essere la collaborazione con il cantante Myles Kennedy, noto alle masse per la sua militanza negli Alter Bridge, nonché il reclutamento di una solida line-up, costituita da Todd Kerns al basso e Brent Fitz alla batteria, ribattezzati “The Conspirators”, che lo accompagnano anche nei tour in giro per il mondo. Ed è dunque con questa formazione, cui si aggiunge il chitarrista ritmico Frank Sidoris, a fare l’Izzy Stradlin della situazione, che i nostri si presentano sul palco, accolti dal boato di una platea adorante.
Cosa ci si può lecitamente attendere da un concerto di Slash? Ovviamente un panoramica esauriente del meglio della sua produzione anni ’90 e 2000, ma nella scaletta non devono mancare gli episodi salienti della sua precedente carriera nei Gunners: e saremo pienamente soddisfatti, in virtù di una selezione dei brani più popolari di “Appetite for Destruction” e la granitica “You Could Be Mine” da “Use Your Illusion”. Una piccola incognita, almeno per chi non li ha ma visti prima in azione, potrebbe essere rappresentata dalla prestazione al microfono di Myles. Se la sua estensione vocale, già testata più volte sui nostri palchi con la sua band principale, è fuori discussione, la sua timbrica estremamente pulita sarà adatta a tirare fuori l’anima rock grezza di quei brani costruiti apposta per la voce ruvida e graffiante di Axel? La risposta è sì: per quanto lo stile dei cantanti sia lontano anni luce, la resa finale è eccellente, i vecchi classici sono riproposti con grinta, senza incertezze o sbavature, confermando anche le buoni doti di comunicazione ed empatia che già più volte abbiamo avuto modo di ammirare. Si parte a spron battuto con “You’re a Lie”, tratta da “Apocalyptic Love”, brano ben cadenzato con un ritornello che mi richiama vagamente alla memoria la famosa “Thriller” di Michael Jackson. Il pubblico è già caldissimo, ma quando arriva subito dopo “Nightrain”, si giunge quasi al delirio: tutti a cantare a squarciagola, saltare, ballare sulle note del grande classico dei Guns. Per quanto calorosa sia l’accoglienza riservata a tutti i membri della band, è indubbio che il pubblico sia lì per tributare la propria devozione al chitarrista angloamericano, che, come da copione, si conferma personaggio un po’ schivo e poco incline ad interagire con la folla. E se alla fine della serata avrà fatto sì e no un paio di saluti in croce e biascicato qualche frasetta per presentare il collega al microfono, ha lasciato parlare in sua vece la mitica Gibson, che ci ha trattenuto con quasi due ore di magnifici riff e avvincenti assoli. La scaletta prevedibilmente pesca in abbondanza dall’ultima prova di studio, che si conferma una fucina di pezzi belli tirati adatti alla dimensione live, forte di canzoni come “Wicked Stone”, “World on Fire”, la cadenzata “Beneath the Savage Sun”. Contrariamente al solito, i presenti paiono avere molta dimestichezza anche col repertorio recente, che mostrano anzi di apprezzare parecchio, cantando praticamente su tutti i cori. Ovviamente non possono mancare alcuni classici del repertorio solista, come “Back from Cali”, “Halo” e l’esaltante “Starlight”. Momento di gloria anche per Todd Kerns: il bassista, che fino a quel momento si è fatto apprezzare per una grande mobilità sul palco, un certo appeal, con movenze e attitudine che un po’ ricordano quelle del vecchio Duff Mckagan (non per la criniera, che nel caso di Todd è di un nero quasi corvino), si mette al timone di comando e si esibisce come lead singer in “Doctor Alibi” (cantata in studio da Lemmy) e soprattutto in una versione davvero incendiaria di “Welcome to the Jungle”, in cui mette quel pizzico di cattiveria e “sporcizia” in più che manca al suo talentuoso collega: potrebbe essere davvero un’ottima alternativa qualora Myles decidesse di concentrarsi su altri progetti. Arrivati a “Rocket Queen”, Slash balza sugli scudi cimentandosi in un lungo (quasi interminabile!) assolo. A costo di attirarmi qualche strale da parte dei fan più sfegatati, ammetto che non mi ha particolarmente emozionato: poco incisivo in certi momenti, un po’ ripetitivo e non particolarmente tecnico, quasi a conferma che le doti maggior di Sal sono il buon gusto per i riff e la melodiosità dei fraseggi, certo non il virtuosismo solistico in senso stretto. Altro momento topico è stata l’esecuzione con chitarra a due manici di “Anastasia”, ormai diventata una delle sue hit più fortunate, annunciata da un bell’arpeggio acustico che sfocia in un riff sornione che suona nemmeno troppo casualmente come una “Sweet Child O’ Mine” anni 2000. E, quasi a voler sottolineare la continuità tra questi due brani, ecco seguire immediatamente proprio il grande classico dei Guns, accompagnato da un coro da brivido di tutti i fan presenti all’Arena. La chiusura del set è affidata a “Slither”, ottimo brano dei Velvet Revolver. I musicisti salutano frettolosamente ed escono di scena, ma tutti sappiamo che non è ancora finita. E infatti, di lì a poco, richiamati a gran voce dalla folla che non ne vuol sapere di andarsene via, Myles, Slash e i “Cospiratori” tornano sul palco per darci il contentino finale, e che contentino! Ecco dunque partire il refrain di “Paradise City”, che con la sua inesauribile carica di energia, ci accompagna alla fine di un’esibizione davvero convincente, che premia ancora una volta la fedeltà di tutti coloro che hanno voluto prender parte a questa grande festa del rock.

Setlist: “You’re A Lie” – “Nightrain” – “Avalon” – “Halo” – “Back From Cali” – “Wicked Stone” – “Mr. Brownstone” – “You Could Be Mine” – “Doctor Alibi” – “Welcome To The Jungle” – “Starlight” – “Beneath The Savage Sun” – “The Dissident” – “Rocket Queen” – “Bent To Fly” – “World On Fire” – “Anastasia” – “Sweet Child O’ Mine” – “Slither” – “Paradise City”

SLASH featuring MYLES KENNEDY & THE CONSPIRATORS lineup:
Slash – Guitars
Myles Kennedy – Vocals
Todd Kerns – Bass
Brent Fitz – Drums
Frank Sidoris – Guitars

report: Marco Morrone