Sepultura @ Magnolia – From the past comes the storm… again

SEPULTURA + DOMINATION + ADAMAS + KRYSANTEMIA
live @ Circolo Magnolia, Segrate (Mi)
– lunedì 27 luglio 2015 –

LIVE REPORT •
Questo luglio 2015 si conferma davvero un mese ad alta intensità metallica. Non ci eravamo ancora del tutto ripresi dalla tre giorni bresciana di settimana scorsa, con un menu “ottantiano” a base di Death Angel, Loudness (un vero appuntamento con la storia!) e Queensryche (del tutto rivitalizzati con l’arrivo del formidabile La Torre), che subito siamo chiamati nuovamente alle armi per assistere all’ennesima calata sul suolo italico della band di Belo Horizonte (ovviamente stiamo parlando dei Sepultura), che lunedì 27 luglio hanno fatto tappa al Circolo Magnolia di Segrate per celebrare trenta lunghi anni di attività musicale.
Bizzarro destino quello dei Sepultura, che possono vantare di essere al tempo stesso una delle band più amate e contestate della scena metal estrema, a causa del cambio di direzione musicale che li ha nel tempo allontanati sempre di più dal thrash delle origini, ma soprattutto degli avvicendamenti di formazione che hanno visto l’abbandono, sia pure a distanza di lungo tempo, di entrambi i fondatori della band (i fratelli Max e Igor Cavalera), che hanno lasciato le redini del gruppo saldamente in mano al bassista Paulo Jr. e all’ottimo “axe-man” Andreas Kisser. Da più parti è stato dunque chiesto ai brasiliani di fare un passo indietro, accusandoli di voler sfruttare senza diritto il nome leggendario della band, che non si giustifica una volta venuta meno la militanza dei due fratelli che l’hanno costituita. Ma i nostri hanno le spalle larghe e proseguono con determinazione ed entusiasmo, mostrandosi più forti delle critiche e dello scetticismo che li circonda.
Non pretendo certo di sfatare le tesi dei detrattori (e questa non è nemmeno la sede più indicata), ma mi pare giusto fare qualche breve osservazione personale su questo tema molto dibattuto. Certamente i Sepultura non sono l’unica band che ha dovuto affrontare problemi di instabilità di formazione. Si può anzi affermare che la maggior parte dei gruppi che hanno iniziato ad operare negli anni ’80, oggi, se non si sono addirittura sciolti, hanno quanto meno dovuto subire avvicendamenti di elementi molto importanti e assai rappresentativi, perciò l’accusa rivolta ai brasiliani sarebbe facilmente estendibile a molti altri, che invece continuano ad essere osannati dai fan: hanno senso i Saxon senza Olivier e Dawson, i Queensryche senza Tate e DeGarmo, gli Accept senza Udo, e così via? A parere di chi scrive, senza dubbio sì, anzi i nuovi innesti in certi casi hanno portato nuova linfa che ha consentito loro di continuare ad esprimersi ai livelli che i fan giustamente si attendono. Paulo Jr. e Andreas Kisser non sono certamente acquisti dell’ultima ora: il primo è presente in formazione già esordi, il secondo milita nei ranghi fin dai tempi di “Schizophrenia”, perciò hanno a mio avviso tutte le carte in regola per portare avanti il progetto. Il tanto discusso Derrick Greene magari non sarà un frontman perfetto, magari non avrà una voce così potente, ma comunque se la cava più che dignitosamente, è ormai in forze ai Sepultura da quasi vent’anni, ed è stato ampiamente “sdoganato” (consentitemi il termine) dallo stesso Igor, che ha continuato a suonare e produrre dischi con lui per oltre dieci anni dopo l’abbandono di Max, prima di gettare anch’egli la spugna. Non è certo stato l’arrivo del gigante di colore a determinare il cambio di direzione della band: il thrash “duro e puro” delle origini era stato ampiamente contaminato da spezie industriali, elementi tribali e sonorità groove, già con “Chaos A.D.” e soprattutto “Roots”, e i progetti successivi di Max Cavalera lasciano intendere che, se il leader fosse rimasto con il gruppo, avrebbe cercato di portarli ancora “oltre”: la band ha quindi semplicemente sviluppato negli anni un nuovo percorso musicale che era già stato avviato in tempi non sospetti, producendo nel frattempo dischi decisamente interessanti come “Roorback”, “Dante XXI”, “Kairos” e il recente “The Mediator Between the Head and Hands Must Be the Heart”. Ultima considerazione (ma non per importanza): questi Sepultura, sia pur così rimaneggiati, sul palco non fanno prigionieri. Chiunque abbia visto il buon Max (un po’ fuori forma) esibirsi recentemente con i Soulfly accompagnato da musicisti non particolarmente all’altezza della situazione, non potrà fare a meno di notare che quanto a tecnica, energia, capacità di coinvolgimento, non ci sono assolutamente paragoni.
Ma torniamo alla cronaca dell’evento. La scaletta dei gruppi è molto serrata e alle 19.30 si comincia puntualmente con i nostrani Krysantemia.

Krysantemia
Il compito di aprire le ostilità in un “mini festival” estivo può essere talvolta un po’ frustrante, specialmente se, complici magari la giornata lavorativa, il clima un po’ torrido, la notoria pigrizia del popolo metallaro, al momento dell’esibizione ci si trova di fronte ad un drappello molto sparuto di irriducibili fan o di “casual listener” col vizio della puntualità. Anche questa serata non fa eccezione: ecco dunque che i modenesi Krysantemia devono estrarre dal cilindro tutta la loro buona volontà per darci dentro, nonostante si trovino davanti ai neanche troppo proverbiali “quattro gatti” che presenziano nel parterre. Avevamo già avuto modo di vederli, meno di una settimana prima, al Colony di Brescia nel ruolo di opener per i grandi Death Angel e, come prevedibile, stasera propongono una scaletta praticamente identica, interamente basata sul loro ultimo lavoro di studio “Finis Dierum”, di recente pubblicazione. Il genere proposto è un buon ibrido di death metal (ben caratterizzato dal growl del cantante Svi) con evidenti influenze thrash classiche (Slayer, Kreator principalmente) quando scelgono di premere sull’acceleratore, e qualche apertura a sonorità moderne, quando invece rallentano i ritmi e lavorano maggiormente sulle atmosfere. Il tasso tecnico è più che lusinghiero: meritano particolare segnalazione le due “asce”(Alex Ruggeri e Mario Bernabei) , molto abili ad azzeccare riff secchi e trascinanti, come il genere richiede, ma anche efficaci in fase solistica, dove si concedono inaspettate aperture melodiche. Con l’opener “In Corpus Diabuli” si parte subito a testa bassa: brano potente e cadenzato, stabilisce immediatamente il climax di un’esibizione improntata su energia ed aggressività. “Finis Dierum” non è certamente da meno, e per avere un po’ di respiro si deve attendere il buon mid-tempo “Not Alone”, dove abbiamo modo di apprezzare una maggiore varietà di atmosfere, cambi di tempo e innesti melodici che rimandano a sonorità tipiche del melodic death, caratteristica che ritroviamo anche in brani come “Six Feet Away”, brano molto orecchiabile messo proprio in chiusura di set. Una prestazione complessivamente interessante dunque: speriamo che i nostri possano in futuro ottenere una maggiore visibilità, perché, per così dire, la stoffa non manca.

Setlist: “In Corpus Diabuli” – “Finis Dierum” – “Not Alone” – “Incarnation” – “Shadow Of Fault” – “Six Feet Away”

KRYSANTEMIA lineup:
Lucio Secchi – Drums
Alessandro Secchi – Bass
Svi – Lead Vocals
Alex Ruggeri – Guitar
Mario Bernabei – Guitar
————————————–

Adamas
Nonostante l’ora più tarda il pubblico è purtroppo ancora abbastanza latitante. Ovviamente qualche altro metalhead nel frattempo è arrivato sul posto, ma i presenti sembrano più interessati a svuotare la cambusa e i fusti di birra del “GNAM Bar” che a prestare l’occhio e l’orecchio a quello che succede sul palco. Ed è un po’ un peccato, perché i connazionali Adamas avrebbero meritato certamente più attenzione. In attività dal 2007, gli umbri hanno prodotto finora due lavoro di studio, l’ultimo dei quali, “Heavy Thoughts” è di freschissima pubblicazione e può vantare l’illustre collaborazione di Blaze Bayley che fa la sua apparizione sulla title track del disco. Rispetto alle altre band coinvolte oggi, gli Adamas risultano un po’ meno arrembanti e aggressivi, proponendo quella che alle mie orecchie sembra una miscela di heavy tradizionale, con influenze prog e qualche contaminazione più moderna. Per la verità, nel loro profilo si definiscono come thrash band, ma, anche negli episodi un po’ più veloci, faccio onestamente molto fatica ad identificare le caratteristiche distintive di quel genere all’interno del loro sound, ma mi rimetto ovviamente alle loro valutazioni! La band è tecnicamente preparata, con una solida base ritmica ad opera di Alessandro “Gufo” Manini (basso) e Eugenio “Magnosuuvicchieri” Castellani (batteria). Assai intriganti i fraseggi di chitarra di Federico “Mastro” Fondacci, che dimostra di aver molto gusto anche in fase solistica. Una piccola nota negativa invece sulla voce di Luigi “Faithful Father” Castellani: probabilmente a causa di qualche inconveniente in fase di soundcheck, si sente davvero poco, coperta come è dagli altri strumenti e si fa un po’ fatica ad inseguire le linee melodiche dei brani. Dopo un inizio interamente affidato ai brani più datati (“Bitch Night” e “Adamas” del disco di esordio) che mostrano il lato più ruvido del loro sound, vengono presentate le nuove canzoni che hanno un taglio decisamente più orecchiabile, tra i quali si fanno particolarmente notare “Pit My Skin”, brano trascinante con il suo ritornello facilmente memorizzabile, “The Reaper”, sostenuta da un interessante giro di basso di Manini, e che si fa apprezzare per i frequenti cambi di tempo, e la conclusiva “E.T.N.A.” (che sta per “Engrave The Night Again”), il brano dove più evidentemente si sono divertiti a mescolare le carte dei generi creando un sound particolarmente “groovy”. Che dire in sintesi? Esibizione piacevole, gruppo interessante, senz’altro da tenere d’occhio in futuro.

Setlist: “Bitch Night” – “Adamas” – “Heavy Thoughts” – “Pit My Skin” – “The Reaper” – “Chains Of Time” – “E.T.N.A.”

ADAMAS lineup:
Luigi “Faithful Father” Castellani – Vocals
Federico “Mastro” Fondacci – Guitar
Alessandro “Gufo” Manini – Bass
Eugenio “Magnosuuvicchieri” Castellani – Drums
————————————–

Domination
Quando arriva il momento degli ateniesi Domination, finalmente il parterre comincia ad essere popolato in modo più consono. La band è di recente formazione (2011) e, dopo la pubblicazione di due EP che hanno suscitato abbastanza interesse nella scena locale ed internazionale (“Realm Of Crisis” del 2012 e “The Sacred Matrix” del 2013), si apprestano finalmente a far uscire il primo lavoro di studio sulla lunga distanza (“Infants Of Thrash”), atteso per i primi di agosto di quest’anno: ormai è solo questione di giorni. La band ha tutte le carte in regola per piacere alla redazione di “Metalrock”: giovani (età media dichiarata 17 anni!), entusiasti, aggressivi, tecnicamente competenti, si esprimono al meglio in uno dei generi che ci è più cari, quel thrash metal “old school” nudo e crudo, che è tornato fortunatamente di moda negli ultimi anni, e che può annoverare ormai un considerevole numero di band statunitensi ed europee particolarmente agguerrite e motivate, molte delle quali abbiamo già avuto modo di apprezzare ed ammirare anche sui nostri palchi. Le influenze dichiarate sono comprensibilmente le “solite”: Exodus, Pantera, Slayer, Sepultura (guarda caso!) e ovviamente si paga dazio anche ai connazionali Suicidal Angels di cui i nostri sono evidentemente grandi fan. E’ bene precisare che, se da un ascolto un po’ superficiale i greci possono sembrare il classico gruppo dedito alla velocità sfrenata e all’aggressione sonora senza soluzione di continuità, tra le pieghe del loro sound impetuoso e trascinante si nascondono in realtà partiture più complesse, parti rallentate in downtune, improvvise ripartenze, riff granitici e taglienti, assoli al fulmicotone: mostrano insomma una perizia strumentale ed una capacità compositiva non comune, specie in considerazione della giovane età e offrono spunti che, se ben sviluppati li potranno portare davvero lontano. La scaletta proposta è di quelle da cardiopalma: si parte subito serratissimi con “Great Society Shutdown”, assalto sonico all’arma bianca seguito dall’altrettanto granitica “Zero Hour”. La formula degli ellenici non prevede particolari pause di riflessione: i nostri ci danno dentro cercando di sfruttare al meglio il palcoscenico dei Sepultura per far conoscere il loro verbo musicale, inanellando una sequenza impressionante di brani trascinanti quali “Demonstration Of Democracy”, la coinvolgente “Loss Of Sanity”, “Crisis” e l’ottima “Needles End”. Il frontman Theodore Papadopulos ha certamente grinta e carattere, e canta con voce ruvidissima con tonalità che mi ricordano quelle di Gerre dei Tankard; persona evidentemente dotata di senso pratico, resta molto concentrato sulle sue parti vocali e non perde troppo tempo per interagire col pubblico, salvo le rare volte in cui cerca di ottenere maggior coinvolgimento dalla platea e di scatenare un po’ di movimento nelle prime file. I presenti, che evidentemente non avevano particolare familiarità con la band, all’inizio ascoltano con attenzione, ma senza grande partecipazione, però, via via che lo show entra nel vivo, cominciano a scaldare i motori e, quando i Domination intonano due inni “acchiappa-mosh” quali “Thrash Pit” e “Infants Of Thrash”, riservati per il gran finale, non possono che rispondere alle incitazioni e scatenarsi in un pogo selvaggio e un po’ scomposto. La band ha ottime individualità in tutti i reparti, a partire dalla sezione ritmica degli indiavolati Angelos Karatzas e Costas Lazaridis, ma sicuramente i migliori talenti sono i due chitarristi Kostas Evangeliou e il funambolico solista Aris Karatzas, che, nel corso dell’esibizione, ha modo di dar sfoggio di una tecnica invidiabile. Una prova davvero soddisfacente, insomma, che ha messo d’accordo tutto il pubblico presente e che ci ha consentito di vedere all’opera giovani leve che meritano tutta la considerazione e il rispetto che si stanno guadagnando in questi anni di sudata gavetta.

Setlist: “Great Society Shutdown” –” Zero Hour” – “Killing Joke” – “Demonstration Of Democracy” – “Loss Of Sanity” – “Crisis” – “Needle’s End” – “Thrash Pit” – “Infants Of Thrash”

DOMINATION lineup:
Theodore “Theo” Papadopoulos – Vocals
Aris “Ares” Karatzas – Lead Guitar
Kostas Evangeliou – Rhythm Guitar
Aggelos “Angel” Karatzas – Drums
Costas Lazaridis – Bass
————————————–

Sepultura
E finalmente arriva il momento degli headliner. Durante le operazioni di allestimento del palco, gli spettatori cominciano ad affollare le prime file del parterre, serrando i ranghi a dovere. Si preannuncia dunque un’esibizione particolarmente calda. Il colpo d’occhio dalla transenna è abbastanza lusinghiero: magari non c’è proprio il pienone delle grandi occasioni, ma la risposta dei fan, anche in considerazione del fatto che siamo alla fine di luglio, si può ritenere soddisfacente. Scenografia essenziale, pochi fronzoli: è evidente che i brasiliani vogliono lasciar parlare la loro musica. Spicca sul fondo del palco la maestosa batteria, rigorosamente a doppia cassa, di Eloy Casagrande e non possiamo non notare il grosso tamburo che Derrick utilizzerà per enfatizzare i momenti più “tribali” dello spettacolo. Tempo di mettere a punto i suoni e la band fa il suo ingresso sul palcoscenico, accolta da un vero e proprio boato. Si tratta, come già detto, del tour celebrativo dei trent’anni, perciò, come chiarirà il frontman, la scaletta presenterà il “passato remoto e recente della band, nonché il suo presente”, che, in soldoni, vuol dire sostanzialmente che verrà proposto almeno un brano per ciascuno dei dischi prodotti, con un occhio di riguardo a quelli cui giustamente band e fan sono più affezionati (“Arise”, “Beneath The Remains”, “Chaos A.D.” e “Roots”, dai quali si attingerà con più generosità).
Si parte con la recente “The Vatican” e, fin da subito, l’entusiasmo è alle stelle, a testimonianza del fatto che anche la produzione anni 2000 fa comunque breccia nel cuore dei supporter. Inutile precisare che già al primo riff accennato da Andreas Kisser, la Sepulnation si scatena e le prime file diventano il classico campo di battaglia che chi bazzica i concerti di metal estremo ben conosce. Immancabili i mosh-pit sotto palco, numerose, frequenti (e dolorose!) le ondate d’urto che si abbattono sui transennati; curiosamente non si registrano invece i consueti tentativi di crowd surfing per tentare di atterrare nella “fossa dei fotografi”, da quel punto di vista la Security avrà un compito più semplice del solito. Cercare di sopravvivere nelle prime linee richiede determinazione e un pizzico di incoscienza, ma ci si prova lo stesso. Il mattatore della serata è certamente Andreas, richiamato a gran voce dai suoi sostenitori, che cercano di portarsi a casa l’ambito cimelio del plettro. Iperattivo sul palco, si conferma l’ottimo chitarrista che ben conosciamo, alternandosi con perizia tra parti ritmiche e solistiche, sostenendo alla grande il sound della band. Dal lato opposto del proscenio, Paulo Jr. sembra un po’ l’esatto contrario del collega: tranquillo, un po’ sornione, fa la sua parte distribuendo sorrisi ai fan senza agitarsi più di tanto, mantenendo la concentrazione sul suo strumento. Il gigante Derrick si dimostra una volta per tutte un frontman carismatico: certamente ha la presenza scenica giusta (con la sua statura che rivaleggia con quella di Chuck Billy), ha una comunicazione molto simpatica e spontanea col pubblico. La voce è, come già altre volte notato, meno potente di quanto sarebbe lecito aspettarsi: inizialmente è addirittura coperta dagli strumenti, ma nel corso del concerto, si aggiustano un po’ i volumi e finalmente riesce a farsi sentire adeguatamente. Il recente acquisto Eloy è una macchina da guerra: il suo drumming preciso, potente ed incessante sostiene alla grande il sound dei Sepultura, che procede sempre a ritmi forsennati. La scaletta è davvero stuzzicante e propone grandi classici del passato come “Inner Self”, “Dead Embryonic Cells”, “Arise”, “Territory”, alternati ad una selezione accurata di brani recenti, che onestamente non stonano né contrastano più di tanto con il repertorio più datato. Ci sono anche alcune chicche come la mitica “From The Past Comes The Storms” (da “Schizophrenia”) o addirittura “Bestial Devastation”, uno dei primissimi parti della penna dei Cavalera. Piacevoli, per quanto magari un po’ superflue, le due cover “Polícia” e “Orgasmatron”, che comunque mettono decisamente allegria ad una platea già caldissima. Il set principale si chiude con l’hit “Refuse/Resist”, cantanto all’unisono dal pubblico. Andreas e soci ci augurano la buonanotte, ma sappiamo che è la solita finta. Ecco dunque che, richiamati a gran voce, si ripresentano sul palco per le mazzate finali: oltre la già citata “Bestial Devastation”, arrivano a grande richiesta “Primitive Future”, “Biotech Is Godzilla” (che già più volte i fan avevano preteso di ascoltare durante lo spettacolo!) e la conclusione è affidata ad un’accoppiata di canzoni storiche tratte da “Roots”, la tribalissima “Ratamahatta” e la mega hit “Roots Bloody Roots”, che dà la botta di adrenalina definitiva ai fan. Si chiude così un concerto davvero memorabile, che conferma la mia tesi che i quattro “ragazzi” di Belo Horizonte hanno ancora molto da dire e lasciarseli sfuggire per pregiudizi o preconcetti è decisamente un mossa poco azzeccata.

Setlist: “The Vatican” – “Kairos” – “Propaganda” – “Breed Apart” – “Inner Self” – “Dead Embryonic Cells” – “Convicted In Life” – “Choke” – “Cut-Throat” – “Apes Of God” – “Sepultura Under My Skin” – “From The Past Comes The Storms” – “Polícia” (Titãs cover) – “Orgasmatron” (Motörhead cover) – “Territory” – “Arise” – “Refuse/Resist” – “The Curse” – “Bestial Devastation” – “Primitive Future” – “Biotech Is Godzilla” – “Ratamahatta” – “Roots Bloody Roots”

SEPULTURA lineup:
Andreas Kisser – Guitars
Derrick Green – Vocals
Eloy Casagrande – Drums
Paulo Jr. – Bass

report: Marco Morrone