SAINT VITUS – Primo Maggio all’insegna del Doom

SAINT VITUS + DOPELORD + TELEPATHY
live @ Circolo Magnolia, Milano
– mercoledì 1 maggio 2019 –

 

 

LIVE REPORT •

 

Quarant’anni… 40 anni di carriera sulle spalle e non sentirne quasi il peso! Così sono i Saint Vitus nell’odierno panorama musicale. Semplicemente quattro ragazzi ora uomini con una morbosa passione per i Black Sabbath, i padrini del Doom che hanno aperto la strada a svariate band tutt’ora incorporano personali sperimentazioni nel “Dark Sound”.
Un Primo Maggio diverso per chi è arrivato al Circolo Magnolia di Segrate (Mi), giunto qui per rendere il proprio tributo ad una band seminale del Doom Metal, in una serata targata HardStaff Booking Agency e che fa da presentazione alla nuova edizione della manifestazione SoloMacello.
Probabilmente un evento di questo spessore avrebbe meritato una location più blasonata e sono rimasto deluso che l’Italia, in questa circostanza, accogliesse i Saint Vitus su di un piccolo palco. Ma lasciamo spazio alla musica.

Telepathy
Mi avvicino al palchetto, proprio vicino agli amplificatori. Da dietro le quinte si scorgono quattro figure che salgono sul palco e si appostano davanti agli strumenti. Il tempo per fare un rapido soundcheck e lo spettacolo ha inizio. Fin dal primo pezzo si percepisce qualcosa di unico in loro, oserei dire eterogeneo. Questi ragazzi inglesi prendono radici sì dai Sabbath, ma c’è molto di più! E lo dimostrano chiaramente in “Celebration of Decay”, ammiccando l’occhiolino ad elementi post-black degli Agalloch grazie alla presenza di chitarre liquide e riff “a zanzara”. Con “Apparition” si passa addirittura al Prog con dei frequenti cambi di tempo ad opera di Piotr Turek e Richard Powley alla sei corde. La batteria di Albert Turek passa da una sponda all’altra dei generi con allarmante facilità: sfoggia dei notevoli Blast-Beat in una frazione di pochi secondi, proseguendo successivamente con una batteria rallentata. Concludono la loro esibizione con la mastodontica “Hiraeth”, che pian piano esplode in un connubio psichedelico di chitarre liquide e graffianti. Particolarità di questo show è il gioco di luci che creano un effetto visivo in linea con il concetto di “viaggio mentale” che la band crea attraverso le loro canzoni. Una piccola realtà underground che va senz’altro approfondita!

Setlist:

  1. Smoke from Distant Fires
  2. Celebration of Decay
  3. Apparition
  4. Hiraeth

TELEPATHY lineup:

  • Piotr Turek – Guitar
  • Albert Turek – Drums
  • Richard Powley – Guitar
  • Teddy-James Driscoll – Bass

 

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foto: Dario De Marco Photography 

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Dopelord
Miei cari lettori… Qua si inizia a fare sul serio! Il Doom è un’arte che va assimilata e compresa nella sua totale profondità. Non si può descrivere con le parole. Bisogna far parlare il cuore e la mente. E’ ciò che ho provato con i polacchi Dopelord, la cui esibizione mi ha lasciato totalmente stordito, ma anche appagato interiormente.
Per chi non fosse abituato a tale sound sconsiglio VIVAMENTE di vederli live. Riprendono molto lo stile degli Electric Wizard, ma con un approccio di melmoso Sludge dei connazionali Belzebong. Partono con “Navigator”, tratta dal loro ultimo album che è “Children of the Haze”. Un ispirato Piotr Zin gioca inizialmente con un basso distortissimo che crea come degli echi scaturiti dagli abissi infernali, esplodendo poi in un’angosciante tempesta di ultralentezza. Tuttavia, i vocalizzi blues di Zin e Mioduchowski non è quel granché di eccezionale, dato che la distorsioni degli strumenti coprono molto le voci. Dalla successiva in poi le lyrics sono smorzate e tendono più che altro ad affidarsi agli strumenti, resi allucinati già di per sé dalle luci costantemente fisse sul colore verde. In sostanza: un trip paludoso dove non c’è speranza. Dove lentamente si va sempre più giù, avvinghiati e rassegnati alla melma sonora. Si intravede un filo di luce con degli assoli hendrixiani di Grzegorz Powloski. Un brivido alla pelle mi scuote da quella che è l’ultima song, l’apocalittica “Preacher Electrick”, con i suoi folli nove minuti di lenta e assoluta cacofonia. Conclusa l’esibizione non possono mancare di certo i ringraziamenti di essere stati presenti al loro show e i brindisi di birra con questi Hipster del Doom!

Setlist: 

  1. Navigator
  2. Addicted to Black Magic
  3. Dead Inside (I&II)
  4. Children of the Haze
  5. Reptile Sun
  6. Preacher Electrick 

DOPELORD lineup:

  • Grzegorz Powlowski – Guitar
  • Piotr Zin – Bass & Vocals
  • Pawel Mioduchowski – Guitar & Vocals
  • Piotr Ochocinski – Drums
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foto: Dario De Marco Photography 

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Saint Vitus
Trouble, Pentagram, The Obsessed ed infine Saint Vitus. Seconda ondata del Dark Sound. L’alternativa dell’allora emergente Thrash americano. La risposta alle preghiere dei Doomster oltranzisti timorosi di una scomparsa del genere. La STORIA ha posato stanotte i suoi piedi al Magnolia. E senza ulteriori indugi vado subito al sodo…
La folla è iniziata a farsi più numerosa, si accalca davanti al palcoscenico, nel vano tentativo di conquistare una postazione con una buona visuale. Primis fra tutti a sbucare da dietro le quinte è il drummer per eccellenza Henry Vasquez. Con i suoi fluenti capelli e una t-shirt di Ozzy indosso, si apposta dietro alle pelli per fare un soundcheck. E già qui dimostra i suoi assoluti tecnicismi. Picchiapicchiapicchia! Picchia sui tamburi e sui piatti senza pietà. Riceve immense ovazioni ed applausi da tutti i presenti, carichi come delle molle e pronti a scatenarsi. Poi compare Pat Bruders, bassista già noto per essere stato membro nel gruppo dei Down di Phil Anselmo e nella band dallo Sludge seminale dei Crowbar. E per ultimi, ma non meno importanti, i membri storici dei Saint Vitus. Il leggendario hippie Dave Chandler e Scott Reagers! Le danze si aprono con “Dark World”, tratta dall’album “Die Healing”. I suoni sono corposi e massicci. C’è un ma! La voce di Reagers si sente poco. Cosa che non ha sfiorato minimamente chi conosce bene le canzoni dei Saint Vitus (compreso il sottoscritto, ovviamente!). Tornano di nuovo indietro nel tempo con il primissimo album, estraendone una tra le migliori di canzoni, che è “White Magic/Black Magic”. Con il suo intro tribale di batteria, procede spedita verso dei riff Hard Rock rallentati, ma molto catchy. Reagers dà tutto il meglio di sé con un registro vocale che spazia dal Blues ad un Rock grezzo. Il pezzo sembra finito con il suo ennesimo strofa-ritornello-assolo……e invece no! Qui compare un ossianica chitarra che rievoca alla mente un certo musicista di Birmingham… Reagers fa da sfondo a quest’apocalisse di suoni con il suo cantato ricco di ruggente e inquietante pathos. Altro pezzone della serata è “A Prelude to”, un Acid Blues psichedelico dove un Bruders in piena forma ci mette un ottimo assolo da lasciare tutti quanti in estasi! Ma il bello deve ancora arrivare….E arriva, miei cari lettori! Arriva come un fulmine a ciel sereno con i singoli rilasciati recentemente, ovvero “Bloodshed” e “12 Years in the Tomb”. Il pubblico inizia a scaldarsi e qualcosa si avverte nell’aria. Un segnale per far sì che si scateni l’inferno. E questo segnale risponde al nome di “Burial at Sea”, un abissale song Doom che non lascia scampo, esplodendo poi in un vorticoso assolo che genera un pogo scatenato! Ma non è ancora finita! E’ negli ultimi quattro pezzi che i Saint Vitus danno il meglio di sé, soprattutto l’assolo di Chandler suonato coi denti in”Born Too Late”, l’heavy speed “Hallow’s Victim” e per chiudere in bellezza il brano Thrash “Useless” da un minuto e mezzo. Un minuto e mezzo di caos fra la folla! Dopodiché salutano e ringraziano con affetto i loro fan, che non aspettano altro che farsi una foto coi loro idoli!

Setlist: 

  1. Dark World
  2. White Magic/Black Magic
  3. Remains
  4. Hour Glass
  5. War is Our Destiny
  6. One Mind
  7. A Prelude to
  8. Bloodshed
  9. 12 Years in the Tomb
  10. Burial at Sea
  11. Saint Vitus
  12. Born Too Late
  13. Hallow’s Victim
  14. Useless 

SAINT VITUS lineup: 

  • Dave Chandler – Guitar
  • Scott Reagers – Vocals
  • Henry Vasquez – Drums
  • Pat Bruders – Bass

 

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foto: Dario De Marco Photography