RIVAL SONS – le selvagge radici del Rock

RIVAL SONS + LIFE IN THE WOODS
live @ Villa Ada, Roma
– mercoledì 17 luglio 2019 –

 

LIVE REPORT •

Che bella cornice che offre il laghetto di Villa Ada! Sono talmente godibili il verde che ci circonda, e la lieve brezza che ci ritempra dopo la consueta arsura dell’estate capitolina, che su quel palco giorni orsono mi sono goduto persino i Deus, artefici di un (robusto) alternative rock di solito ben lontano dai miei ascolti abituali. Ma, in questa occasione, ad attendermi c’era una serata hard rock, per cui alla cornice ho prestato ben poca attenzione, e mi sono concentrato sul quadro vero e proprio.

Life In The Woods
Aprire le proverbiali danze è spettato ai Life In The Woods, trio di rockers capitolini che, a dispetto del monicker bucolico, si sono presentati vestiti di tutto punto in giacca e cravatta. Scelta forse discutibile, ma giustificata con il tentativo di crearsi una immagine riconoscibile, atteggiamento necessario in un ambiente che vede troppi sgomitare per raggiungere un posto al sole sempre più esiguo. Nell’arco di cinque brani hanno sviscerato un sound debitore a Free e Led Zeppelin, ma filtrato da un’attitudine anni ’90, probabilmente figlia di un malcelato apprezzamento per la proteiforme scena grunge: un melange interessante, favorito da una puntuale e a tratti possente base ritmica, mentre il leader (devi essere leader per forza, se canti e sei al contempo l’unico chitarrista!) Logan Ross ha messo in mostra un timbro vocale davvero interessante, a fronte di un chitarrismo spartano e non propriamente indimenticabile. Pollice in su comunque, grazie soprattutto al notevole, imprevedibile crescendo di ‘Manifesto’, abile a richiamare i momenti più epici del Dirigibile, e al contempo ad evocare una sfiziosa attitudine psycadelica. Qualcosa mi dice che là fuori qualcuno sta pensando ambiziosamente a loro come i ‘Greta Van Fleet italiani’.

Setlist:

  1. Nothing Is
  2. Last Man Standing
  3. Fistful Of Stones
  4. Looking For Gold
  5. Manifesto

LIFE IN THE WOODS lineup:

  • Logan Ross – Voice and Guitar
  • Frank Lucchetti – Bass
  • Tomasch Lesny – Drums
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foto: Edoardo De Michelis

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Rival Sons
Il piatto forte però sono i Rival Sons, e voglio essere sincero: ce l’ho un po’ con loro, perché nel 2012 mi hanno sedotto e abbandonato dopo la clamorosa performance che fecero al Gods Of Metal, nel giorno dei Guns n’Roses. Sarà stato il sole a picco sulle lamiere della Fiera di Rho, ma quel giorno, completamente fuori contesto in un cartellone che comprendeva anche Sebastian Bach, Ugly Kid Joe e Blackstone Cherry fra gli altri, mi conquistarono con una prestazione sconvolgente, con i fantasmi di Paul Kossoff e del giovane Rod Stewart che sembravano aleggiare sul palco. Ma le promesse, come diceva Phil Lynott, sono fatte per non essere mantenute, e a mio parere i Rival hanno perso il treno per la Gloria, attraverso dischi che non hanno confermato appieno il potenziale lasciato presagire dalle prime, infuocate apparizioni dal vivo, rimanendo confinati in una sorta di limbo. Con un pizzico di veleno, potrei dirvi che un buon gruppo di serie B degli anni ‘70, uno di quelli che, se venisse a suonare da noi, richiamerebbe meno di 100 spettatori, a Scott Holliday e soci darebbe la proverbiale paga: e però, in un mondo di ciechi, anche un monocolo ci vede benissimo. Oppure, fuor di metafora, in una scena hard rock contemporanea deprimente, una band discreta come loro gode di ampia notorietà. Sia chiaro, Jay Buchanan è un signor cantante, forse perso in atteggiamenti Morrisoniani (perchè, quando sei dotato di quel popò di vocione, ti rivolgi al pubblico quasi sussurrando fra un brano e l’altro?), ma dotato di un’ugola stentorea, capace di valorizzare al meglio autentici pezzi da 90 come ‘Look Away’ o ‘Pressure In Time’. Mentre Holliday, ormai sempre più simile, beato lui, a Johnny Depp, sciorina riff cambiando letteralmente AD OGNI BRANO la chitarra, privilegiando la corposa rotondità del suo rifferama a sterili virtuosismi, e regalando emozioni con la doppio manico sulla notevole ‘Feral Woods’. E non possiamo che apprezzare il fatto che i cori siano genuini, cantati davvero, rinunciando ai sempre più frequenti nastri preregistrati cui in troppi si rifugiano sul palco, mentre ci è dispiaciuto che le tastiere vintage di Todd Ogren siano state penalizzate da volumi inconsistenti. E soprattutto inficia il giudizio la scelta di eseguire l’interminabile ‘Jordan’, sorta di ballad rurale che ha letteralmente ammazzato il clima elettrizzante creatosi dopo il promettente inizio, ripristinatosi poi con difficoltà. Pubblico comunque in delirio, un pubblico diverso da quello che abitualmente si nota ai concerti hard’n’heavy, probabilmente figlio di Spotify e in gran parte quasi certamente ignaro dell’esistenza di gente come Faces, Humble Pie e altri polverosi eroi che tanto hanno modellato il suono della band californiana.

  1. Back in the Woods
  2. Sugar on the Bone
  3. Pressure and Time
  4. Electric Man
  5. Too Bad
  6. Jordan
  7. Face of Light
  8. Imperial Joy
  9. Feral Roots
  10. Torture
  11. Open My Eyes
  12. Look Away
  13. End of Forever
  14. Do Your Worst
  15. Shooting Stars
  16. Keep On Swinging

RIVAL SONS lineup:

  • Jay Buchanan – Vocals
  • Scott Holiday – Guitar
  • Michael Miley – Drums
  • Dave Beste – Bass
  • Todd Ögren – Keyboards
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foto: Edoardo De Michelis