PAUL QUINN & THE CARDS – Tris d’Assi al Let It Beer!

PAUL QUINN & THE CARDS + SKULL JACK + NOOM
live @ Let It Beer, Roma
– mercoledì 12 febbraio 2020 –

 

 

Mi si prospettava una settimana di pura routine, senza niente di particolarmente interessante o eccitante, finché non mi è arrivato un messaggio (erano di più, ma li riassumo per semplificare la cronaca): “Vuoi fare il report al concerto di Paul Quinn il 12 febbraio?”. Seppur poco avvezzo (mea culpa!) a frequentare queste serate in cui il clima è più quello di un’allegra e scanzonata suonatina tra amici, in totale relax di fronte a una manciata di aficionados, ho risposto “sì” ancora prima di pensarlo. Per qualche misterioso motivo, sentivo che non potevo perdere l’occasione di sentire a poche decine di centimetri da me uno di figli della working class inglese che ha gettato le fondamenta e costruito grattacieli a molti piani di puro heavy metal e che da oltre un quarantennio scandisce a colpi di plettro emozioni, scapocciate e battiti cardiaci. Per cui, infilato il battle jacket coperto di toppe d’ordinanza, si va al locale dove si esibiscono i The Cards, power trio blues rock lanciato da mister Quinn un paio d’anni fa e con un full lenght all’attivo – l’omonimo album mixato e masterizzato dall’onnipresente produttore svedese Dan Swano –, accompagnati da due band nostrane, i giovani The Noom e i devastatori di padiglioni auricolari Skull Jack.

 

Noom
Purtroppo arrivo ad esibizione dei nostri già iniziata, ma tempo di ordinare una birra al bancone poi sono tutto orecchie per questo quintetto con alle spalle una demo, “Of the Knight”, un buon bagaglio tecnico e tanta ‘fame’. La setlist è striminzita per motivi di tempo, ma già a un primo ascolto si può intuire che i Noom si muovono in un hard rock di stampo settantiano dall’aria solenne che evoca in alcuni frangenti qualcosa dei Deep Purple o degli Uriah Heep in flirt con la musica classica. La frontwoman Lucrezia forse pecca di un po’ di omogeneità espressiva nell’esecuzione dei brani, ma la voce non le manca ed è piacevole, mentre i quattro ragazzi agli strumenti s’impegnano a fondo nel dare vita creativa alla loro conoscenza della musica. Quello che emerge è un mix di vari linguaggi – dall’hard rock che sfocia nell’heavy a passaggi più eterei, rarefatti, fino a un saltellante funk rock che forse per mera suggestione fa pensare a Glenn Hughes – che sa davvero di anni Settanta a distanza di qualche decennio. Con questa sfumatura non può che uscire dalle corde vocali della cantante, dalle mani dei musicisti e dagli amplificatori una manciata di brani interessanti e gradevoli. Dedizione e qualità non sembrano mancargli, col tempo e l’esperienza potranno levarsi più di una soddisfazione.

Setlist:

  1. Time Is Over
  2. Amanda
  3. Oh my Knight
  4. Lord of the Dust
  5. War of Lost Love

NOOM lineup:

  • Lucrezia Cesaroni – Vocals
  • Francesco Ciancio – Guitar
  • Davide Gabrielli – Bass
  • Diego Carrubba – Drums
  • Marcello Tirelli – Keyboards
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foto:
Stefano Panaro

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Skull Jack
Tutt’altra musica con questo terzetto nato tra i boccali di birre e le bottiglie di un pub trasteverino. Dai barocchismi settantiani alle velocità arrogante di quel cocktail micidiale che unisce rock n’ roll, punk e speed/thrash metal primissima maniera. Quali siano i riferimenti culturali lo si evince fin da subito guardando com’è disposta la line-up: quando alla voce c’è il bassista e questi ha calcato in testa un cappello da cowboy e infilato i piedi in un paio di stivali da motociclista, l’animo di Lemmy Kilmister ci possiede e non si fanno prigionieri. Dopo l’inizio tutto sommato spensierato di “Only Rock N’ Roll”, i nostri pigiano sull’acceleratore all’improvviso sfoderando un riffing serrato e tagliente trascinato da un pattern di batteria molto sostenuto che riattivano all’istante le sinapsi dell’headbanging. La scaletta degli Skull Jack scorre via quindi feroce ed energica, richiamando alla mente i Metallica di “Kill ‘Em All” per la tensione acuminata dei riff, i Motörhead per il basso tonante e gli Holocaust nelle linee vocali (certo ‘sporcati’ da una spiccata somiglianza delle vocals di Lorenzone Bran Wolfrider con quelle di James Hetfield). Brano dopo brano i presenti si esaltano sempre di più, fino a raggiungere il culmine durante la stupenda versione di “Paint It Black” delle Pietre Rotolanti. Bravi SJ, alla prossima!

Setlist:

  1. Only Rock N’ Roll
  2. No Regrets
  3. Scorpion Tail
  4. Liar
  5. Knuckle Feast
  6. Shadow Rider
  7. Sons of Lilith
  8. We Are Skull
  9. Paint It Black (Rolling Stones cover)

SKULL JACK lineup:

  • Lorenzone Bane Wolfrider – Vocals & Bass
  • Manuela Giannobile – Guitars & Chorus
  • Matteo “Semola” – Drums
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foto:
Stefano Panaro

 

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The Cards
Non sarà l’elisir dell’eterna giovinezza, ma il benessere se non lo stato di beatitudine che può dare il fare, respirare e vivere la musica a qualsiasi età è una delle sensazioni più confortanti. Ben lo dimostra il buon Paul, quasi 68 primavere, 47 anni di militanza nei Saxon e un’aria davvero pacioccona, che con una chitarra in mano sembra essere davvero tranquillo e felice (non che appaia aggressivo di solito, tutt’altro!). Vedere un uomo così in pace con sé stesso grazie al potere delle sette note e della testata dell’amplicatore è emozionante. Al di là dei milioni di copie di dischi venduti, oltre i tour mondiali sui grandi palchi, nonostante il tantissimo tempo speso per l’heavy metal, vedere l’espressione serena e le pingui guance di Paul Quinn a portata di mano fa sì che ogni barriera cada e s’instauri una vera sintonia, quella che lega le persone normali che hanno lo stesso oggetto d’amore e devozione. Insieme a questo veterano dell’acciaio, le altre due carte del mazzo sono il cantante e bassista Harrison “Harry” Young già addetto alle tastiere per Doro Pesch e Udo Dirkschneider, e il versatile batterista olandese Koen Herfst, con un pedigree che spazia dal dj Armin Van Buuren ai death/thrasher tedeschi Dew-Scented. I tre hanno un’unica pretesa, divertirsi e spaziare tra diverse influenze tornando alla musica pre-HM, cioè al blues, al rock e all’R&B degli ann Sessanta e Settanta. Un’operazione nostalgia che in fondo scalda i cuori di tutti, non è uno sterile tentativo di strappare un applauso usando un repertorio conosciuto e consolidato. La sfilza di canzoni che i Cards tirano fuori dal mazzo è variegata e composita, tutta giocata sull’alternanza tra brani più pesanti – sempre con la mente ai 60s, non agli 80s! – come “The Process”, brani più sornioni (vedi “Rock & Roll Rocketship” che richiama qualcosa di primi UFO più liquidi e spaziali o ancora l’attitudine swagger di “Sweet Lowdon Dirty Love”) e reminiscenze ai limiti del southern più emotivo con tanto di armonica a bocca. Non mancano i passaggi più delicati, ben introdotti col giusto tasso di tenerezza e affabulazione da Young, come “If I Had You” dedicata ai suoi genitori e “Long Way To Go”, ma certo è con le cover che i nostri accendono maggiormente gli animi. Situazione che è croce e delizia di eventi come questo, la scelta dei ni consente di ripassare qualche vecchio classico meno in rotazione nelle radio roccheggianti (“White Room” dei Cream, dove Paul fa veramente fuoco e fiamme con lo strumento) o di scoprire perle di rara bellezza (“Taxman” dei Beatles). Anche se poi i nodi vengono al pettine – non me ne voglia mr. Quinn che di capelli non ne ha mai avuti in abbondanza – perché in contesti del genere a volte alcuni brani sono legittimamente riproposti in altra veste e non sempre l’azzardo funziona…la versione di “Strong Arm of the Law” dei the Cards è più smussata rispetto all’originale e questo non aiuta a sentirla pienamente. Quinn, Young e Herfst, conoscitori del mestiere, si muovono con disinvoltura in questa eclettica scaletta e quando sta per giungere la fine calano le due carte che gli fanno portare a casa la partita: “Ace of Spades” dei Motörhead, a cui segue il semplice ma efficace assolo di batteria, e “Fire” di Jimi Hendrix. Dopo tanto rumore, arriva il momento del meet & greet con la leggenda. Si formano le file di giovani e meno giovani che, con il batticuore a martello pneumatico petto e i dischi dei Saxon in mano, fremono nell’attesa di farsi fare un autografi (e un selfie) con l’eroe della serata.

Setlist:

  1. No Soul
  2. Bandit on the Run
  3. Rock & Roll Rocketship
  4. Taxman (The Beatles cover)
  5. The Process
  6. Pitfalls
  7. Ride the Freight Train
  8. Strong Arm of the Law (Saxon cover)
  9. Sweet Lowdown Dirty Love
  10. If I Had You
  11. White Room (Cream cover)
  12. We Will Rock You (Queen cover)
  13. Long Way to Go
  14. Agent Orange
  15. Ace of Spades (Motörhead cover)
  16. Fire (Jimi Hendrix cover)

THE CARDS lineup:

  • Harrison Young – Vocals & Bass
  • Paul Quinn – Guitar
  • Koen Herfst – Drums
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foto:
Stefano Panaro