Nightwish: un brivido di fronte alla musica

NIGHTWISH + ARCH ENEMY + AMORPHIS
live @ Unipol Arena, Casalecchio di Reno (Bo)
– domenica 29 novembre 2015 – 

 

LIVE REPORT •
Sono quasi le 7 di mattina quando scendo dal trenino che dalla Stazione Centrale di Bologna mi ha portato di fronte all’imponente Unipol Arena di Casalecchio di Reno. È ancora buio, il freddo penetra nelle ossa, ma ci sono già quasi 50 persone, molte delle quali accampate lì dal giorno prima. Ecco cosa la gente è disposta a fare per guadagnarsi la prima fila di uno dei più grandi eventi metal italiani dell’anno: l’unica tappa del tour dei Nightwish, sovrani del metal sinfonico, nel nostro paese. A rendere ancor più appetibile l’evento ci sono le due band di supporto che, lungi dall’essere gruppi di poco conto, sono anch’essi nomi di tutto rispetto a livello internazionale: Arch Enemy ed Amorphis. Un tris micidiale per una serata memorabile in una maestosa location.

Amorphis
Dopo la lunghissima attesa, il concerto ha inizio con le arabeggianti scale di “Death Of A King”. È così che la serata viene aperta dagli Amorphis, la celebre band melodic death metal finlandese. La formazione è ormai al dodicesimo album, “Under The Red Cloud”, uscito lo scorso 4 settembre per la Nuclear Blast. Per chi fra i presenti non li conoscesse, la traccia iniziale (tratta appunto dall’ultimo album) è stato un ottimo biglietto da visita: un suono non estremo ma deciso, il vocalist Tomi Joutsen che si destreggia con versatilità fra il growl ed il pulito, forte presenza delle tastiere di Santeri Kallio, assolo melodico ma intenso di Esa Holopainen; a ciò si aggiungono le influenze folk della band, che nell’ultimo lavoro sono affidate ai flauti di Chrigel Glanzmann degli Eluveitie (ovviamente non presente nei live, quindi riprodotti in base). La band si distingue per la forte presenza di sezioni melodiche, mid-tempo e a volte anche lente, spesso in contrasto con parti decisamente più rapide e cattive, come ad esempio in “Hopeless Days” (tratta da “Circle” del 2013) o in “Bad Blood”. Le sezioni veloci, in cui spicca la componente ritmica di Tomi Koivusaari, Niclas Etelävuori e Jan Rechberger, sono purtroppo una piccola parte della setlist (spiccano in questo senso “Sky Is Mine” e “The Four Wise Ones”): la band punta più sui bei passaggi melodici accompagnati dal pianoforte e dalle orchestrazioni, come nella già citata “Hopeless Days” e nella traccia finale “House Of Sleep”, conosciuta e cantata da molti dei presenti. Molto belli anche gli assoli di Holopainen, come quello di “Bad Blood”, decisamente melodiosi ed emozionanti. Peccato per la mancanza di un vero coinvolgimento del pubblico, risultato da uno show un pochino troppo statico e orientato maggiormente sulle mid-tempo. C’è da dire anche che la band è stata penalizzata da un pubblico ancora non troppo numeroso, poiché l’ingresso era decisamente rallentato dai rigidissimi controlli all’entrata.

Setlist:
Death Of A King
Sacrifice
Hopeless Days
Bad Blood
Sky Is Mine
Silver Bride
The Four Wise Ones
House Of Sleep

AMORPHIS lineup:
Tomi Joutsen – Vocals
Esa Holopainen – Lead Guitar
Tomi Koivusaari – Rhythm Guitar
Niclas Etelävuori – Bass, Backing Vocals
Santeri Kallio – Keyboards
Jan Rechberger – Drums
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Arch Enemy
A seguire, il secondo dei tre grandi nomi presenti nella serata: gli svedesi Arch Enemy. Dopo più di un anno di tour con la nuova vocalist Alissa White-Gluz (ex The Agonist), sostituta della storica Angela Gossow, la formazione è decisamente solida, e sale sul palco trionfante, quasi da headliner, sulle ansiose note dell’intro strumentale “Khaos Overture”. Dopo le celebri parole recitate in playback, che si concludono con “they are the Khaos Legions”, tutto esplode con “Yesterday Is Dead And Gone”. Il pubblico è subito in delirio, e le urla aumentano all’ingresso della canadese White-Gluz, che si presenta con un teatrale outfit bianco che fa risaltare ancor di più la sua chioma blu. La scaletta è stata focalizzata soprattutto sull’ultimo lavoro della band, “War Eternal” (2014), che ha visto Alissa non solo come vocalist ma anche come songwriter: ecco infatti la title track dell’album a scatenare ancora di più il pubblico, sempre più numeroso. Nonostante gli Arch Enemy siano la band di Amott, è chiaro che è stato proprio il nuovo acquisto dietro il microfono a risollevare le sorti della band e a dargli nuova ulteriore fama: dopo un classico come “Ravenous” (tratto da Wages Of Sin del 2001), segue il trio “Stolen Life”, “You Will Know My Name” e “As The Pages Burn”, tutte tratte dall’ultimo disco. Alissa è un mostro da palcoscenico, in pochi sanno intrattenere come lei: è sempre nella parte, gioca con il microfono e con l’asta, interagisce con il pubblico e con gli altri membri della band… la si potrebbe guardare live per ore. Ma non dobbiamo distrarci dai duelli chitarristici fra Michael Amott e l’altro nuovo acquisto della band, Jeff Loomis (Nevermore), subentrato a Nick Cordle, con i loro virtuosistici assoli, marchio di fabbrica della band; anche Sharlee al basso e Daniel dietro le pelli sono inarrestabili. Bisogna riconoscere però che la star è proprio Alissa, che sfoggia un growl potente e versatile, e si mostra anche in grado di usare il pitched growl in “As The Pages Burn”; su “Under Black Flags We March” la frontwoman prende una bandiera nera che sventola sopra il pubblico. Il live si chiude con i brani storici “No Gods, No Masters” e “Nemesis”. Lo spettacolo è assolutamente coinvolgente e micidiale, ma purtroppo devo ammettere che la responsabile è in gran parte la sola Alissa, eccezion fatta per gli assoli dei due mostri alle chitarre; gli strumentisti non mostrano una presenza scenica comparabile a quella della cantante, che (a mio modesto parere) ha dato nuova vita ad una band storica che stava passando una fase di declino.

Setlist:
Khaos Overture (intro)
Yesterday Is Dead And Gone
War Eternal
Ravenous
Stolen Life
You Will Know My Name
As The Pages Burn
Under Black Flags We March
Avalanche
No Gods, No Masters
Nemesis
Enter The Machine (outro)

ARCH ENEMY lineup:
Alissa White-Gluz – Vocals
Michael Amott – Guitar
Jeff Loomis – Guitar
Sharlee D’Angelo – Bass
Daniel Erlandsson – Drums
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Nightwish
The deepest solace lies in understanding this ancient unseen stream… a shudder before the beautiful.” Queste parole, recitate da Richard Dawkins, sono l’unico avvertimento prima dell’inizio del concerto: “Shudder Before The Beautiful”, per l’appunto. Le luci sono spettacolari, ci sono perfino giochi pirotecnici. L’Unipol Arena, gremita di gente, è colta quasi alla sprovvista dall’esplosivo inizio del concerto degli headliner, gli attesissimi Nightwish. Un urlo accompagna l’ingresso quasi inaspettato della band, ma la folla è ancora più in delirio all’entrata di Floor Jansen, maestosa e bellissima come sempre. Dall’ultima volta che i finlandesi hanno suonato in Italia (2012) ci sono state molte novità: la nuova vocalist Floor Jansen (ReVamp, ex After Forever), l’ingresso ufficiale di Troy Donockley agli strumenti folk, la presenza di Kai Hahto (Wintersun) alla batteria in sostituzione a Jukka Nevalainen (assente per motivi di salute), un nuovo disco uscito a marzo. Ma i Nightwish sono talmente amati e seguiti che queste cose non sono una novità per nessuno: i nuovi membri sono importanti al pari degli storici Tuomas, Marco ed Emppu, così come i nuovi pezzi sono conosciuti a memoria dal pubblico tanto quanto i classici del passato. La scenografia è mozzafiato: fuochi, giochi di luci, proiezioni in tema alle canzoni eseguite. La scaletta è quanto mai variegata ed equilibrata: azzeccatissima la scelta di aprire con due brani killer dell’ultimo album (“Endless Forms Most Beautiful”), ossia “Shudder Before The Beautiful” e “Yours Is An Empty Hope”; ci sono poi altri pezzi tratti dal repertorio passato, come le classiche “Ever Dream” e “Wishmaster”, egregiamente reinterpretate da Floor; ci sono i pezzi più recenti dallo stampo folk, decisamente tranquilli e ballabili, come “My Walden” o “I Want My Tears Back”. In questi pezzi spicca l’abilità di Troy, l’elemento caratterizzante del nuovo sound della band, che si cimenta con la cornamusa ed i flauti dando il suo tocco magico ai pezzi che lo vedono protagonista. Si fa headbanging, poi ci si commuove, poi si balla: una infinita diversità di atmosfere, ma tutte rigorosamente marchiate Nightwish. Tuomas ed Emppu traspirano una tale aria di naturalezza e di gioia nell’eseguire i brani che non sembra neanche di avere davanti due musicisti impegnati nel loro lavoro, ma quasi due amici che festeggiano. I riflettori si puntano su Marco, bassista e voce maschile, quando passa alla chitarra acustica e da solo si esibisce in “The Islander” (con successivo ingresso del resto della band), cantata a squarciagola dall’intera arena: uno dei momenti topici della serata. Una vera chicca è stata “While Your Lips Are Still Red”, bonus track del singolo di “Amaranth” tratto da “Dark Passion Play” (2007), emozionante ballata cantata da Marco (con un piccolo intervento di Floor nel finale). La scaletta ha accontentato veramente tutti, tra rarità come quella citata ed i successoni come “Nemo” e “Storytime”. La Jansen si dimostra ancora una volta un’ottima professionista ma soprattuttto una cantante capace di emozionare il pubblico e di accontentare le richieste di tutti i fan, risultando in grado di adattarsi ad un repertorio che copre tutta la discografia della band. Se in un golden oldie (per usare le sue stesse parole) come “Stargazers” (tratta da “Oceanborn” del 1998) Floor sfoggia la sua impostazione classica, accontentando i nostalgici Tarjaholics, la cantante dà meglio di sé nell’impostazione moderna. Unica è la sua interpretazione di “Ghost Love Score” (da “Once” del 2004), uno dei brani più amati dai fan: il suo acuto di petto nel finale del brano emoziona e sbalordisce tutti, e anche se lo esegue da ormai due anni, ogni volta che lo si ascolta si rimane stupiti come la prima. Ma tutto lo spettacolo, già di per sé denso e carico di emozioni, è solo un preludio al gran finale. “The Greatest Show On Earth”, la summa della discografia dei Nightwish, pezzo conclusivo di “Endless Forms Most Beautiful”, dalla durata di 24 minuti: un pezzo che ripercorre tutta la storia dell’esistenza, dalla materia primigenia informe, passando per le prime forme di vita, narrando poi tutta l’evoluzione della specie fino all’uomo e descrivendo l’infinita bellezza della vita. Tutti noi, per questa mezz’ora, siamo insieme spettatori ed attori di questo grandissimo spettacolo che è l’esistenza. Ci siamo tutti, e le migliaia di volti proiettati dietro la band ce lo dimostrano. Ottomila persone che insieme affermano we were here, “noi c’eravamo”, siamo stati testimoni ma anche artefici della meravigliosa storia del nostro pianeta. Si trascendono i limiti della musica, ci si sente connessi tutti gli uni con gli altri, le lacrime scendono a fiotti. Così si conclude il concerto dei Nightwish, uno degli eventi più memorabili a cui io personalmente abbia mai partecipato. Questo è quello che succede quando la musica oltrepassa i suoi stessi confini e diventa un’esperienza totale.

Setlist:
Shudder Before The Beautiful
Yours Is An Empty Hope
Ever Dream
Wishmaster
My Walden
The Islander
Élan
Weak Fantasy
7 Days To The Wolves
Storytime
I Want My Tears Back
Nemo
Stargazers
While Your Lips Are Still Red
Ghost Love Score
Last Ride Of The Day
The Greatest Show On Earth

NIGHTWISH lineup:
Floor Jansen – Vocals
Tuomas Holopainen – Keyboards
Emppu Vuorinen – Guitar
Marco Hietala – Bass, MaleVocals, Acoustic Guitar
Kai Hahto – Drums (in sostituzione di Jukka Nevalainen)
Troy Donockley – Uillean Pipes, Tin Whistle, Low Whistle, Acoustic Guitar, Backing Vocals

report: Ivan Spurio Venarucci
foto: Alessia Mancini