Nel nome di Amon – il death metal degli “Antichi” sbanca il Colony

NILE + SUFFOCATION + EMBRYO + RESUMED
live @ Circolo Colony, Brescia
– mercoledì 23 settembre 2015 – 

LIVE REPORT •
Purtroppo, quando ci mette lo zampino la dea “che ci vede benissimo”, la passione e l’entusiasmo non sono sufficienti a centrare gli obiettivi prefissati. Un sequenza ininterrotta di eventi sfortunati, che vanno dall’imprevisto lavorativo dell’ultimo minuto (non si vive di sola musica!), al maltempo incessante che ha indotto molti concittadini a riversarsi in strada in automobile con inevitabili conseguenze sul traffico, qualche coda causata dai “soliti” tamponamenti in tangenziale, e, non da ultimo, una certa difficoltà di trovare parcheggio una volta arrivati sul posto, ha talmente dilatato i tempi di trasferimento da Milano a Brescia, che la pur volenterosa delegazione di Metalrock è stata a malincuore costretta a saltare tutta la prima parte di questa bella serata a base di metallo robustissimo. Ed è davvero un peccato perché sia gli abruzzesi Resumed, che i cremonesi Embryo rappresentano due interessanti realtà nostrane nell’ambito del metal estremo delle quali avremmo più che volentieri documentato e raccontato le gesta sul palco, se ci fosse stata occasione. Ma è inutile piangere sul latte versato: faremo senz’altro ammenda al prossimo appuntamento utile.
Fin dall’annuncio del “What Should Not Be Unhearted Tour”, risalente alla primavera di quest’anno, in cui si prefigurava l’arrivo in Italia di due nomi assolutamente di primissimo piano nella scena death statunitense, i Suffocation ed i Nile, un abbinamento che unisce, per così dire, il gloriosissimo passato e il radioso presente/futuro del genere, è stato evidente che l’evento avrebbe attirato un numero elevato di proseliti. In effetti i conteggi di fine serata daranno ampiamente ragione alle rosee previsioni della vigilia. Nonostante il doppio appuntamento (oltre alla data bresciana, i nostri si sono esibiti al Cycle Club di Calenzano), si conteranno al Colony ben oltre quattrocento presenze: certamente non si è arrivati al paventato sold-out, ma questa volta ci siamo andati davvero molto, molto vicini. Complimenti al popolo metallico dunque, per non essersi fatto cogliere impreparato, nonostante l’impegno infra-settimanale e le difficoltà logistiche: per una volta tanto la risposta è stata ampiamente commisurata alla rilevanza dei nomi coinvolti. Ma veniamo al resoconto della serata.

Suffocation
Non dovrebbero necessitare di presentazioni, tuttavia spendiamo qualche parola per ricordare, soprattutto a beneficio di chi non ha vissuto in prima persona la stagione dei primi anni novanta, l’importanza di questa band nel panorama della scena death di quel periodo. Originari del Long Island, assieme ai “vicini di casa” Cannibal Corpse, hanno contribuito in modo determinante alla definizione del sound newyorkese, con un approccio decisamente più violento e senza compromessi rispetto a quello seguito dai gruppi della scena floridana (Death, Obituary, Morbid Angel, ecc.), recependo evidenti influenze grindcore e hardcore, nonché, almeno nel caso dei Suffocation, le istanze rumoriste e sperimentali della Grande Mela, che ritroviamo soprattutto nello stile chitarristico destabilizzante del grande Terrance Hobbs, e nella tecnica vocale di Frank Mullen, che ha praticamente inventato quello stile di growl estremamente gutturale, assolutamente ermetico, che è un po’ il loro marchio di fabbrica, nonché un irrinunciabile cifra stilistica di tutte le band che, seguendo le loro orme, si cimenteranno nel cosiddetto “brutal death”. Il manifesto dei Suffocation è certamente “Effigy of the Forgotten”, disco seminale del ’91, che rivela per la prima volta al mondo la loro originalissima e assai poco orecchiabile formula, riscuotendo immediati consensi tra la critica e il pubblico più estremista. Pur essendosi sempre espressi ad ottimi livelli (ricordiamo ad esempio il riuscitissimo “Pierced from Within” del ’95), probabilmente non sono stati più in grado dia raggiungere l’intensità dell’opera di esordio, che ancora oggi è il caposaldo delle loro esibizioni live: e infatti anche stasera quasi metà della scaletta sarà dedicata alla riproposizione dei brani di quel disco. La formazione ha vissuto momenti di difficoltà (lo scioglimento nel ’98, la reunion del 2002 in formazione originale, seguita poi dall’abbandono di Josh Barohn e Mike Smith), ma ultimamente riesce comunque a produrre dischi con una certa continuità (l’ultimo lavoro è “Pinnacle of Bedlam” risalente a due anni fa) e si vocifera che sia pronto un nuovo lavoro di studio che dovrebbe essere pubblicato entro la fine dell’anno. Purtroppo, a causa di impegni personali, negli ultimi due anni Frank Mullen, pur continuando a rivestire il ruolo di cantante ufficiale della band, ha dichiarato di non poter più seguire i compagni nei tour mondiali. Ecco dunque che stasera, al suo posto, il ruolo di front-man sarà ricoperto dal valido Ricky Myers, in forza alla band per le esibizioni live dalla fine del 2014. Quando arriviamo (un po’ trafelati) in sala, le operazioni di allestimento del palco sono quasi terminati: presto i “bad boys from Centereach” daranno inizio dunque alle danze. A sorpresa, in luogo delle solite intro solenni, drammatiche e di atmosfera cui siamo giustamente abituati, parte un brano pop/rap di vago sapore caraibico, con tanto di vocina sintetizzata, degna delle peggiori nefandezze uscite dalla produzione di Timbaland: abbiamo sbagliato concerto? No, niente panico! Giusto il tempo per i nostri beniamini di fare ingresso sul palco e, sulle note della rocciosa “Thrones of Blood”, si cambia subito genere e cominciano immediatamente i primi scossoni tellurici, al ritmo galoppante della batteria del recente acquisto Kevin Talley, chiamato al difficile compito di raccogliere l’eredità di Mike Smith, incombenza che assolve con buone perizia tecnica ed efficacia. In evidenza anche il biondissimo Derek Boyer al basso, che interpreta al meglio le complesse ed articolate partiture di basso ideate dal collega Josh Barohn, dando la giusta propulsione alla ritmica del gruppo. Il già citato Ricky Myers magari non raggiungerà la ruvida intensità di Frank, ma ha buon carisma e sfoggia un growl sufficientemente graffiante dal renderlo un credibile sostituto (anche se, occorre dirlo, quel “thank you guys” con vocina amichevole e sbarazzina che chiude immancabilmente ogni canzone, ci “azzecca” poco col resto!). Il centro dell’attenzione, come è ovvio, è calamitata dal sempre più “sfrontato” Terrance Hobbs, che proprio non vuol rinunciare alle sue treccine afro, cui è evidentemente affezionatissimo! Il “maghetto del palm muting” suona da par suo, sfoggiando quel bagaglio tecnico che lo ha reso popolare nella scena metal estrema, infilando riff granitici, continui cambi di ritmo, assoli taglienti, improvvisazioni rumoristiche che lasciano ammirati e un po’ spiazzati e danno quella giusta vivacità e varietà ai brani che altrimenti rischierebbero di essere un po’ troppo uniformi. Sul lato destro del palco Guy Marchais, compagno di mille battaglie sul palco, fa il consueto ottimo lavoro alla ritmica, sostenendo il sound della band ed assecondando il compagno nelle sue frequenti digressioni musicali: l’affiatamento tra le due asce è davvero ottimo. Difficile concentrare in un’ora scarsa il meglio della loro produzione, ma bisogna dare atto che la scelta della scaletta è davvero azzeccata. Ecco dunque che, senza particolare soluzione di continuità, si abbatte sulla platea una sequenza di mazzate soniche da knock-out: partendo da “Breeding the Spawn”, ripercorriamo dunque a tappe forzate la lunga carriera della band, con una certa predilezione per l’album di esordio, da cui ascoltiamo con piacere ben cinque brani, tutti accolti con incrollabile entusiasmo dai fan di vecchia e nuova generazione. La temperatura in platea è ovviamente bollentissima, il mosh regna sovrano, favorito dai numerosi breakdown che spezzano il ritmo dei brani e che sono un po’ il loro marchio di fabbrica. L’intensità dell’esibizione è tale che, senza nemmeno rendersene conto, si arriva presto alla fine dello show. I Suffocation ci salutano adeguatamente con due gemme di “Effigy”: “Jesus Wept” e la mitica “Infecting the Crypts”, che ci lasciano con un pizzico di insoddisfazione, certo non per la qualità dell’esibizione, che non si discute, quanto piuttosto per la voglia non esaudita di sentire qualche brano in più. Appuntamento dunque alla prossima calata in Italia, magari stavolta in veste di headliner!

Setlist: “Thrones Of Blood” – “Breeding The Spawn” – “Mass Obliteration” – “As Grace Descends” – “Catatonia” – “Liege Of Inveracity” – “Abomination Reborn” – “Pierced From Within” – “Effigy Of The Forgotten” – “Funeral Inception” – “Jesus Wept” – “Infecting The Crypts”

SUFFOCATION lineup:
Terrance Hobbs – Lead Guitar
Guy Marchais – Rhythm Guitar
Derek Boyers – Bass
Kevin Talley – Drums
Rick Myers – Lead Vocals
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Nile
Con buona pace degli amanti della vecchia scuola, che storcono un po’ il naso, che piaccia o meno, gli indiscussi protagonisti della serata sono proprio i deathsters “creativi” della Carolina del Sud. Di certo sono attualmente tra i gruppi più popolari del genere presso i nuovi adepti, inutile nascondersi che la maggior parte dei presenti è qui proprio per loro e non ci dobbiamo sorprendere: dalla loro parte, oltre ad una tecnica davvero invidiabile, hanno molte caratteristiche vincenti che non possono che favorirne il successo. Ovviamente, trattandosi di musica estrema e necessariamente un po’ di nicchia, non voglio affermare che siano commerciali (ci mancherebbe!), ma il ricorso a qualche piccola astuzia (il richiamo alle culture antiche, principalmente egizia, che, “Powerslave” insegna!, hanno sempre il loro fascino, l’utilizzo sia pure saltuario di strumenti e canti folk medio-orientali, piuttosto di moda di questi tempi, l’adozione di riff epici di ispirazione power che danno una giusta iniezione melodica ai brani) certamente contribuisce a creare un sound vario e per certi versi più facilmente assimilabile rispetto, ad esempio, ai loro attuali compagni di tour. Quest’anno è uscito il poderoso “What Should Not Be Unhearted”, buon lavoro di studio che segue e in parte riscatta il controverso “At the Gates of Sethu”, uno dei rari passi falsi della loro discografia. L’occasione è dunque propizia per tornare in Italia a presentarci in sede live le nuove composizioni, a distanza di un anno circa dall’ultima data bolognese a Zona Roveri. Ho già avuto modo di ammirarli al Live Club di Trezzo nel 2012 in occasione del tour di supporto ai Kreator ed ero rimasto impressionato dalla loro abilità strumentistica e dall’energia della loro esibizione. Mi predispongo dunque volentieri a godermi quest’ora e mezza di ottimo death metal tecnico, suonato tra l’altro da alcuni tra i migliori interpreti del momento (Karl Sanders e Dallas Toler-Wade a voce e chitarre, il funambolico George Kollias alle pelli e il recente rinforzo Brad Parris al basso). Si procede celeri all’allestimento dello stage: la scenografia magari lascia un po’ a desiderare, se qualcuno si aspettava piramidi, sfingette e sarcofagi, è destinato a rimanere un po’ deluso. Volenti o nolenti ci si deve concentrare sugli aspetti prettamente musicali! Si scaldano i motori, siamo pronti per l’inizio dello spettacolo. Stavolta, guarda caso, parte proprio la solita intro solenne, drammatica e di atmosfera che tutti si aspettano: i Nile giocano insomma sul velluto e non vogliono correre il rischio di destabilizzarci, a differenza dei colleghi. Notiamo subito il drastico taglio “palla di cristallo” sfoggiato dal front-man, di chiara ispirazione ramesside: la tonsura totale era infatti molto in voga nel basso Nilo ai tempi della XIX dinastia (ovviamente si scherza, Dallas!). L’apertura è affidata a “Sacrifice unto Sebek”, uno dei pezzi forti di “Annihilation of the Wicked”, che fin da subito ci investe con la sua energia e forza. Tutti gli ingredienti più tipici della ricetta Nile sono riassunti in questo brano: ritmi vertiginosi, alternati a momenti più pacati ed epici, con melodie ed echi mediorientali, riff intricatissimi, assoli al fulmicotone, i giochi vocali di Karl, che canta con tono bassissimo, sepolcrale, quasi che la sua voce uscisse direttamente da una catacomba, e di Dallas, che ha una tonalità decisamente più alta e ruvida, che fa il demonietto della situazione (alla bisogna si unisce anche Brad, che adotta uno stile che sembra un po’ una giusta via di mezzo tra i due). Qualche parola a parte va spesa su quella inarrestabile macchina da ritmo di Kollias: incredibile come riesca ad essere sempre così potente, preciso, sembra non sbagliare mai una battuta, destreggiandosi alla grande tra le partiture iper-tecniche e i ritmi frenetici dettati dai compagni. Un vero virtuoso,insomma, che entra di diritto nella lista ideale dei batteristi metal “con gli attributi fumanti”, che comprende i vari Dave Lombardo, Gene Hoglan, Paul Bostaph, Tomas Haake, e chi più ne ha ne metta. E la veemenza e l’irruenza del drummer ellenico è di sicuro ben nota ai compagni, tanto è vero che Dallas, per scherzare un po’, invita i numerosi presenti ad intonare una preghierina agli dei perché anche stasera fili tutto liscio e George non rompa di nuovo la batteria. Si prosegue alla grandissima con l’epica “Defiling the Gates of Ishtar”, brano di punta di “Black Seeds of Vengeance”, del quale ho molto apprezzato le aperture melodiche nella fase centrale (anche se sospetto che il coro da brividi, cantato in “clean”, fosse in realtà registrato). A seguire l’uno-due di “Kafir!” e l’impronunciabile “Hittite Dung Incantation”, entrambe estratte da “Those Whom The Gods Detest”, che, a parere di chi scrive sono tra i brani più interessanti in assoluto del loro repertorio. “Kafir!” in particolare è davvero avvincente con quel suo coro arrembante “There is no god but the one true god”, che si presta benissimo ad una “cantatina” collettiva. Da notare il tema ricorrente dell’assolutismo religioso e delle sue conseguenze in termini di sacrificio di vite umane, sopraffazione e distruzione delle culture diverse (affrontato anche nelle recenti “Call to Destruction” e “In the Name of Amun”), segno che, al di là delle apparenze, i loro testi sono talvolta più impegnati e profondi di quanto possano apparire ad una lettura superficiale. I nuovi pezzi funzionano davvero bene e sono stati ben recepiti e acclamati dal pubblico: menzione speciale per “Evil to Cast Out Evil”, che è davvero azzeccatissima ed anthemica (come lo può essere un pezzo tiratissimo death metal ovviamente!). Per il resto, un po’ di classici che non fanno mai male (“The Blessed Dead”, “Sarcophagus”, “Lashed to the Slave Stick”), mentre personalmente avrei soprasseduto su “The Inevitable Degradation of Flesh”, che, a dispetto del titolo, era invece abbastanza evitabile in favore di qualche brano più datato! Si chiude con un bel brano maestoso e trainante: “Black Seeds of Vengeance”, tratta dal disco omonimo, chiude un spettacolo infuocato, accolto dalle frequenti ovazioni di un pubblico che magari era meno “agitato” rispetto al precedente live set, ma non per questo meno partecipe ed attento.

Setlist: “Sacrifice Unto Sebek” – “Defiling The Gates Of Ishtar” – “Kafir!” – “Hittite Dung Incantation” – “Call To Destruction” – “In The Name Of Amun” – “The Blessed Dead” – “Ithyphallic” – “The Howling Of The Jinn” – “The Inevitable Degrada-Tion Of Flesh” – “Evil To Cast Out Evil” – “Sarcophagus” – “Lashed To The Slave Stick” – “Black Seeds Of Vengeance”

NILE lineup:
Dallas Toler-Wade – Lead Vocals and Guitars
Karl Sanders – Guitars and Vocals
George Kollias – Drums
Brad Parris – Bass

report Marco Morrone
foto Lidia Buscaino