Metalitalia Festival 2015: diario di bordo dell’Apocalisse

METALITALIA.COM FESTIVAL 2015:
TESTAMENT + EXODUS + FLESHGOD APOCALYPSE + ONSLAUGHT +
DARK LUNACY + ULTRA-VIOLENCE + SINISTER + ULVEDHARR
live @ Live Club, Trezzo sull’Adda (Mi)
– sabato 30 maggio 2015 – 

LIVE REPORT •
Siamo giunti oramai alla quarta edizione del Metalitalia.com Festival, un appuntamento diventato quasi irrinunciabile per gli appassionati del metallo, ospitato come di consueto dal Live Club di Trezzo, che si conferma, anno dopo anno, una location ideale per questo genere di eventi, potendo ospitare comodamente più di un migliaio di persone, e offrendo loro tutti i servizi necessari, nonché una preziosissima area di sfogo esterna dove rifiatare, scambiare opinioni a caldo, ma anche, come in questo caso, organizzare Metal Market per collezionisti e gli ambitissimi Meet&Greet con gli artisti che si andranno poi ad esibire nel corso della serata. Ovviamente i numeri non sono paragonabili, certamente trentamila persone sono ben più difficili da gestire, ma il confronto con il pessimo trattamento subito dal pubblico al Sonisphere un paio di giorni più tardi è assolutamente impietoso. L’organizzazione anche quest’anno è stata praticamente impeccabile, tutto si è svolto in modo ordinato, la security ha ben vigilato durante gli show, sia pure alle prese con un pubblico scatenatissimo, difficile da contenere. L’unica nota dolente è stata a mio avviso la decisione di sequestrare il cibo ai partecipanti che viceversa non avrebbero potuto accedere al locale. La cosa ha provocato qualche momento di comprensibile irritazione e tensione all’ingresso, e mi pare costituire un precedente nella mia lunga esperienza di frequentatore di concerti. Il billing proposto quest’anno è di primissimo livello, con una certa predilezione verso le sonorità thrash old school, perfettamente rappresentate dai veterani Testament, Exodus (co-headliner) ed Onslaught, nonché da giovani leve nostrane particolarmente agguerrite come gli Ultra-Violence. Per gli amanti dei suoni più estremi in apertura troviamo i deathster Ulvedharr e Sinister, ma c’è anche pane per gli appassionati di Melodeath, con gli italianissimi Dark Lunacy, nonché uno “spizzico” di metallo sinfonico/sperimentale con i coreografici Fleshgod Apocalypse da Perugia. Un cartellone davvero invitante insomma, che non poteva che attirare i buoni intenditori: decine e decine di fans sono infatti accorse da tutte le regioni dello Stivale macinandosi un sacco di chilometri pur di vedere i loro beniamini. Inutile a dirsi, l’evento è andato presto sold-out, con grande rammarico di quelli che purtroppo non sono riusciti a prendervi parte.
Ma adesso vediamo più in dettaglio come è andata questa lunga maratona metal!

Ulvedharr
Tocca al quartetto di Clusone il compito di aprire le danze. Come spesso succede, il pubblico sotto il palco non è numerosissimo, distratto dalle varie attrattive del festival, principalmente dal Meet & Greet in corso in quei momenti con i Testament. Ciò non impedisce agli aficionados di fare un po’ di sano movimento esibendosi nei primi mosh-pit della giornata . La band offre un death metal classico di buona fattura ispirato, a mio avviso, principalmente dalla scuola scandinava dei primi anni ’90 (Dismember, primi Entombed, ecc.), con tematiche legate alle epopee e mitologie nordiche. Vale anche per loro il discorso spesso fatto per gli Amon Amarth: parlano sì di vichinghi, ma non suonano Viking Metal! Hanno finora pubblicato due lavori interessanti (“Sword of Midgard” del 2013 e “Ragnarok” del 2014), i cui brani vengono riproposti oggi in sede live. Piccola curiosità: ai lati del palco campeggiano due cartelloni con la scritta “Death Metal from 2011”, una sorta di rivendicazione di esperienza ed anzianità, che onestamente mi ha strappato un sorriso, visto che a seguire si sarebbero esibite band che possono vantare una militanza più che trentennale. Il gruppo ha comunque giusti motivi di orgoglio, perché ha un ottimo sound e sa tenere bene il palco, offrendo dunque un’esibizione convincente. La setlist è forte di brani di impatto come “The Last Winter”, “Skjaldbord”, “When the Fog Still Burn”, tutte tratte dall’ultima fatica di studio, caratterizzate da ritmiche serrate, riff secchi e taglienti che fanno da contrappunto al growl non particolarmente feroce del cantante e chitarrista Ark Nattlig Ulv, che dimostra di conoscere bene il mestiere del frontman. Particolarmente apprezzata “War Is in the Eye of the Beserker”, estratto del disco di esordio, brano veemente che si fa distinguere per il coro piuttosto accattivante e i buoni interventi solistici di Fredreyk. Un’esibizione dunque interessante, che ci svela una band nostrana da tenere d’occhio in futuro.

Setlist: “The Last Winter” – “When The Fog Still Burn” – “War Is In The Eyes Of Berserker” – “Legions” – “Skjaldborg”

ULVEDHARR lineup:
Ark Nattlig Ulv – Vocals And Guitars
Fredreyk – Lead Guitar
Mike Bald – Drums
Markus Ener – Bass
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Sinister
Un po’ a sorpresa, laddove il menù del festival avrebbe contemplato i torinesi Ultra-Violence, vediamo invece fervere i preparativi per allestire il palco dei brutal deathster fiamminghi Sinister. Evidentemente qualche imprevisto ha costretto gli organizzatori a rivedere la programmazione: poco male e sotto a chi tocca! Si tratta di una band, che, sia pure tra numerose vicissitudini, e con una formazione più volte rimaneggiata – l’ultima “rivoluzione” risale al 2011, anno in cui sono stati rimpiazzati tutti i membri ad esclusione del leader Adrie Kloosterwaard – milita nelle fila del metal estremo dalla fine degli anni ’80. La loro esibizione è sicuramente molto attesa dai sostenitori del genere. Pur restando in territori death metal, fin dalle prime note si avverte un mood decisamente diverso rispetto ai precedenti, con un sound più aggressivo, atmosfere cupe e un po’ morbosette, ben sostenute dai riff monumentali di scuola californiana dei chitarristi Dennis Hartog e Bastiaan Brussaard, che, molto compresi nel ruolo, assumono pose statuarie quasi ad accompagnare anche fisicamente l’incedere dei brani. Su tutto svetta la voce di Adrie, protagonista di un growl estremo, molto gutturale e rabbioso che, se magari pecca in dinamicità ed espressività, sicuramente comunica all’audience un senso di angoscia e violenza fuori dal comune. La sezione ritmica, come da copione, è una vera schiacciasassi, potendo contare sui ritmi sostenuti del bassista Mathijs Brussard e il drumming incessante di Toep Duin. La scaletta è serratissima e un po’ scarna, e prevede in apertura due brani tratti dal recente “The Carnage Ending” (“My Casual Enemy” e “Transylvania”); il resto del repertorio pesca abbondantemente dai dischi di recentissima realizzazione, lasciando nel finale alla sola “Sadistic Intent” (tratta da “Diabolical Summoning”) il compito di rinverdire i fasti della loro produzione anni ’90. La risposta del pubblico è complessivamente buona, con le prime ondate d’urto dei pogatori che cominciano ad abbattersi sui malcapitati delle prime file e non cesseranno per tutto il resto della serata.

Setlist: “My Casual Enemy” – “Transylvania (City of the Damned)” – “The Grey Massacre” – “The Macabre God” – “Blood Ecstasy” – “The Masquerade of an Angel” – “The Science of Prophecy” – “Sadistic Intent”

SINISTER lineup:
Adrie Kloosterwaard – Vocals
Dennis Hartog – Guitars
Batiaan Brussaard – Guitars
Mathijs Brussaard – Bass
Toep Duin – Drums
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Ultra-Violence
Con l’ingresso sul palco dei giovanissimi thrashers torinesi, si cambia decisamente musica. Ci lasciamo alle spalle le atmosfere un po’ mefitiche del gruppo precedente e ci immergiamo in un piacevolissimo clima di “old school revival”, assistendo ad una prova convincente, ad opera di una band che dimostra di avere già tutto quello che serve per catturare l’attenzione: tecnica, energia, carisma, voglia di divertire e divertirsi e quel minimo di personalità che ci consente di non etichettarli come semplice tributo al “bel sound che fu” della Bay Area. Sì, perché, se è vero che il loro sound pesca a piene mani dalle sonorità più sanguigne e trascinanti di gruppi come Exodus e Death Angel (dai quali evidentemente hanno preso pure il nome!), tra le maglie della loro musica si nascondono numerose influenze meno scontate che vanno dal “crossover” hardcore-punk al funky metal, perfettamente sottolineato dalle intricate linee di basso dell’ottimo Roberto Dimasi, che mi richiama alla mente le prodezze del Robert Trujillo più autentico, quello cioè che prestava opera alla corte di Mike Muir, prima di cedere alle lusinghe milionarie dei Four Horsemen. L’occasione è di quelle da non perdere: il palco del Metalitalia offre ai quattro musicisti una visibilità difficilmente ripetibile, con un parterre affollato e desideroso di “darci dentro”, e i nostri non si fanno certamente pregare, profondendo sudore ed energia in abbondanza. Il set pesca principalmente dal nuovo lavoro di studio “Deflect the Flow”, che già mi aveva molto colpito per la buona confezione, la professionalità della produzione, nonché, perché no, la divertente citazione di “Arancia Meccanica” sulla cover art. I brani del disco, certamente di impatto, riascoltati dal vivo, si confermano molto trascinanti e infatti conquistano facilmente la platea, suscitando gli entusiasmi anche di quelli che ancora non avevano ancora avuto modo di vederli in azione. Non tutto è andato proprio alla perfezione (un problema iniziale con la chitarra del frontman Loris Castiglia, qualche piccolo errore qua e là), ma certamente l’esibizione è stata nel complesso riuscitissima e ha messo in luce i buoni individualismi della band (particolarmente gustosi, gli assoli virtuosistici di Andrea Vacchiotti, anche se tutta la band viaggia a mille giri). Non si tratta ovviamente di un esame, ma se lo fosse, potremmo affermare: promossi a pieni voti!

Setlist: “Burning through the scars” – “Why so serious?” – “Lost in decay” – “Fractal dimension” – “L.F.D.Y.”

ULTRA-VIOLENCE lineup:
Loris Castiglia – Vocals/Guitars
Andrea Vacchiotti – Guitars
Roberto ”Robba” Dimasi – Bass
Simone Verre – Drums
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Dark Lunacy
E’ con piacere che mi accingo a vedere finalmente dal vivo la band parmigiana capitanata dall’ottimo frontman Michele Belli, che seguo fin dai tempi del loro ottimo esordio, l’intrigante “Devoid” che quest’anno conta ormai quindici primavere. Sono infatti convinto che, nell’affollato panorama del melodic death internazionale, il combo nostrano non abbia davvero nulla da invidiare alla maggior parte delle ben più titolate formazioni scandinave e considero il loro “The Diarist” una piccola pietra miliare di questo popolare sottogenere metal, in virtù della qualità delle composizioni, la ricchezza e raffinatezza degli arrangiamenti e, non ultimo, la capacità di scrivere testi non banali cimentandosi con un intrigante concept album ispirato all’assedio di Stalingrado. E anche se purtroppo non si sono ripetuti agli stessi livelli con i dischi successivi, questa esibizione nell’ambito del Metalitalia è senza dubbio un evento da non lasciarsi sfuggire. Già in fase di allestimento del palco, si capisce che gli emiliani fanno proprio sul serio: oltre alla classica strumentazione rock, è infatti presente un quartetto di archi per tentare di ricreare dal vivo la magia degli arrangiamenti orchestrali che troviamo nei solchi dei loro dischi. Ci sono dunque i presupposti per uno spettacolo di grande livello, ma la sfortuna (quella che ci vede benissimo!) è lì in agguato e si accanisce sulla band. Un serio problema tecnico (che mi richiama alla mente uno simile occorso ai Monolith Deathcult all’ultima edizione del RockHard) impedisce l’inizio programmato dello show. I fonici si danno un gran da fare per cercare di rimediare: le lancette intanto corrono con comprensibile nervosismo dei musicisti sul palco. Alla fine si riesce a dare inizio alle danze, ma il sound appare fin da subito deficitario ed impastato, con un missaggio approssimativo che non consente di distinguere bene gli strumenti e copre la voce. Ed è un vero peccato, perché l’esecuzione di “Aurora”, uno dei loro pezzi forti da sempre, ne risulta irrimediabilmente compromessa. Per fortuna, nel corso del concerto, i suoni vengono messi a punto a dovere e il risultato finale rende pienamente giustizia alle grandi potenzialità della band. Veniamo alla scaletta: si parte con il terzetto di canzoni che apre “The Diarist”, dunque dopo la già citata “Aurora”, ecco seguire due pezzi coinvolgenti e drammatici come “Play Dead” e “Pulkovo Meridian”, suonati con grinta ed energia dalla band che cerca di riscattarsi dalla brutta partenza. Si prosegue con “Sacred War”, estratto della loro ultima fatica di studio, un pezzo bello tirato che suona più efferato rispetto ai loro standard, con Michele che si esibisce in un growl particolarmente aggressivo e letale. Ma la melodia è come al solito dietro l’angolo, ed ecco dunque che i ritmi arrembanti si stemperano nella parte centrale, lasciando il posto ad una sessione strumentale dove si fanno particolarmente apprezzare le dolci melodie degli archi. Giusto il tempo di ascoltare “Motherland” (altro pezzo forte di “The Diarist”) e si arriva alla chiusura affidata ai due anthem del disco di esordio: “Stalingrad” e ovviamente la splendida “Dolls”, sulla quale il pubblico, inizialmente comprensibilmente tiepido, ma via via sempre più coinvolto, si esibisce in un bel canto corale sulle note della sorniona melodia di violino che apre il brano. Davvero complimenti dunque ai bravi musicisti parmensi, non fosse altro per aver saputo mantenere i nervi saldi all’inizio e aver comunque fornito una prestazione professionale ed avvincente.

Setlist: “Prospect (intro quartetto)” – “Aurora” – “Play Dead” – “Pulkovo Meridian” – “Sacred War” – “Motherland” – “Stalingrad” – “Dolls”

DARK LUNACY lineup:
Mike – Vocals
Dan J. Ermes – Guitars
Jacopo – Bass
Alex – Drums
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Onslaught
Con l’arrivo in scena dei folletti di Bristol, l’evento comincia davvero ad entrare nel vivo, con un pubblico ormai caldo, anzi bollente e ansioso di “menare le mani” nel mosh pit e confermare così la meritata fama di essere una delle audience più agitate del vecchio continente. Ho sempre seguito con affetto questo combo britannico, fin dagli esordi impetuosi e un po’ naif di “Power from Hell”, passando per il thrash più ragionato di “The Force”, lo sfortunato tentativo di eclettismo di “In Search of Sanity”, la rinascita dopo la lunga crisi iniziata nel 1990, che ha prodotto piccoli capolavori di brutalità come “Killing Peace” o l’ultimo “VI”. E’ quindi un piacere rivederli calcare le assi dei palchi nostrani, a distanza di un anno dalla loro esibizione bresciana, di fronte ad un pubblico certamente amico, visto che, è inutile nasconderselo, la maggior parte delle persone che sono qui oggi vuole ascoltare sano e robusto thrash metal! Il tasso tecnico della band, che conta gli “storici” Sy Keeler alla voce e Nige Rockett alla chitarra, affiancati dai più recenti acquisti Andy Rosser Davies (seconda chitarra), Jeff Williams al basso e Mike Hourihan alle pelli, è certamente elevato, sia pure inferiore ovviamente a quello dei mostri sacri che si esibiranno a seguire: come era lecito aspettarsi, abbiamo assistito ad una prestazione di buon livello, trascinante e divertente, con qualche piccola sbavatura tecnica che non cambia in alcun modo il giudizio positivissimo sulla loro esibizione. E che ovviamente non ha minimamente inciso sull’entusiasmo incontenibile dei metalhead presenti che, come da copione, rimbalzano come palline impazzite da un lato all’altro del parterre, si spintonano con giocosa violenza, si abbattono sulle prime file per far provare ai “transennati” il piacere fisico del contatto intimo con il metallo (in questo caso, quello della sbarra!), fluttuano amabilmente sulle teste dei loro compagni, dando alla security la possibilità di dimostrare la propria abilità nell’acchiappare al volo i “surfisti”. L’esibizione è principalmente incentrata sul materiale più datato, con tre poderosi estratti da “The Force” (“Let There Be Death”, posta in apertura per dar subito fuoco alle polveri, l’inno metallaro per eccellenza “Metal Forces” e la trascinate “Fight With the Beast”); non può mancare la classica “Angels of Death” tratta dal disco di esordio, dal cui cilindro viene estratta, come da tradizione in chiusura di set, la canzone manifesto della band “Onslaught (Power from Hell)”, che scatena un vero delirio sotto palco. C’è spazio anche per il materiale più recente, che i fan dimostrano di gradire in ugual misura rispetto al repertorio anni ottanta. Ecco dunque che un vero e proprio boato scoppia quando Sy attacca con “Spitting blood in the face of…”: è tempo di Killing Peace e non si prendono prigionieri. Altro brano particolarmente apprezzato è il recente “66’Fucking6”, sarà forse che quei tre numerini sono particolarmente cari alle platee metalliche, sarà che in effetti è uno dei loro cori più memorabili e ruffiani, certo è che l’entusiasmo è davvero alle stelle e tutti cantano all’unisono con la band. Prestazione maiuscola dunque… ma nemmeno il tempo di tirare il fiato ed è già ora di un nuovo cambio di palco.

Setlist: “Let There Be Death” – “Killing Peace” – “Angels Of Death” – “Children Of The Sand” – “Metal Forces” – “66’Fucking’6” – “Fight With The Beast” – “The Sound Of Violence” – “Onslaught (Power From Hell)”

ONSLAUGHT lineup:
Sy Keeler – Vocals
Nige Rockett – Guitars
Jeff Williams – Bass
Andy Rosser-Davies – Guitars
Mic Hourihan – Drums
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Fleshgod Apocalypse
E’ arrivato dunque il turno di questo apprezzato combo perugino, che è chiamato a confermare dal vivo l’ottima reputazione che si è guadagnato con i suoi interessanti lavori di studio. Certamente non fanno musica convenzionale, che risulta anzi abbastanza difficile da etichettare, visto che tra i solchi dei loro dischi convivono più anime: il Death tecnico innanzitutto, ma anche il metal sinfonico, nonché un gusto spiccato per le atmosfere gothic; insomma una formula per sua stessa natura articolata, complicata e spesso di difficile fruizione per l’ascoltatore medio, ma che soprattutto non pare facilmente replicabile in sede live. Ammetto di non essere particolarmente appassionato del genere, perciò mi apprestavo a seguire con curiosità lo spettacolo senza grandi aspettative, ma mi sono dovuto almeno in parte ricredere. Certamente la band ha un ottimo impatto: il colpo d’occhio sul palco è notevole in virtù di scenografie accurate, un’immagine molto coreografica e ben studiata, nonché l’utilizzo di trucchetti scenici efficaci (luci, macchine per il fumo e altre diavolerie tecnologiche che hanno richiesto non pochi sforzi degli organizzatori in fase di allestimento, non ultimo quello di domare il serpentone di cavi che si andava aggrovigliando intorno alle spie!). A differenza di colleghi che fanno uso, anzi abuso, di basi registrate, i Fleshgod si distinguono per avere in formazione anche dal vivo un pianista classico “vero” e un’ottima cantante lirica, che sono garanzia di una certa genuinità rispetto a quello che ci è dato di sentire. Purtroppo, almeno dal mio punto di osservazione (arrampicato sulla scaletta nei pressi del palco per assistere da vicino, senza correre rischi di eccessivi sconquassi), il suono che esce dalle casse risulta poco nitido ed è difficile cogliere i particolari. In particolare la voce della cantante è a malapena distinguibile, coperta dal muro delle chitarre e dal roboante growl del cantante Tommaso Riccardi. Questo fa sì che le caratteristiche più distintive del loro sound si perdano, e purtroppo suonano alle nostre orecchie come un buon gruppo death piuttosto convenzionale. Fortunatamente gli addetti al mixer gradatamente cominciano ad aggiustare i volumi e la situazione migliora decisamente nella fase centrale dell’esibizione, e si comincia, per così dire, a “capirci qualcosa”! Il pubblico sembra equamente diviso tra gli evidenti estimatori che incitano a gran voce la band ed una porzione rilevante della platea che assiste attenta ma senza apparenti entusiasmi, probabilmente con la testa già rivolta al gruppo che sta scaldando i motori nel backstage.

Setlist: “Temptation” – “The Hypocrisy” – “Minotaur (The Wrath Of Poseidon)” – “The Deceit” – “Pathfinder” – “Prologue” – “Epilogue” – “The Violation” – “The Egoism”

FLESHGOD APOCALYPSE lineup:
Tommaso Riccardi – Vocals & Guitars
Paolo Rossi – Vocals & Bass
Cristiano Trionfera – Vocals & Guitars
Francesco Paoli – Drums, Guitars & Vocals
Francesco Ferrini – Piano, Orchestra
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Exodus
Dopo la parentesi gotico/sinfonica, al Live Club si torna a parlare il linguaggio “duro e crudo” del thrash metal più puro, ad opera di uno dei suoi principali protagonisti, uno di quelli che ha contribuito in modo determinate a definirne le coordinate musicali, grazie a quell’opera seminale che dovrebbe essere imparata a memoria da chiunque si dichiari appassionato di metal, che si chiama “Bonded By Blood”. Questa apparizione avrebbe tutti i crismi dell’evento epocale: il rientro in scuderia di Steve Zetro Souza, sancito dalla pubblicazione di un disco azzeccatissimo come “Blood In Blood Out”, la possibilità di vedere Gary Holt finalmente suonare con la sua band principale, dopo le tante apparizioni fatte sotto l’egida di Kerry King e soci. Eravamo tutti insomma ansiosi di vedere dal vivo un pezzo di storia del metal, quando ecco che, a pochi giorni dalla data del Festival, arriva la doccia fredda che ci lascia raggelati. Gary Holt non sarà presente, perché nuovamente impegnato con gli Slayer! Si replica dunque la stessa messinscena cui abbiamo assistito nel tour 2012 quando, per le tre date sul territorio nazionale, il buon Gary si fece sostituire dal vecchio compagno di squadra Rick Hunolt (che era da un po’ di tempo fuori dal giro e fu costretto ad un ripasso intensivo della parte!). Questa volta il “turnista” è l’ottimo Kragen Lum e, in considerazione del fatto che l’altra ascia è, da vari anni a questa parte, Lee Altus, potremmo ironicamente battezzare questa formazione come Heaxodus, ossia gli Exodus alla voce e sezione ritmica più gli Heathen alle chitarre! Ma veniamo all’esibizione. Il classico suono di sirene anti aeree ci dà la certezza che la band sta per fare l’ingresso sul palco. Infatti di lì a poco, Tom Hunting farà la sua apparizione dietro alla batteria, raccogliendo le prime ovazioni del pubblico. Il parterre è stracolmo di gente tutta ammassata e ansiosa di gustarsi l’ambitissimo concerto. L’ansia di cui sopra si tradurrà in una prevedibilissima bolgia umana, un pogo violentissimo cui non si assisteva da tempo (paragonabile forse solo a quello visto, sempre nei locali del Live, in occasione dell’accoppiata Anthrax/Slayer). Ed è un sollievo personale aver scelto la posizione altolocata in occasione di questo massacro annunciato: le mie vecchie ossa non avrebbero di certo retto a lungo! Protagonista assoluto della serata è il redivivo Souza, cantante che ha da sempre diviso i fan in due tifoserie agguerrite: quelli che proprio non sopportano il suo particolare timbro vocale (spesso paragonato al verso di una gallina strozzata!) e quelli che invece lo considerano il marchio di fabbrica della band dopo l’abbandono di Paul Baloff. Io, inutile a dirsi, appartengo a quest’ultima fazione: a torto o ragione, le sue tonalità peculiari mi hanno sempre rimandato a quelle di un Bon Scott, ovviamente in acido, del tutto fuori controllo, e in vena di strilli acuti! Piaccia o meno la voce, dove Steve non sembra avere rivali è il carisma e la capacità di intrattenimento del pubblico: dieci minuti di esibizione di Souza fanno immediatamente dimenticare anni e anni di militanza del pur volenteroso Rob Dukes, che semplicemente è stato un discreto rimpiazzo, ma non era all’altezza del collega. Si parte, come da copione, con un paio di estratti da “Blood in Blood Out”, che il parterre mostra di gradire quasi quanto i vecchi classici. Siparietto di Souza che a modo suo commenta l’assenza del leader della band: “The question is where the fuck is Gary Holt?”, la risposta è fin troppo scontata con Lee e Kragen che accennano il riff di apertura di “Raining Blood”, suscitando l’ilarità generale. La prima vera sorpresa del set è “Children of a Worthless God”, unico estratto del periodo Dukes e forse uno dei cori più memorabili della recente produzione. Steve dimostra di essere a suo agio anche con il materiale del precedente cantante, sfoggiando un invidiabile estensione anche quando canta in clean. Un vero “macello” si scatena in occasione del primo brano storico da “Bonded By Blood”: “Piranha” non prende prigionieri e, visto dall’alto, il pubblico assume quasi le movenze di un branco di pesci assassini pronti ad avventarsi con rapidità e voracità su qualunque cosa si trovi sulla loro strada. Il repertorio di Souza è ampiamente omaggiato da classici quali “Blacklist”, “War is My Sheperd”, “The Last Act of Defiance” e la danzereccia (a suo modo) “Toxic Waltz”; un po’ trascurato “Pleasure of the Flesh”, dal quale ci propongono la sola title track ed è un vero peccato, a mio modesto parere. E’ evidente che stasera il piatto principale sia il disco di esordio: “Bonded By Blood”, “A Lesson in Violence” (ma sull’argomento il nostro pubblico ha ben poco da imparare), “Metal Command” si abbattono sull’audience con la loro carica di energia straripante, ottenendo una risposta entusiasta ed incontenibile. Si chiude con “Strike of the Beast”, al termine della quale Steve e compagni assistono con soddisfazione agli effetti della devastazione che hanno provocato. Serata memorabile senza dubbio, e sarà certamente un duro compito per i Testament replicare a tanta magniloquenza metallica sfoggiata dai loro colleghi. Ma quando in formazione si ha musicisti come Di Giorgio, Hoglan, Skolnick, ecc. non penso che ci sia granché da preoccuparsi.

Setlist: “Black 13” – “Blood In, Blood Out” – “Children Of A Worthless God” – “Piranha” – “Salt The Wound” – “Pleasures Of The Flesh” – “Metal Command” – “Body Harvest” – “The Last Act Of Defiance” – “Blacklist” – “A Lesson In Violence” – “Bonded By Blood” – “War Is My Shepherd” – “The Toxic Waltz” – “Strike Of The Beast”

EXODUS lineup:
Steve “Zetro” Souza – Vocals
Kragem Lum – Guitars
Lee Altus – Guitars
Jack Gibson – Bass
Tom Hunting – Drums
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Testament
Al termine di un’esibizione così intensa è lecito attendersi che i fan presenti siano un po’ provati. Probabilmente sarebbe saggio farli rifiatare un po’. Forse queste considerazioni frullano nella testa della band californiana, o forse si è trattato veramente di una fatalità (ci sono apparenti difficoltà nel far funzionare le luci a bordo del palco), in ogni caso l’inizio del concerto dei Testament si fa attendere, al punto che la platea comincia un po’ ad innervosirsi e richiama all’ordine i propri beniamini con bordate di fischi e anche qualche vivace improperio.
Curiosa quella sorta di rito propiziatorio cui si assiste in fase di allestimento dello stage: un roadie armato di bastoncini di incenso, sparge effluvi profumati in corrispondenza delle postazioni dei musicisti, forse i nostri vogliono esorcizzare l’aura malefica lasciata dai loro compatrioti? Chissà! L’allestimento scenografico riproduce sullo sfondo la copertina dell’ultimo lavoro di studio (“Dark Roots of the Earth”). In verità il tono mi sembra un po’ più dimesso rispetto al concerto cui ho assistito a Tempo Rock un paio di anni prima, dove il buon Hoglan era stato letteralmente piazzato in cima alla montagna mostrata sulla cover, perfettamente ricostruita, incombendo dall’alto sul pubblico sottostante: evidentemente i tempi del festival impongono un’attitudine più spartana. Ennesimo suono di sirene ed ecco che, finalmente, si parte con il concerto! L’esordio è assolutamente frastornante, con l’accoppiata “Over the Wall” e “Rise Up”, canzoni di grande impatto che danno un immediato scossone al pubblico, che pare subito rianimato e pronto all’azione. Si prosegue con uno dei preferiti di sempre, la anthemica “More Than Meets the Eye”, che i fan accolgono con un coro all’unisono cantato a squarciagola davvero da tutti i presenti. Nel corso dell’esibizione saranno omaggiate un po’ tutte le tappe salienti della discografia, anche se, almeno numericamente, il protagonista assoluto sembra essere “The New Order”, dal quali saranno proposte ben sei canzoni. Inutile tessere le lodi dei musicisti sul palco, ma ci proviamo lo stesso: Steve Di Giorgio non necessita certo di presentazioni ed è uno spettacolo nello spettacolo assistere alle sue funamboliche passeggiate sulle corde del basso, che suona con una naturalezza quasi disarmante. Senza nulla togliere al bravo Greg Christian, il ritorno in formazione di Steve ha sicuramente prodotto un effetto positivissimo. Alex Skolnick si conferma il prodigio della sei corde che ben ci ricordavamo; ma non è solo una questione di abilità e tecnica: i punti di forza di questo musicista sono il gusto per la melodia, la fantasia e l’inventiva, la capacità di azzeccare sempre la sequenza di note giusta al momento giusto. Certamente con i Testament Alex non suona jazz, ma sono sicuro che quel bagaglio di esperienze sia imprescindibile per definire il sound unico e distintivo che è in grado di tirar fuori dalla sua ESP. Hoglan è la macchina da ritmo che ben conosciamo, magari non è il massimo dell’empatia verso il suo pubblico, ma quando siede dietro le pelli è una certezza: e infatti anche stasera ci delizia con il suo drumming preciso e potente, davvero non sbaglia un colpo. Il gigante Chuck Billy (sia pure oggi ridimensionato dalla statura colossale di Di Giorgio) è a parere di chi scrive una delle voci più espressive nel panorama thrash internazionale, in grado come è di tirare fuori timbriche aggressive ai limiti del growl (cosa perfettamente documentata da dischi come “Demonic” e l’inarrivabile “The Gathering”) e di passare con naturalezza ad un canto heavy più tradizionale che ben si sposa allo stile della band, sempre attenta al tasso melodico. Non voglio dimenticare anche il “piccolo” Eric Petersen, che magari non svetta sul palco al pari dei suoi compagni, ma fa un lavoro preziosissimo alla ritmica ed è fondamentale per la band in fase di composizione. Il concerto è un inesauribile carrellata di classici, che vengono sciorinati con classe e disinvoltura, sembra quasi impossibile che dalle loro penne siano uscite così tanti piccoli capolavori. E via dunque a scatenarsi con “Souls of Black”, “Into the Pit”, “”Practice What You Preach” (solo per citarne alcune. Giusto il tempo di ricevere una bella mazzatella sul finale (la potentissima “D.N.R.”, con sonorità ai confini col death), la bella accoppiata in chiusura “3 Days in Darkness” e “Disciples of the Watch”, e giungiamo purtroppo al termine di questo magnifico spettacolo, che sarà certamente ricordato a lungo da chi ha avuto la fortuna di prendervi parte. Non ci resta che augurarci che serate così magiche possano essere replicate anche in futuro, per tenere così viva la fiamma di questo genere musicale che ci appassiona tanto.

Setlist:”Over The Wall” – “Rise Up” – “More Than Meets The Eye” – “Native Blood” – “The Preacher” – “First Strike Is Deadly” – “Souls Of Black” – “Eerie Inhabitants” – “The New Order” – “Trial By Fire” – “Into The Pit” – “Practice What You Preach” – “D.N.R. (Do Not Resuscitate)” – “3 Days In Darkness” – “Disciples Of The Watch”

TESTAMENT lineup:
Chuck Billy – Vocals
Eric Peterson – Guitars
Alex Skolnick – Guitars
Steve Di Giorgio – Bass
Gene Hoglan – Drums

report: Marco Morrone