METALITALIA.COM FESTIVAL 2019 – report del Day 1

METALITALIA.COM FESTIVAL 2019 – DAY 1:
ARCH ENEMY + FLESHGOD APOCALYPSE + THE CROWN + DARKANE + GRAVEWORM
+ STORMLORD + THE MODERN AGE SLAVERY + GENUS ORDINIS DEI
live @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda (Mi)
– sabato 1 giugno 2019 –

 

 

 

LIVE REPORT •

Il caldo è finalmente giunto alle porte e con esso un’altra edizione del Metalitalia.com Festival, uno degli eventi estivi più attesi di quest’anno. Come è di consuetudine, ogni anno il bill offre nomi di un certo calibro, qui riuniti grazie alla joint force organizzativa composta da Cerberus Booking, Eagle Booking e Vertigo (rigorosamente in ordine alfabetico). Un allestimento in grande stile quello al Live Club di Trezzo sull’Adda che, come da tradizione, ospita la manifestazione: banchi merch, area ristoro e, per la gioia dei presenti, la possibilità di incontrare i propri beniamini con dei Meet&Greet accuratamente programmati. Andiamo insieme a scoprire come si è svolta la prima giornata.

Genus Ordinis Dei
Il Live Club apre le porte ed è pronto ad accogliere la grande famiglia Metal accorsa qui oggi. Non c’è tempo nemmeno per un saluto agli amici ritrovati che subito i cremonesi G.O.D. danno inizio alle danze. Su di una intro di basi pomposamente sinfoniche dal tono maestoso ed epico, uno per uno i componenti della band salgono sul palcoscenico con tanti di cappucci che gli coprono parzialmente il viso. “You Die in Roma” mette subito in chiaro le cose. I riff di chitarra di Tommy Mastermind sono sì di chiara ispirazione Death, ma c’è molto di più sotto sotto. Per ultimo, ma non meno importante entra in scena Nick Key, con la sua imponente statura che gli conferisce un aria minacciosa. Scuote tutti noi con i suoi poderosi growl alternati sul ritornello da dei cori di battaglia alla Manowar. Ed è proprio di quest’ultimo gruppo che i G.O.D. si affidano, infarcendo il metallo della Morte con dosi massicce di Epic Metal. Elemento che risalta gli assoli di guitar in quasi tutti i brani, soprattutto in “Cold Water” e nella gothicheggiante “The Flemish Obituary” con tanto di corale e organo da chiesa. C’è anche un piccolo spazio per una cover, che guarda caso è proprio una dei Manowar, la celebre “Hail and Kill”. E’ un impresa alquanto ardua fare la band d’apertura ad uno dei concerti più conosciuti e che io abbia assistito in questi anni. I Genus Ordinis Dei ci sono riusciti ad affrontare e a vincere questa sfida, dimostrando anche un notevole miglioramento stilistico nelle chitarre e maggior propensione all’uso della melodia quasi predominante nel brano “Cold Water”. Un’esibizione ben riuscita e ricca di soddisfazioni sia per i musicisti che per gli spettatori.

Setlist: 

  1. You Die in Roma
  2. Embrace the Earth
  3. Halls of Human Delights
  4. Cold Water
  5. The Flemish Obituary
  6. Hail and Kill (Manowar Cover)
  7. Red Snake
  8. Roots and Idols of Cement 

GENUS ORDINIS DEI lineup:

  • Nick Key – Guitar, Vocals
  • Tommy Mastermind – Guitar
  • Steven F.Olda – Bass
  • Richard Meiz – Drums 

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The Modern Age Slavery
E senza alcun indugio, i G.O.D. lasciano il palcoscenico per la seconda band, i Modern Age Slavery. Avevo già sentito parlare di questa band molto prima di questo festival, ma non ebbi mai il tempo di approfondirli con degli ascolti. Mi è bastato un’ora del loro show per capire sin da subito che hanno tutte le carte in regola per essere definiti senza problema dagli ascoltatori di Metal cazzuto come una “band con le contropalle”. All’attivo da ben dodici anni, questi ragazzi dell’Emilia Romagna tirano fuori dal cilindro una dose brutale e ad alta tensione di un Deathcore brutale che prende spunto dai Cannibal Corpse e dai tecnicismi degli Origin, con una spruzzatina ben dosata di Scream. Fra i suoi componenti ne spicca uno in particolarer che è Mirco Bennati, in arte “Mib”, bassista che peraltro suona anche nella band Hardcore/Thrash Injury. Qui purtroppo tende a rimanere parecchio in disparte, dovuto soprattutto all’eccessivo uso di blast beat ad opera di Federico Leone, arrivando addirittura anche a coprire le chitarre. Lo scream isterico di Giovanni Berserk è onnipresente in tutte le canzoni della scaletta, eccetto in alcuni rari momenti che sputa fuori dalla bocca dei growl abissali. I loro mid-tempi sono un concentrato di distruzione e cardiopalma, che lasciano però intravedere dei “rallentamenti” in “Damned to Blindness”. Anche loro hanno una carta speciale da giocare. Fra i loro cavalli di battaglia spunta fuori anche la cover “Disciple” degli Slayer. Ritornano al loro apice infernale con “Vile Mother Earth” che scuote ancor più il considerevole numero di spettatori. Le chitarre vengono successivamente appesantite creando un moto efficiente e apprezzabile per gli uditi che adorano questo genere di ritmiche estreme.

Setlist: 

  1. The reprisal within
  2. Miles Apart
  3. Damned to Blindness
  4. The silent Death of Cain
  5. Disciple (Slayer Cover)
  6. Vile Mother Earth
  7. The Theory of Shadows
  8. Obbedience
  9. Icon of a Dead World 

THE MODERN AGE SLAVERY lineup:

  • Giovanni Berserk – Vocals
  • Luca Cocconi – Guitar
  • Ludovico Cioffi – Guitar
  • Mirco Bennati – Bass
  • Federico Leone – Drums

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Stormlord
Più si va avanti e più il bill inizia a farsi appetibile! A continuare le danze ci pensano i capitolini Stormlord. La band è nata agli inizi del ’90. Col tempo si è sempre più guadagnata l’etichetta di “Epic Extreme Metal”, un assurdo e originale concentrato di Symphonic Black/Death dalle tinte melodiche con tematiche propense a narrare la mitologia greco-romana. Una cosa che mai abbia conosciuto fino ad ora. Dopo un silenzio durato per ben sei anni, tornano a parlare di sé con l’ottimo e squisito “Far”, uscito da poco sotto la Scarlet Records. Ed è proprio con una canzone di Far che aprono il loro show, il singolo “Leviathan”. L’intro magistrale di orchestra accoglie sul palco tutti i musicisti, che vengono acclamati con fragorosi applausi dai loro fan. Appena David Folchitto (che in questa serata ha suonato sia con loro che come turnista nei Fleshgod Apocalypse) prende posto dietro alle pelli, il muro sonoro che crea esplode con tutta la sua potenza. Cristiano Borchi è “l’Omero estremo” ispirato dalla divin musa che alterna scream acidissimi a gutturali growl. Le chitarre melodiche di Andrea Angelini e Gianpaolo Caprino intervengono a dovere nel momento opportuno sfoggiando riff e assoli Heavy. Pochi sono i pezzi che hanno estrapolato dall’ultimo album per presentarli in questa serata. Tra i tanti spiccano “Mediterranea” con i suoi riff epici a zanzara, l’arabeggiante “Legacy of the Snake”, l’orchestral Death “Crimson”, l’omonima “Far” e “Mare Nostrum”, che narra delle gesta dell’impero romano nel tentativo di conquistare Cartagine. I tappeti di tastiera e keytar create da Riccardo Studer fanno da sfondo ad uno scenario epico ed incline a far viaggiare la mente e il cuore lontano lontano, dove la realtà e il mito erano una cosa sola.

Setlist: 

  1. Leviathan
  2. Dance of Hecate
  3. Legacy of the Snake
  4. Far
  5. Motherland
  6. Mediterranea
  7. And the Wind Shall Scream my Name
  8. Crimson
  9. Mare Nostrum
  10. Invictus 

STORMLORD lineup:

  • Cristiano Borchi – Screams and Growls
  • Gianpaolo Caprino – Guitar/Clean Vocals
  • Andrea Angelini – Guitar
  • Francesco Bucci – Bass
  • Riccardo Studer – Keyboards/Keytar
  • David Folchitto – Drums 

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Graveworm
E dal Black epico si passa al Black gotico con Graveworm da Bolzano! Questa band del Trentino Alto Adige ha molto da raccontare. La loro carriera ebbe inizio nel 1992. Ispirati dai Cradle of Filth produssero album fortemente incentrati su di un symphonic Black dalle atmosfere gothicheggianti, ma col tempo hanno totalmente mutato pelle. La loro evoluzione stilistica gli ha permesso di deviare dai canoni dei primi lavori e di essere sempre più guitar-oriented. Ora è una band totalmente nuova, pronta a dare ancora il meglio di sé. Il massiccio frontman dai fluenti capelli Stefan Fiori è l’anima della band. Con il passare degli anni ha sempre più acquisito maggior sicurezza in sé che gli ha permesso di entrare sempre più in confidenza con il suo pubblico. Pochi qui in Italia li conoscono. Per alcuni è stata come una manna dal cielo la loro esibizione. Per altri nulla di nuovo. Il loro ultimo lavoro “Ascending Hate” risalente al 2015 presenta tutto ciò che è attualmente la band. Un mix efficace e ben dosato di Black melodico e atmosferico, che rivela alla fine anche delle piccole sorprese inaspettate… La prima song della scaletta “Legions Unleashed” è un Melodic Black che scivola fin da subito su lidi Doom…e già qui in partenza si capisce che non sono come tutti gli altri! Anche “Abhorrence” procede sugli stessi binari, ma questa volta compaiono le “tanto amate e tanto odiate” basi sinfoniche alla Cradle of Filth.
In “The World will die in Flame” invece, è la chitarra di Eric Righi a dettare le regole. E’ una canzone dal tono leggero e delicato rispetto alla precedente, ma scivola subito vorticosamente in un delirante Black sfondaorecchie. “Blood Torture Death” è un classico brano dalle tinte del Death più sfacciato e caciarone. Ma tra le non plus ultra della loro esibizione indimenticabile è stata quella di “Fear of the Dark” degli Iron Maiden, dove qui la folla si è scatenata, sprigionando tutti i loro sfoghi e la loro grinta in un pogo di gruppo. Heavy Metal che assume dei connotati da sfuriata Black. Ben fatto! I vermi del cimitero sono tornati!

Setlist: 

  1. Legions Unleashed
  2. Abhorrence
  3. The World will die in Flame
  4. Blood Torture Death
  5. Downfall of Heaven
  6. I, the Machine
  7. To the Empire of Madness
  8. Hateful Design
  9. Fear of the Dark (Iron Maiden cover)

GRAVEWORM lineup:

  • Stefan Fiori – Screams/Growls
  • Eric Righi – Guitar
  • Florian Reiner – Bass
  • Martin Innerbichler – Drums

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Darkane
E finalmente arriviamo al Gothenburg Sound gialloblu. I Darkane sono uno dei pilastri del Melodic Death svedese, pari a nomi quali Dark Tranquillity e In Flames, grazie all’uscita di un meraviglioso album di Death Metal storico che è “Rusted Angels” La band ha sempre mantenuto una certa stabilità all’interno dei loro componenti, eccezion fatta per il vocalist che, nel corso di vent’anni il loro microfono ha avuto ben quattro frontman diversi. Ora, però, si sono ricongiunti con il cantante storico della band, Lawrence Mackrory. E come la fenice, Lawrence rinasce più vivo che mai dalle sue ceneri, pronto a riproporre per intero tutto “Rusted Angels”!
Un terremoto sonoro avvolge la sala…le chitarre Heavy fanno la loro comparsa sulle scence, sfoggiando notevoli e invidiabili tecnicismi, ma l’armonia scompare quasi del tutto, lasciando spazio ad una sfuriata di Metallo della Morte. Le ritmiche martellanti di Peter Wildoer si scagliano contro di noi come dei fulmini a ciel sereno. Un più che ispirato Mackrory avvolge il tutto con i suoi scream alternati alla voce pulita, uno dei pilastri fondamentali su cui si reggono le fondamenta sonore dei Darkane. Le chitarre di Christofer Malmstrom e Klas Ideberg offrono a tutti noi un assaggio di quello di cui sono capaci gli svedesi sul lato strumentistico. Ciò che manca nella Norvegia, la Svezia lo compensa generosamente prendendo spunto dal Death Metal californiano e creando qualcosa di unico nel suo genere. “Rape of Mankind” è il perfetto esempio. Un intro di violino accompagna la song…che sfocia velocemente in una martellante doppia cassa di Wildoer. Fra gli episodi ben riusciti dei Darkane è l’esibizione un po’ sottotono di “Chaos Vs Order” e “Innocence Gone”, che per quanto vengano risaltati dalla voce di Mackrory passano in secondo piano rispetto all’intero “Rusted Angels”. Nonostante passino gli anni, i Darkane stupiscono ancora, grazie anche alla loro fiorente carriera, piena sì di alti e bassi, ma ciò non li ha scalfiti minimamente.

Setlist: 

  1. Convicted
  2. Bound
  3. Rape of Mankind
  4. Rusted Angels
  5. A Wisdoms Breed
  6. Chase for Existence
  7. The Arcane Darkness
  8. July 1999
  9. Frenetic Visions
  10. Chaos vs Order
  11. Innocence Gone 

DARKANE lineup:

  • Lawrence Mackrory – Clean Vocals/Scream
  • Christofer Malmstrom – Guitar
  • Klas Ideberg – Guitar
  • Jorgen Lofberg – Bass
  • Peter Wildoer – Drums 

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The Crown
Ed è sempre con il Death made in Sweden che il Metallitalia prosegue…I The Crown sono una delle creature più infernali che la Scandinavia possa concepire. Anche loro vennero alla luce vent’anni fa, proprio come i Darkane, ma a differenza di quest’ultimi il loro Death è intriso fino al midollo di una velenosa avversione alla religione cristiana, indentificabile solo attraverso la lettura e l’interpretazione dei testi delle loro canzoni. Il frontman dei Crown, Johan Lindstrand, prende molto da Nergal dei Behemoth. Infatti, il suo growl non si può proprio definire tale… Le sue urla richiamano gli oscuri abissi infernali. Tal potenza infernale la si nota anche nelle capacità stilistica degli altri membri, in particolar modo Henrik Axelsson, con il suo drumming pieni di assurdi tecnicismi. “Destroyed by Madness” è una bomba al tritolo in piena regola! Si percepisce un’evidente richiamo al Death vecchia scuola dei Possessed. La doopia cassa di Axelsson però ha rischiato di coprire troppo le chitarre, che a loro volta rispondono al richiamo abissale delle pelli con dei riff Death di pregevole fattura. “Deathexplosion”assume toni decisamente più tecnici. Lindstrand, con tutto il fiato in corpo che ha, sfodera dei growl agghiaccianti che si sentono persino con i tappi nelle orecchie! Ma è dalla quarta in poi che gli spettatori si scatenano in un pogo disumano. Lindstrand si concede persino di fare quattro chiacchiere con il pubblico, che a loro volta rispondono selvaggiamente alle sue domande provocatorie che pone prima di dare l’ultimo saluto a tutti noi con il terzetto di song “Total Satan”, “1999 Revolution 666”, e “Zombiefied”. Un esibizione che mi ha lasciato di stucco, ma che non ho gradito anche per la sua ripetitività nei pezzi, cosa che notavo un bel paio di volte. Tra loro e Darkane ho preferito i Darkane.

Setlist: 

  1. Destroyed by Madness
  2. Deathexplosion
  3. Iron Crown
  4. Blitzkrieg Witchcraft
  5. Cobra Speed Venom
  6. Back from the Grave
  7. Face of Destruction
  8. Crowned in Terror
  9. Under the Whip
  10. Total Satan
  11. 1999 Revolution 666
  12. Zombiefied 

THE CROWN lineup: 

  • Johan Lindstrand – Vocals
  • Marko Tervonen – Guitar
  • Robin Sorqvist – Lead Guitar
  • Magnus Olsfelt – Bass
  • Henrik Axelsson – Drums

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Fleshgod Apocalypse
Finalmente è giunta l’ora delle band più attese: Fleshgod Apocalypse e Arch Enemy!
I Fleshgod, alfieri del Metal italiano, hanno riscosso parecchio consenso in tutto il mondo, arrivando alle orecchie anche della Nuclear Blast, che non ha esitato a metterli subito sotto contratto. Rispetto ai gialloblu Darkane e The Crown, i FA si possono quasi definire una band neonata, ma non è così. Come dice un vecchio detto: l’allievo supera il maestro. Con solo dodici anni di carriera alle spalle, questi “orchestral undead” hanno sempre fatto del Death un mantra personale, dandogli forma e sostanza a loro piacimento. Attualmente c’è stato un cambio di line-up che ha scosso buona parte dei fan: il frontman Tommaso Riccardi, assieme al chitarrista Cristiano Trionfera ha lasciato la band. E qui già si temeva che fosse la fine dei Fleshgod. Ciò non ha scoraggiato i restanti rimanenti, che rimpiazzano i posti vacanti facendo tornare al microfono Francesco Paoli (non cantava più dai tempi di Oracles e Mafia) e aggiungengo in sede live Fabio Bartoletti alla chitarra, Veronica Bordacchini alla voce da soprano e David Folchitto alla batteria. Con questa nuova formazione, i FA propongono live una buona parte di brani di quello che è l’album dell’anno: Veleno. Il palcoscenico è allestito a tema, con tanto di tappeto, pianoforte e aste dei microfoni dal chiaro richiamo barocco. Il pubblico inizia a farsi sempre più numeroso…le luci si spengono…E sul palco l’apocalisse della carne di Dio prende posto, pronta a riversare tutta la sua rabbia e distruzione. Si incomincia con il singolo “The Violation”, un connubio devastante di Technical Death sinfonico. Folchitto mostra subito le sue doti alla batteria, cosa che non aveva propriamente fatto appieno con i Stormlord. Toccante è l’intervento in clean di Paolo Rossi sul ritornello, che fa da contrapposto ai growl cavernosi di Paoli. Per quanto riguarda Veleno, in primis propongono l’ultimo singolo rilasciato, la devastante “Worship and Forget” dove le chitarre prendono il sopravvento sul pianoforte e sulle orchestrazioni di Francesco Ferrini. Fanno anche un salto nel passato con “Cold as Perfection” dove le orchestrazioni pompose passano in primo piano, ma è con l’odierno singolo “Sugar” che si ritorna ai feroci lidi del Technical Death che viene sempre controbilanciato dalle orchestrazioni e dal pianoforte. Altro fiore all’occhiello della scaletta è “Fury” che sul ritornello mi ricorda molto la danza dei cavalieri di Prokofiev. La Bordacchini inizia a farsi sempre più presente negli interventi con “Epilogue” dove duetta con Paoli, si ritorna poi su lidi sinfonici con la barocca “The Fool”. Sul finire della scaletta, i Fleshgod ringraziano il pubblico, gli organizzatori della serata, ma soprattutto le band che hanno suonato prima di loro e quella che suonerà dopo di loro. Dopodichè procedono con quella che è la bonus track di Veleno, la cover rammsteiniana “Reise, Reise”, “Requiem in Si Minore” che risale ai tempi ormai andati di “Oracles” ed infine la bellissima e straziante “The Forsaking”, dove un bellissimo giro di piano conclude l’esibizione dell’apocalisse della carne di Dio!

Setlist: 

  1. The Violation
  2. Healing Through War
  3. Worship and Forget
  4. Cold as Perfection
  5. Sugar
  6. Minotaur (The Wrath of Poseidon)
  7. Fury
  8. Prologue/Epilogue
  9. The Fool
  10. The Egoism
  11. Syphilis
  12. Reise, Reise (Rammstein cover)
  13. Requiem in Si Minore
  14. The Forsaking

FLESHGOD APOCALYPSE lineup:

  • Francesco Paoli – Growls/Guitars
  • Paolo Rossi – Vocals/Bass
  • Francesco Ferrini – Piano
  • Veronica Bordacchini – Soprano
  • Fabio Bartoletti – Guitar
  • David Folchitto – Drums

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Arch Enemy
Ne è passata di acqua sotto i ponti dall’era di Johan Liiva e Angela Gossow. Ora, gli svedesi Arch Enemy sono una creatura diversa dalle precedenti. Il loro ultimo album Will to Power risalente al 2017 si discosta da quel Death che li aveva contraddistinti agli inizi della loro carriera. Con l’entrata in formazione della canadese Alissa White-Gluz le cose sono molto cambiate. Con il bagaglio di esperienza fatta con gli Agonist, Alissa dà tutto sé stessa per la band di Michael Amott, sia con l’anima che col corpo. Anche con l’ultimo acquisto fatto di Jeff Loomis (ex Nevermore) il successo è assicurato. Il risultato è una ben riuscita presenza scenica live che un ottima prestazione vocale e strumentale anche in sede studio. Con un tour prolifico che ha portato anche la realizzazione dell’album live “As the Stages Burn”, gli Arch Enemy sfoderano freccie dal loro arco ancora una volta con un esibizione che rimarrà nel ricordo di tutti noi italiani. Partono subito con l’omonima traccia dell’album. Alissa è in gran forma, lo devo ammettere. I suoi growl simil-scream sono ben percepibili. Il tutto non risulta affatto fastidioso. Chitarre, basso e batteria sono una cosa sola. Tra le gemme che hanno suonato non possono di certo mancare l’efferata “War Eternal”, “My Apocalypse”, “You will know my name” e “The Eagle flies Alone”. Amott è il punto di forza della band e assieme a Loomis formana un’accoppiata vincente, che duettano con le loro chitarre durante gli assoli Heavy. Un salto nel passato dell’era Gossow anche con “We will Rise”. Il pubblico è in delirio. Ne vogliono ancora. Uscendo dalle scene, sembra che gli Arch Enemy abbiano apparentemente finito la loro esibizione, ma non è così. Hanno ancora tanto da dare. E lo dimostrano con la bellissima “Avalanche”, un bellissimo assolo di Amott e Loomis, e con i riff ultra-veloci di “Nemesis”. Il drumming di Erlandsson è alla fulmicotone: la doppia cassa a mitraglia è quasi sempre presente per tutta la durata del concerto, ma non si smentisce anche Sharlee d’Angelo che accompagna il tutto con un basso deciso e corposo. Uno show indimenticabile che ha chiuso il primo giorno del Metallitalia Festival dedicato al metallo più duro che ci sia!

Setlist: 

  1. The World is Yours
  2. Ravenous
  3. Stolen Life
  4. War Eternal
  5. My Apocalypse
  6. The Race
  7. You will know my Name
  8. Under Black Flag
  9. Dead Eyes see no Future
  10. The Eagle flies Alone
  11. First Day in Hell
  12. As the Pages Burn
  13. No gods, no Masters
  14. Dead bury their dead
  15. We will Rise
  16. Avalanche
  17. Guitar Solo/Snow Bound
  18. Nemesis 

ARCH ENEMY lineup:

  • Alissa White-Gluz – Vocals
  • Michael Amott – Guitar
  • Jeff Loomis – Guitar
  • Sharlee D’Angelo – Bass
  • Daniel Erlandsson – Drums