Meshuggah – una macchina perfetta

MESHUGGAH + HIGH ON FIRE
live @ Alcatraz, Milano
– sabato 3 dicembre 2016 –

 

LIVE REPORT •

Vertigo e Shining Production portano nuovamente la rinomata band svedese dei Meshuggah sul suolo italico. L’Alcatraz di Milano ci accoglie per la seconda serata dei due appuntamenti previsti nel nostro Paese e ci salta subito all’occhio la strana disposizione: un tendone divide il locale in due e sul palco piccolo troviamo allestiti i vari background dei Meshuggah e davanti ad essi un notevole muro di amplificatori.

High on fire
Si spengono le luci e dopo un piccolo intro gli High on fire salgono sul palco. Compare Matt Pike che imbraccia la sua Gibson a torso nudo sopra la sua notevole pancia rotonda. Senza troppi fronzoli inizia il primo brano.
I suoni sin da subito non lasciano molto spazio alla comprensione, anche se il trio sul palco si muove bene e sembra anche suonare bene, evidenziando l’affiatamento che c’è tra i membri.
Sempre più gente compare e in effetti sembrano essere parecchi i fan del power trio, che acclamano Pike a gran voce tra un brano e l’altro. Il loro stoner veloce e massiccio, con inserti melodici e assoli cattura l’attenzione; purtroppo nel live mix chitarra e basso sono un’unica cosa incomprensibile; escono con un po’ più di chiarezza la batteria e la voce di Pike, ma il risultato non cambia.
Il frontman introduce i vari brani e si sofferma spesso a dire qualche parola in un inglese sbiascicato.
La setlist è abbastanza lunga, ma le canzoni scorrono abbastanza velocemente; alla fine la band saluta e ringrazia, lasciando il posto agli stagehands per il cambio palco.
Peccato per questa proposta interessante e poco convenzionale totalmente demolita da una situazione sonora pessima.

Setlist:

  1. The Black Plot
  2. Carcosa
  3. Rumors Of War
  4. Serums Of Liao
  5. Slave The Hive
  6. The Falconist
  7. Turk
  8. Fertile Green
  9. Blood From Zion
  10. Snakes For The Divine

HIGH ON FIRE lineup:

  • Matt Pike – Guitar, Vocals
  • Jeff Matz – Bass
  • Des Kensel – Drums
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foto:  Federica Borroni

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Meshuggah
Dopo un veloce cambio palco e un line-check meticoloso, è il turno del five-piece svedese. A luci completamente spente parte un intro oscuro e sinistro che li accompagna in scena.
Dopo la comparsa sul palco, parte subito il primo brano fortunatamente accompagnato da dei suoni decisamente migliori. È possibile distinguere tutto chiaramente anche se le chitarre inizialmente sembrano un po’ soffocate.
Sin dall’inizio l’esecuzione live è più che perfetta; i membri non interagiscono tra loro e ognuno si muove poco nel suo spazio, completamente alienato.
Il light show e la disposizione delle luci li tiene molto spesso in ombra, come a voler far ricadere l’attenzione sulla musica anziché sui personaggi; infatti i cambi luci e le strobo messe sul palco sono perfettamente sincronizzate con la musica, seguendo il suo andamento irregolare ed altalenante.
I Meshuggah avanzano come una cosa sola e in quei momenti dove le chitarre si scambiano parti alternate o dove suonano insieme da sole è possibile capire quanto la perfezione esecutiva sia al centro della loro proposta.
La partenza di “Stengah” dà il colpo che mancava per far esplodere il pubblico e a questo punto la macchina è definitivamente in movimento.
Anche la cura dei suoni è notevole, perché anche nei momenti più puliti o in quelli caotici tutto resta coeso, ma ben distinto. Il drumming di Tomas Haake è impressionante, per perfezione e complessità.
Jens Kidman ringrazia il pubblico, la band di apertura, lo staff e annuncia Bleed, che parte istantaneamente con una scena luci d’impatto completamente virata sul rosso.
Dopo una piccola pausa durante la quale vengono richiamati a gran voce, tornano sul palco per un’ultima aggiunta. Come brano di chiusura resta “Future Breed Machine”, ultima perla da donare ai fan della band dall’inizio della loro carriera.
Il concerto si chiude, la sensazione è che sia durato molto poco e i fan più grandi sicuramente si aspettavano un paio di brani in più. Dopo gli ultimi ringraziamenti e saluti, i Meshuggah scompaiono lato palco; l’astronave deve lasciare la Terra.

La scelta di mettere due band così particolari e così differenti a livello sonoro sul palco piccolo, in un Alcatraz dimezzato, con una conseguente disposizione perpendicolare rispetto alla normale pianta del locale non ha giovato alla fruizione del concerto, per il quale l’affluenza è stata notevole.
Comunque resta l’impressione che il combo svedese sia composto da robot alieni, che sia per proposta che per esecuzione stanno portando in giro uno degli show più heavy di tutti i tempi, e la sua visione merita decisamente per originalità e unicità.

Setlist:

  1. Clockworks
  2. Born In Dissonance
  3. Sane
  4. Perpetual Black Second
  5. Stengah
  6. The Hurt That Finds You First
  7. Lethargica
  8. Do Not Look Down
  9. Nostrum
  10. Violent Sleep Of Reason
  11. Dancers To A Discordant System
  12. Bleed
  13. Demiurge
  14. Future Breed Machine

MESHUGGAH lineup:

  • Jens Kidman – Vocals
  • Fredrik Thordendal – Guitar
  • Mårten Hagström – Guitar
  • Dick Lövgren – Bass
  • Tomas Haake – Drums
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foto:  Federica Borroni