LEYENDAS DEL ROCK 2018 – Live Report Day Four

LEYENDAS DEL ROCK XIII EDITION – Day 4
live @ Polideportivo Municipal, Villena-Alicante (SPAGNA)
sabato 11 agosto 2018 – 

 

LIVE REPORT •

Ancora prima di rendercene realmente conto, giungiamo all’ultima giornata del Leyendas Del Rock. Questi quattro giorni sono, effettivamente, volati in fretta e, sebbene con un po’ di tristezza nel cuore, ci apprestiamo ad assistere ad un altro bill interessante.

Questo il programma che ci attende:

  • VAN CANTO
  • ROSS THE BOSS
  • THUNDER
  • WARLOCK
  • PRIMORDIAL
  • W.A.S.P.
  • AMORPHIS

Van Canto

Alle 17.45 precise salgono sul palco i tedeschi Van Canto, la cui peculiarità ben nota a tutti è quella di cantare metal a cappella. Si parte subito con “If I Die in Battle” ed immediatamente il pubblico esplode in ovazioni ed applausi. Con la arcinota cover “Wishmaster” dei Nightwish il pubblico si scatena ulteriormente: per tutta la durata della loro esibizione, i Van Canto danno il meglio di sé, offrendo anche una vasta gamma del loro repertorio come la hit “Badaboom”, accompagnando il live show con altre cover più famose come, ad esempio, “Kings of Metal” dei Manowar. L’intero concerto si svolge in maniera eccellente e in men che non si dica volgiamo ormai al termine: dopo la tradizionale finta uscita di scena, i Van Canto tornano sul palco per l’encore e propongono “The Mission”, la prima storica canzone del combo tedesco, seguita da “Master of Puppets” dei Metallica, riservata per il gran finale. Foto, applausi e cori di rito concludono questa gran esibizione, dando prova che l’hero metal a cappella è da sempre una carta vincente!.

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foto: Stefano Forensi
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Ross The Boss

Terminato il meet and greet programmato nel primo pomeriggio, salgono on stage i Ross The Boss, band di Ross Friedman, conosciuto ai più per essere stato uno dei fondatori dei Manowar. L’energia e la qualità dello show sono evidenti fin dalle prime note di “Blood Of The Kings”, inno che Ross e la sua band ha scelto per dare il via a questa nuova prova dal vivo nel modo migliore, riuscendoci in pieno, visto come il pubblico accoglie calorosamente i quattro musicisti sul palco, che subito e senza pause, ci propongono le antiche e cariche “The Oath” e “Sign Of The Hammer”. Il nuovo batterista Steve Bolognese è quadrato e potente, così come Mike LePond appare preciso e pienamente a suo agio nel riproporre le parti di basso che furono, ai tempi, di Joey DeMaio e Marc Lopes canta splendidamente: se il suo timbro è più sporco rispetto a quello di Eric Adams, Lopes mostra un’eccezionale versatilità nei toni, oltre che un’intensità on stage davvero degna di nota. “Blood Of My Enemies”, inno tra gli inni, diventa la celebrazione assoluta di questa incarnazione della band, con Ross The Boss impegnato a ricreare i riff e le melodie che gli hanno permesso di lasciare un segno nella storia dell’heavy metal. Con “Kill With Power” i toni sono duri e cupi, “Fighting The World” vede il pubblico ancora più scatenato, mentre “Battle Hymn” ci presenta un Lopes in una versione più da entertainer: il cantante, infatti, scende dal palco per fotografare e filmare le reazioni del pubblico, sempre più entusiasta e caloroso. Chiude questo set la possente “Hail And Kill”, probabilmente il brano ideale per chiudere uno show davvero intenso e coinvolgente, dedicato alla storia di una delle più importanti metal band di tutti i tempi, e ovviamente del loro chitarrista. Da notare anche la grande disponibilità della band, prima e dopo lo show, a fermarsi con i fan per scattare foto e firmare autografi. Veramente encomiabile!

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foto: Stefano Forensi

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Thunder

Eccoci ai Thunder, gruppo hard & heavy britannico formatosi a Londra nel 1989. Accolti da un boato del pubblico, i nostri iniziano con le splendide “Wonder Days”, “The Enemy Inside” e “Low Life in High Places”, brani che vedono un pubblico cantare, esultare e scatenarsi ancora di più. C’è proprio una grande festa del Rock in quel del Leyendas e sia la band, che il pubblico sono divertiti e partecipi: Danny Bowes ha una voce pazzesca, in grado di cambiare tonalità con acuti al punto giusto; efficace e coinvolgente anche la voce del chitarrista Luke Morley, mentre Ben Matthews, prima con la chitarra e poi con le tastiere, contribuisce a creare una splendida atmosfera con il bassista Chris Childs e il batterista Gary “Harry” James. Ritmica veramente precisa, impressionante, è veramente emozionante vedere anche tante famiglie pronte a rockeggiare con questa band, perchè la buona musica, si sa, si tramanda di generazione in generazione. La setlist prosegue spedita senza intoppi e raggiunge il proprio apice nella parte finale con “Love Walked In”, “I Love You More Than Rock ‘n’ Roll” e l’encore “Dirty Love”, in cui Bowes sfoggia un timbro vocale eccezionale. Con questi brani si conclude uno show eseguito magistralmente, supportato da un live set magnifico e coinvolgente. Foto di rito con il pubblico anche con loro, seguita da tanti applausi e cori, segno che questa band non ha assolutamente deluso le aspettative. E la festa continua.

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foto: Stefano Forensi

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Warlock

Nel 1982 a Düsseldorf nella Renania settentrionale, presero vita i Warlock, la creatura musicale di Doro Pesch, cantante diventata in seguita una leggenda dell’heavy metal. Mi ricordano i gloriosi anni ottanta, per molti un periodo irripetibile, che ha visto l’esplosione dell’heavy metal e tante altre correnti musicali legate ad esso. In un mondo, quello metal, prettamente maschile, la figura di Doro riesce a non farsi schiacciare e conquista poco a poco credibilità e pubblico, trasformandosi da donna minuta in creatura invincibile e affascinante quando sale sul palco: infatti il pubblico è già conquistato dall’entrata in scena dei Warlock, headliner del quarto giorno del Leyendas del Rock, che carichi scaldano subito il pubblico con le hit “I Rule the Ruins” e “Kiss of Death”. La setlist offerta in questa segue prosegue spericolante e viene eseguita perfettamente con le poderose “Burning the Witches” e “All For Metal”, brano tratto dal nuovo LP della vocalist bionda, “Forever Warriors, Forever United”. Uno spazio viene anche riservato, ovviamente, alla storica e gloriosa “All We Are”, che risulta sempre fantastica da cantare tutti assieme, come solo il vero popolo metal sa fare. L’encore composto da “Metal Tango” e la cover “Breaking the Law” dei Judas Priest fa scatenare ulteriormente una venue stracolma e festante. Applausi e foto di rito per uno show energico e alla Warlock. La bionda cantante di Düsseldorf ha ormai fatto proprio un ruolo iconografico inarrivabile per qualsiasi altro artista all’interno della scena metal, che continua a brillare di luce propria sfidando il tempo e le mode. In Doro entusiasmo e timidezza si fondono per dare vita a un approccio spontaneo che rappresenta la sua vera peculiarità, ma è indubbiamente in sede live che tutti questi aspetti esplodono per la gioia di chi assiste agli show della one and only Metal Queen. Oltre alla sua personalità c’è l’elemento musicale e un degno accompagnamento on stage, c’è una line-up solida e tecnica che non si limita a puro contorno durante lo show, ma si integra alla perfezione con l’atletico stage acting di Doro. Anche nel bastage è sempre sorridente. Lunga vita alla Metal Queen!

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foto: Stefano Forensi

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Primordial

Nel Mark Reale Stage alle 21:50 si presentano puntuali i Primordial. La band irlandese è di caratura internazionale ed è in fase di promozione del suo ultimo nato, quell’ “Exile Amongst The Ruins” che ad oggi rappresenta una delle migliori uscite estreme del 2018. Sempre sul pezzo, proponendo un live davvero emozionante ed efficace, Alan è uno di quei frontman leggendari difficili da trovare: il vocalist esprime ogni singola nota nella maniera più naturale possibile, riuscendo a trasmettere malinconia, passione e delle sensazioni tangibili che portano la testa a vagare nelle verdi lande della sopracitata Irlanda. Durante il concerto si susseguono pezzi maestosi come “Nail Their Tongues”, la crepuscolare ed angosciosa “Stolen Years”, “Upon Our Spiritual Deathbed” e la titletrack dell’ultimo lavoro in studio. L’epicità dello show non accenna a diminuire, anzi, cresce col passare dei minuti: sudore e lacrime si fondono per una delle esibizioni dell’anno a mani basse, dove la partecipazione al Leyendas non manca di certo e, come è ben visibile, il pubblico ormai affascinato e ammaliato dalla musica dei nostri non può che applaudire e alzare le corna al cielo, mentre i Primordial non perdono occasione alcuna di stupire ancora ogni persona presente. Il tutto prosegue con altri piccoli capolavori quali “As Rome Burns”, con lo splendido intermezzo di centro-brano in cui tutti hanno cantato la strofa “Sing, sing to the slaves, sing to the slaves that Rome burns” e l’immortale “Empire Falls”, tratta da “To The Namless Death” del 2007, proposta in chiusura con la partecipazione di tutto il Mark Reale Stage. I Primordial hanno salutato rapidamente e sono scesi dal palco, consapevoli di aver lasciato un segno indelebile nel cuore di chiunque è stato presente alla venue. Un segno di rispetto, passione, volontà ferrea e attitudine. Un concentrato di potenza, espressività e sentimento, in uno degli eventi più intensi mai visti al Leyendas, una piccola grande gioia da metallaro.

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foto: Stefano Forensi

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W.A.S.P.

Inizia a piovere leggermente ed ecco che i W.A.S.P. di Blackie Lawless, co-headliner della quarta giornata del Leyendas del Rock, sono pronti a fare il loro trionfale ingresso sul palco. La venue è stracolma e c’è un pubblico di tutte le età, segno che l’amore per lo Zio Blackie non muore mai. La band sale sul palco accolta da un boato generale e inizia con il trittico “On Your Knees”, “Inside the Electric Circus” e “I Don’t Need No Doctor” suonate magistralmente: infatti, il combo che accompagna Lawless è davvero di prima importanza, forse il migliore mai sfoggiato prima. Ad accompagnare i perfetti Doug Blair e Mike Duda a chitarra e basso, troviamo nientemeno che Aquiles Priester, che partendo dagli Angra 2.0 si è fatto le ossa con gente che risponde al nome di Tony McAlpine e Primal Fear, ed oggigiorno è uno dei turnisti più talentuosi sulla piazza. I brani si susseguono uno dopo l’altro senza interruzioni ed il pubblico è molto partecipe, soprattutto con l’immortale capolavoro, la clamorosa “L.O.V.E. Machine”, cantata a gran voce dai presenti. Blackie rimane sempre lui, al centro del palco, capace di calamitare tutta l’attenzione su di sé. I momenti intensi continuano e ci sono i capolavori indimenticabili “Crazy”, “The Idol” per arrivare al ritornello irresistibile di “Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue)”. Grandi applausi, la band sparisce per rientrare ma, purtroppo, c’è un problema tecnico che, fortunatamente, viene risolto e, dopo 10 minuti, tra gli applausi e i cori di incitamento, il combo torna sul palco carico a molla. Blackie sorride e, tenebroso come non mai, regala un bis con la terremotante “Wild Child”. Terminata la prestazione, il vocalist americano ride godendosi il calore del pubblico del Leyendas che tributa calorosamente la band… ma si sa che con è ancora finita e allora pesta il piede sull’accelleratore. Overture affidata a “I Wanna Be Somebody” per l’ultimo caos generale, con la gente che spinge, scalpita, salta e si muove al ritmo forsennato di questa canzone. Il concerto si chiude con un boato incredibile e la band, scattata la classica la foto di rito che la ritrae con il pubblico, si congeda elegantemente recandosi nel backstage lasciando felice e soddisfatta tutta l’area del festival. Un concerto impeccabile, un’esperienza da togliere il fiato, perchè i W.A.S.P. sono una band che ha voglia di suonare i suoi pezzi più celebri e sentire il proprio pubblico che va in delirio.

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foto: Stefano Forensi

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Amorphis

È da poco passata la mezzanotte, precisamente sono le 00:15 e vi è una grande attesa per la metal band finlandese Amorphis, uno di quei gruppi che hanno fatto dell’evoluzione stilistica la caratteristica principale della loro carriera musicale. I tempi in cui proponevano un feroce death metal sono ormai lontani e gradualmente, disco dopo disco, sono passati a sonorità sempre più ricercate, infarcite da elementi folk tanto complesse da abbracciare orizzonti riconducibili addirittura al prog-metal. Questa trasversalità di genere fa sì che a un concerto degli Amorphis sia presente un variegato pubblico che passa da estimatori di musica estrema a persone più inclini a sonorità del secondo periodo della band, ovvero a una proposta decisamente più melodica e morbida. Su un palco addobbato secondo la grafica della copertina dell’ultimo lavoro, “Queen of Time”, i nostri eroi sono accolti da un boato assordante. Si parte subito con “The Bee”, nuova hit piazzata in apertura per far saltare tutti gli spettatori presenti. La setlist viene proposta con tanta energia e pathos, concentrazione ed estrema professionalità nell’esecuzione dei brani, qui perfettamente eseguiti. I nostri inanellano uno ad uno brani come “Sacrifice”, “Silver Bride”, “Bad Blood”, “Wrong Direction”, proposte magistralmente creando un’atmosfera unica in quel del Leyendas che lascia il pubblico ancora più estasiato. Con l’esecuzione di “The Castaway” si scatena ancora un forte headbanging tra il pubblico, a dimostrazione di come, nonostante siano passati 20 anni, anche questo brano ha lasciato un segno indelebile nel cuore di molti fan. Gli Amorphis sono una formazione concreta ed esperta, abilissima in sede live: Tomi Joutsen è il frontman carismatico, travolgente, con un’incredibile estensione vocale che ha coinvolto tutti presenti dall’inizio alla fine dello show. Dinamica le prestazione dei chitarristi Esa Holopainen e di Tomi Koivusaari, precisi ed attenti nello scandire ogni singola nota proveniente dalle loro chitarre. Santeri Kallio crea strepitose melodie con le tastiere e la ritmica del bassista Olli-Pekka Laine e del batterista Jan Rechberger è impressionante. Conclusione affidata al trittico immortale composto da tre capolavori assoluti ed inneggiati con forti boati dal pubblico sempre più affascinato e scatenato: “Death of A King”, “House of Sleep” e “Black Winter Day”. Heavy ma mai troppo estremi, orecchiabili senza uscire del tutto da canoni metal, sempre abili nel sottolineare al massimo quella componente folk ed eroica che da diversi anni è motivo di grande fascino tra gli ascoltatori più giovani e non, mantenendo però una propria coerenza. Come un buon vino il quintetto nordico riesce a migliorare invecchiando. Questi sono oggi gli Amorphis: immensi! Una creatura fenomenale del metal che merita sempre più successo. Così si conclude l’indimenticabile esperienza del Leyendas del Rock 2018. Corna al cielo e… hasta la próxima!

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foto: Stefano Forensi