Judas Priest: il ritorno dei Metal Gods!

JUDAS PRIEST + FIVE FINGER DEATH PUNCH
live @ Mediolanum Forum, Assago (Milano)
– martedì 23 giugno 2015 –

 

LIVE REPORT •
Tornano in Italia i difensori della fede, una delle band simbolo che ha fatto la storia dell’heavy metal, fondamentale per lo sviluppo e la crescita di questo genere, in due parole: Judas Priest. Con l’uscita del nuovo lavoro “Redeemer Of Souls” eccoli nuovamente in pista per promuovere la loro ultima fatica, ma di recente è stata anche rilasciata un’edizione speciale di “Defenders Of The Faith” per il trentennale della sua pubblicazione e l’appuntamento per festeggiare questo anniversario è nell’Arena estiva del Forum di Assago a Milano: impossibile mancare! Tra l’altro questa ricorrenza ha un significato particolare anche per me: era proprio in occasione della tournée di presentazione di quest’album che li vidi live per la prima volta a Winterthur in Svizzera nel febbraio dell’84. Certo, ripensare a quella data con Ted Nugent di supporto e trovarsi invece qui, in apertura, con un gruppo come i Five Finger Death Punch lascia un bel po’ perplessi e fa riflettere per cercare di capire quali meccanismi portino a queste improbabili accoppiate. Ma la prospettiva di vedere ancora una volta i Judas Priest ci fa andare oltre e siamo tutti qui pronti per osannare gli Dei del Metallo.

Five Finger Death Punch
Ringhiano forte, mostrando i loro canini, provano a mordere, ma a me personalmente non lasciano il segno: ecco come vedo io i Five Fingers Death Punch. In effetti ad un primo impatto, appena saliti sul palco, la band americana ti punta a muso duro, con riff aggressivi e rabbiosi, ma quello che non mi convince è il loro modo moderno di concepire il metal, spesso ripetitivo ed ossessivo, che più alla costruzione, pensa alla demolizione (sonora). Sicuramente hanno energia da spendere e possono impressionare facilmente le nuove generazioni più avvezze alle contaminazioni di gruppi come Slipknot, che hanno trovato la formula per miscelare grunge, alternative e groove alla nobile arte di fare metal. Appartenendo io alla categoria dei defenders, sono ancorato, orgogliosamente direi, all’heavy metal di stampo classico e i 5FDP non riescono ad entusiasmarmi più di tanto, nemmeno quando il chitarrista Jason Hook accenna a “Walk” dei Pantera, “Crazy Train” di Ozzy o “Smoke On The Water” (Deep Purple).
Con pezzi come l’iniziale “Under And Over It”, “Lift Me Up” o l’esplicita e provocatoria “Burn MF” hanno fatto saltare, pogare e scatenare quella porzione di spettatori che era qui per loro. La loro forza è, palesemente, proprio il pubblico, che li segue senza batter ciglio, salta e canta insieme a loro per tutto il concerto, e che viene comunque ripagato dalle loro attenzioni visto che i cinque sul palco non smettono un attimo di fare autografi sui banners che i fan gli lanciano. Anche un giovane ammiratore riceve un trattamento speciale e durante “Bad Company” viene fatto salire sul palco per farlo assistere al loro show da posizione privilegiata, ai piedi dello “scheletrico” batterista Jeremy Spencer. Insomma, dietro il rude aspetto di “nu metallari” si nasconde un cuore tenero! “Onorati di essere sullo stesso palco dei mitici Priest” – come ci dice il loro cantante Ivan ‘Ghost’ Moody (che indossa “ruffianamente” la maglia di “Redimeer Of Souls”) – concludono con “The Bleeding”, durante la quale lo stesso vocalist scende dal palco per avvicinarsi alle transenne scatenando, ovviamente, il delirio tra i propri fan alla ricerca di un suo contatto, fan che poi in gran parte, accompagnati dalle note di “The House Of The Rising Sun” (tradizionale canzone folk statunitense), abbandoneranno le prime file per lasciare spazio alle migliaia di true metallers che nel frattempo hanno raggiunto la location.

Setlist: “Under And Over It” – “Hard To See” – “Lift Me Up” – “Bad Company” (Bad Company cover) – “Burn MF” – “Never Enough” – “The Bleeding”

FIVE FINGER DEATH PUNCH lineup:
Ivan L. Moody – Vocals
Zoltan Bathory – Guitars
Jason Hock – Guitars
Chris Kael – Bass
Jeremy Spencer – Drums
———————————–

Judas Priest
Passano gli anni, ma i Judas Priest hanno sempre lo stesso forte ascendente e di generazione in generazione continuano ad essere una delle band per antonomasia prese ad esempio dai metalheads di tutto il pianeta. Anche quest’oggi nuove e vecchie leve sono qui riunite per rendergli omaggio come è sempre stato doveroso fare, addirittura si possono notare padri e figli uniti dalla stessa passione, proprio a simboleggiare la prosecuzione di una vera e propria tradizione.
Un grande telo con la scritta Judas Priest cela ai nostri occhi gli ultimi ferventi preparativi e mentre tutti insieme intoniamo in coro “War Pigs” (Black Sabbath), che gli speakers diffondono a gran volume in tutta l’area, ecco che la intro “Battlecry” ci preannuncia il loro arrivo. “Dragonaut” è come una liberazione per tutti, finalmente l’attesa è terminata e possiamo far esplodere tutto il nostro entusiasmo. Chi è qui per la prima volta rimane sconcertato nel non vedere in scena Halford, ma di udirne ugualmente la voce, loro non sanno che sua maestà Rob è solito iniziare così e quando poi fa il suo ingresso viene accolto da un’ovazione generale: il pubblico lo ama. Se già il primo pezzo ci fatto salire l’adrenalina, la successiva “Metal Gods” ci porta verso l’Olimpo, il posto riservato agli Dei (del metal) come loro: pugni levati al cielo e tutti a scuotere le teste sul ritmo imperioso dell’immortale brano. Glenn Tipton ci trafigge col penetrante riff di “Devil’s Child” e subito dopo ci manda in estasi con la superba “Victim Of Changes”, punta di diamante della loro vecchia produzione. Sullo sfondo Ian Hill esegue il suo minuzioso e prezioso lavoro, indispensabile ed oscuro come l’antro che ci conduce verso le “Halls Of Valhalla” che fa scattare il pogo nell’area antistante il palco. I Priest ci “mordono” (loro sì che lo fanno veramente) con “Love Bites” e non ci danno tregua proseguendo trionfalmente la loro marcia, quella dei dannati, con “March Of The Damed”. Un po’ di pausa ce la concedono con la meno impegnativa “Turbo Lover” che tra salti e balli diverte un po’ tutti. Personalmente avrei preferito un pezzo più classico della produzione priestiana come “Sinner”, “Screaming For Vengeance” o “Freewheel Burning”, ma va bene così, per accontentarci tutti avrebbero dovuto suonare almeno 5 ore! Il camaleontico Halford si presenta spesso con un costume diverso ed è la nostra indiscussa guida: “Siete qui per sentire del vero Heavy Fucking Metal!” – ci dice con la sua voce perentoria e dopo “Redeemers Of Soul” eccoli partire con una sequenza micidiale delle loro epiche hits: l’intensa “Beyond The Realms Of Death”, la travolgente “Jawbreaker”, l’anthemica “Breaking The Law” che ci risucchia nel suo incontenibile vortice sonoro, per concludere tutti in sella alla roboante Harley di Rob con la trascinante “Hell Bent For Leather”. Devastanti!
Le note di “The Hellion” sanciscono il loro rientro in scena e allora via alla grandiosa “Electric Eye”, preludio dell’apoteosi che si sarebbe scatenata di lì a poco con la seguente “You’ve Got Another Thing Coming”, cantata all’unisono a squarciagola insieme ad un Halford ancora sulla breccia che, da grande frontman, riesce sempre a coinvolgerci con il suo carisma. Anche Richie Faulkner è protagonista assoluto in tutto questo e convince anche i più accaniti sostenitori dell’ormai defezionario K.K. Downing, compenetrandosi in maniera perfetta nel ruolo che fu del suo predecessore e dando prova di tutte le sue qualità con il lungo e tagliente assolo che ci regala sul finale del pezzo: chapeau!
“Quale canzone volete sentire ora?” – ci chiede Scott Travis – “Ve lo domando di nuovo! Cosa volete ascoltare ora?” E la risposta è una sola, univoca, imprescindibile: “Painkiller”! Come un rullo compressore Scott parte all’assalto schiacciando tutti al suo passaggio e le furiose chitarre di Glenn e Richie fanno il resto per lasciare il loro marchio indelebile su ognuno di noi con uno dei più grandi pezzi che la storia dell’heavy metal ricordi: elettrizzanti!
Certo, Halford non ruggisce più come un tempo, ma come un leone fiero ed impavido dà la sua zampata ugualmente e poi il nostro affetto e rispetto è veramente tanto e gli possiamo perdonare anche qualche sbavatura. Ci salutano definitivamente con “Living After Midnight”, raccogliendo una meritata standing ovation e mentre Halford ci invita a gridare ripetutamente il loro nome, i Judas Priest lasciano il palco sotto gli scroscianti applausi di noi tutti, consapevoli di essere stati al cospetto di un monumento della musica heavy, ma non solo.

Setlist: “Battlecry” (intro) – “Dragonaut” – “Metal Gods” – “Devil’s Child” – “Victim Of Changes” – “Halls Of Valhalla” – “Love Bites” – “March Of The Damned” – “Turbo Lover” – “Redeemer Of Souls” – “Beyond The Realms Of Death” – “Jawbreaker” – “Breaking The Law” – “Hell Bent For Leather” – “The Hellion / Electric Eye” – “You’ve Got Another Thing Comin'” – “Painkiller” – “Living After Midnight”

JUDAS PRIEST lineup:
Rob Halford – Vocals
Glenn Tipton – Guitars
Richie Faulkner – Guitars
Scott Travis – Drums
Ian Hill – Bass

report: Rockberto Manenti