Agglutination Fest: 21 anni di metallo in una notte lucana

OBITUARY + EDGUY + INQUISITION + NECRODEATH +
FORGOTTEN TOMB + ARTHEMIS + FELINE MELINDA
live @ XXI Agglutination Festival, Chiaromonte (Pz)
– domenica 9 agosto 2015 – 

LIVE REPORT •
E siamo ormai giunti a quota ventuno! Ventuno anni di rovente “metallo lucano” offertoci da questa manifestazione storica per tutto il Sud Italia (e non solo), che ha visto come ospiti, in tutte le sue precedenti edizioni, band di primo livello del panorama hard’n’heavy internazionale: dagli Overkill, ai Virgin Steele, ai Gamma Ray, Stratovarious, U.D.O., Mayhem, Marduk, Carcass, Dark Tranquillity, Rhapsody Of Fire e moltissimi altri ancora! Anche questo anno, come di consueto, sono state proposte band di tutto rispetto, che, nonostante le previsioni del tempo avverse, sono riuscite a regalarci un’altra indimenticabile serata sotto il cielo della Basilicata: dagli altoatesini Feline Melinda, ai veneti Arthemis, passando per i Forgotten Tomb, gli storici genovesi Necrodeath, per arrivare al duo degli Inquisition, ai teutonici Edguy ed infine agli statunitensi Obituary! Come accennato in precedenza, sfortunatamente il clima meteorico non è stato dei più clementi, soprattutto all’inizio, quando si è scatenato un autentico acquazzone, proprio poco prima e durante l’ingresso delle prime centinaia di accanite schiere di metalheads: sicuramente il fattore meteo è stato il principale discriminante della mancanza di molte altre centinaia di persone attese per l’evento. Ma, a discapito di tutte le avversità, tutti e sette i gruppi sono riusciti ad offrirci delle ottime performance, sia a livello di impatto che di coinvolgimento del pubblico, riuscendo quindi a farci dimenticare tutta l’umidità presente a suon di tanta buona musica! Unica pecca, forse la mancata esibizione dei tunisini Carthagods, fermati all’aereoporto prima della partenza per problemi di visto, che tutti speriamo di poter conoscere e vedere al più presto anche in territorio italico. Più che buoni invece i suoni che sono riusciti a farci apprezzare al massimo tutti i live act, soprattutto tenendo conto della pioggia incessante: spesso infatti, anche in condizioni climatiche migliori, le performance vengono rovinate da suoni mal calibrati o da altri problemi tecnici, ma per fortuna non in questa occasione.

Feline Melinda
Vista la rinuncia da parte della band nordafricana ad esibirsi, ecco l’arduo compito di “rompere le acque” (date appunto le condizioni meteo) affidato al combo proveniente dal lontano Trentino Alto Adige, attivo sin dalla fine degli anni ’80. Nonostante il contesto estremo, forse poco consono alle loro sonorità più leggere, i cinque riescono ad aizzare gli animi delle prime centinaia di persone giunte tra le prime file. Ci accolgono quindi con il loro Hard Rock melodico, molto ottantiano, ispirato appunto ai nomi storici di quella scena (Guns’n’Roses, Bon Jovi, ecc.), e dopo un freddo avvio, ci offrono tutta la loro carica, invitando l’intero pubblico a sostenere con le mani la loro performance. E viste il tipo di sonorità, a loro molto care, eccoci proporre una cover appunto di Jon Bon Jovi, la celeberrima “It’s My Life”, che, forse proprio perché appartenente al periodo più commerciale della band americana, non è stata del tutto apprezzata dai presenti. Ma, visto il ritardo dovuto al mal tempo, la band ha ancora poco tempo a disposizione e deve accorciare la scaletta, trovando però il minutaggio necessario per salutarci con l’inno ufficiale del festival, “Agglutination (Forever)”, che hanno appositamente scritto: la canzone, dal sapore molto melodico, riesce comunque a far presa e a coinvolgere tutti quanti, che ne intonano appunto le parole del ritornello.

Setlist: “Crash Int./Blue Diamond” – “Morning Dew” – “Angel Eyes” – “It’s My Life” (Bon Jovi cover) – “Dangerzone” – “Skydiver” – “Agglutination (Forever)”

FELINE MELINDA lineup:
Rob Irbiz – Vocals, Guitars
Chris Platzer – Drums
Gschnell – Bass
Headmatt – Guitars
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Arthemis
Breve attesa per il cambio degli strumenti, ed ecco salire sul palco un’altra band italiana che già da diversi anni ha ricevuto ampio consenso da parte di pubblico e critica di settore: Arthemis. Nati ufficialmente a Verona nel lontano 1999, ma con vari componenti provenienti da regioni limitrofe, sono tornati anche in questa occasione nel meridione per farci scatenare sotto un headbanging serrato. Purtroppo, proprio quando sembrava averla scampata, ecco ritornare la pioggia, e diverse decine di persone si affrettano a trovare riparo sotto i diversi stand presenti. Ma, come sempre in queste circostanze, sono i più impavidi quelli più numerosi, e lo stesso vocalist Fabio D. non manca di sottolinearlo scherzosamente. Il loro heavy/thrash melodico, supportato da riff robusti e da ottimi soli rende l’atmosfera densa di energia, e anche i più scettici finiscono per applaudire a piene mani la loro entusiasmante performance: dalla opener “Scars On Scars”, alle seguenti “Blood Of Generations” e “Still Awake”, i ragazzi riescono ad entusiasmare con i loro cavalli di battaglia. E anche “We Fight” ne è la prova, con le sue rocciose linee di basso e chitarra, dove trova spazio tutta la maestria del funambolico Andy Martongelli (chitarra). Dopo un set veloce ma alquanto apprezzato, la band ci saluta con l’ultima energica “Vortex”, che appunto, come un “vortice” ci rapisce tutti quanti, soprattutto  tutti coloro che si erano riparati sotto i tendoni, che prontamente salutano con applausi meritati tutti e cinque i componenti. Di sicuro un’esibizione che, seppur minata dalle gocce d’acqua, ci ha confermato l’ottimo stato di salute di una delle band migliori attualmente nel panorama metal italiano.

Setlist: “Scars On Scars” – “Blood Of Generations” – “Still Awake” – “We Fight” – “7 Days” – “Vortex”

ARTHEMIS lineup:
Fabio D – Vocals
Andy – Guitars
Jt – Bass
Kekko – Drums
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Forgotten Tomb
Il terzo live act della serata è costituito invece da una band con ormai ben sedici anni di attività, i Forgotten Tomb, che tornano nuovamente a suonare in questo festival, dopo la precedente esibizione del 2009 a Sant’Arcangelo (Pz). Il genere proposto, e di cui loro stessi possono annoverarsi tra i capostipiti, è un Depressive Black Metal, con forti influenze doom, che riesce sin da subito a destare l’attenzione dell’audience: dalla iniziale “Reject Existence”, alle seguenti “A Dish Best Served Cold”, passando per “Soulless Upheaval” e “Deprived” fino alla conclusiva “Steal My Corpse”, il quartetto capitanato da Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio (voce e chitarra), raccoglie centinaia di applausi, rivelandosi sicuramente una delle esibizioni migliori e più apprezzate dell’intero bill. Molti i sostenitori, giunti da ogni dove, per far sentire il loro affetto a questo storico gruppo: la band sprigiona suoni decadenti e monolitici, degnamente suonati da Andrea “A.” Ponzoni (chitarra) e da Alessandro “Algol” Comerio (basso), mentre ineccepibile è il lavoro dietro le pelli da parte di Kyoo Nam “Asher” Rossi (batteria). Non avendo però tantissimo tempo a loro disposizione, hanno dovuto quindi selezionare i brani, tratti dai loro sette album, da proporre e optato per accorpare diversi di questi in ben due medley. Di certo, la loro performance è stata agevolata dal tempo che man mano è migliorato, e da un aumento di supporter, arrivati in massa poco prima dell’inizio. La loro proposta, pur non essendo personalmente un grande appassionato del genere, è stata sicuramente molto apprezzata, soprattutto per i loro suoni sperimentali, coadiuvati da pregevoli arrangiamenti di chitarra. Speriamo dunque di poterli rivedere presto, in un’altra occasione, per poter godere nuovamente di una verve e un’intensità come poche ce ne sono in giro di questi tempi.

Setlist: “Reject Existence” – “A Dish Best Served Cold / Negative Megalomania” (Medley) – “Soulless Upheaval” – “Deprived” – “Dishearenment / Alone / Steal My Corpse” (Medley)

FORGOTTEN TOMB lineup:
Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio – Guitar, Vocals
Andrea “A.” Ponzoni – Lead Guitar
Alessandro “Algol” Comerio – Bass
Kyoo Nam “Asher” Rossi – Drums
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Necrodeath
Altra conoscenza che mancava da circa una decade a questo evento lucano: i Necrodeath. Guidati dal carismatico Flegias (voce), la band riesce più che bene nell’intento di coinvolgere il pubblico, dopo la graditissima esibizione precedente: da “Necrosadist” a “Wrath”, “At The Roots Of Evil” e “The Flag” è un autentico susseguirsi di brani manifesto, cantati in coro da molti nelle prime file. Difficile come sempre trovare parole adatte per esprimere tutta la maestria e la perizia tecnica di un’autentica macina quale è il buon Peso (batteria), sicuramente uno dei migliori drummer di tutto il panorama nazionale e non. Ineccepibile come sempre anche la prova di Pier Gonnella (chitarra), sempre pronto a sfoderare riff taglienti e soli di buona fattura, mentre GL (basso) ci offre un’altra prestazione sugli scudi, per tutta la durata dello show. Il pubblico è visibilmente preso dal loro furore, soprattutto per i brani storici proposti, autentiche anthem del death tricolore, eseguite con energia e passione: forse credo che questa loro performance possa risultare anche migliore di quella di dieci anni fa, soprattutto a chi come me li vide all’epoca e li segue da diversi anni. Con “Idiosyncrasy” e “Mater Tenebrarum” ci avviciniamo alla fine del loro set, ma, nonostante il poco tempo, il quartetto genovese riesce a suonare anche le conclusive “Fragments Of Insanity”, di cui scherzosamente viene ricordato il simpatico clip, e la tanto apprezzata cover degli Slayer, “Black Magic”: pur trovandoci di fronte ad un brano storico di Tom Araya & Co. la riproposizione è veramente ben riuscita, e tutti i membri ricevono centinaia di meritati applausi, che suggellano la loro memorabile esibizione. Poche sono le band che, come loro, attivi dal 1984, sono capaci ancora, a distanza di tanti anni, di attrarre tanti proseliti, offrendo esibizioni alle quali difficilmente si può non rimanere pienamente appagati!

Setlist: “Church Black Book” – “Lust” – “Forever Slaves / Necrosadist” – “Wrath” – “At The Roots Of Evil” – “The Flag” – “Master Of Morphine” – “Idiosyncrasy” – “Mater Tenebrarum” – “Southenerom / Destroy” – “Fragments Of Insanity” – “Black Magic” (Slayer cover)

NECRODEATH lineup:
Flegias – Vocals
Peso – Drums
Pier – Guitars
GL – Bass
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Inquisition
E arriviamo sempre più ai piatti forti di questo gustoso festival, ecco infatti salire sul prestigioso palco di Chiaromonte gli Inquisition, una delle realtà più attese di questa ventunesima edizione: il duo, fondato più di venticinque anni or sono in Colombia (ma da anni attivo negli States) dall’oscura mente di Dagon (voce e chitarra), è pronto per regalare una devastante quanto anomala esibizione a tutti i fan accorsi per l’evento. Come già da molti sottolineato, è stata una vera e propria sorpresa per chi (come me) non li conosceva constatare che, nonostante fossero solo due membri, la loro proposta musicale è risultata assai densa e trascinante: da “Force Of The Floating Tomb” ad “Astral Path To Supreme Majesty”, i due blackster rendono l’atmosfera alquanto elettrizzante, sostenuti da un’audience tutt’altro che statica. Incubus (batteria) pesta sulle pelli in modo più che consono al loro sound, che, per quanto parta da una matrice black metal di base, trova comunque altri elementi di arricchimento nella composizione, dovuta in alcuni casi anche forse all’eccessiva durata di ogni singolo brano, che comunque è apprezzato dai presenti. Anche qui, partendo dal presupposto di non essere un appassionato di certe sonorità, devo riconoscere come la loro proposta si sia rivelata più che calzante per il contesto descritto, soprattutto se si pensa che senza quasi l’ausilio di grosse parti pre-registrate, i due componenti hanno letteralmente conquistato il pubblico, sia dei loro followers e sia di quelli che non li avevano mai né visti né sentiti, non di certo me. Sfoggiando il classico look con tanto di face-painting, a grande richiesta, eseguono il trittico finale composto da “Command Of The Dark Crown”, “Realm Of Shadows” e la conclusiva “Infinite Interstellar Genocide”, riscuotendo molto successo.

Setlist: “Force Of The Floating Tomb” – “Ancient Monumental War Hymn” – “Dark Mutilation Rites” – “Master Of The Cosmological Black Cauldron” – “Astral Path To Supreme Majesty” – “Those Of The Night” – “Command Of The Dark Crown” – “Realm Of Shadows” – “Infinite Interstellar Genocide”

INQUISITION lineup:
Dagon – Vocals, Guitars
Incubus – Drums
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Edguy
Terminato il rumoroso set, si assiste a un cospicuo cambio di palco, mentre entrano nel backstage i cinque di Amburgo, accompagnati da una nutrita scorta. Mentre gli appassionati di generi più estremi colgono l’occasione per rifocillarsi dopo le devastanti esibizioni del pomeriggio, il parterre si riempie invece degli amanti di sonorità più classiche e melodiche, quale io appunto sono, che attendevano da molto tempo di vedere o rivedere la band di Tobias Sammet, vero e proprio trascinatore della serata. E, come di consueto in questo ultimo tour, i cinque aprono lo show con la rockeggiante “Love Tyger”, dal loro ultimo lavoro in studio: il ritornello di facile presa fa subito breccia nei cuori e negli animi di chi li aspettava ansiosamente. Dopo un breve ma caloroso saluto da parte di Sammet, è un autentico salto nel tempo, con uno dei brani più rappresentativi della loro carriera: “Tears Of A Mandrake”, del 2001, sostenuto dagli applausi dei presenti, che intonano all’unisono i cori del refrain centrale. Una serata veramente magica, ed è subito la volta di un altro classico “Lavatory Love Machine”, dove degni di nota sono gli arrangiamenti di Jens Ludwig (chitarra) e la ritmica martellante di Tobias Exxel (basso). Sempre con molta ironia il leader scherza con l’audience, intonando alcune celebri hit della canzone italiana (da “Bello e Impossibile” della Nannini alla commerciale “Gloria” di Umberto Tozzi), e ricordandoci di acquistare (per chi non l’avesse ancora fatto) l’ultimo album uscito a fine 2014, ci propone la prima delle due titletrack, ovvero “Space Police”: anche qui, pur venendo alla luce le differenze stilistiche rispetto ai brani storici, di chiara matrice power tedesca, l’esecuzione risulta piacevole e raccoglie diversi consensi. Ma è con la seguente “Vain Glory Opera”, dal sapore sinfonico e con tanto di intro alla Europe con synth ottantiani, che tutta l’audience sembra rispondere al meglio, cantando a squarciagola tutto il brano: Dirk Sauer (chitarra) insieme al suo collega Jens, interpretano al massimo delle loro capacità tecniche tutto il pezzo. “Babylon” è un altra pietra miliare della loro produzione, e, anche se Sammet ha perso un po’ della sua ugola di un tempo, riesce comunque a regalarci forti emozioni: ne è la prova il successivo, seppur breve, accenno alla leggendaria “The Trooper” dei Maiden, capace di destare tutto il pubblico presente. Dopo questo breve siparietto, è spazio per la più recente “Superheroes”, dove il carismatico singer teutonico rende partecipi tutti quanti nell’intonazione del coro centrale. Prima di “Defenders Of The Crown”, il cantante ci ricorda come per la prima volta in assoluto nella storia dell’hard’n’heavy loro abbiano usato due brani per il titolo di un album (“Space Police / Defenders Of The Crown” per l’appunto): altra esecuzione perfetta, che ci conferma nuovamente l’ottimo appeal dal vivo del quintetto. “Save Me” è invece la giusta ballad strappalacrime che fa da preludio alla conclusiva “King Of Fools”, seguita da scroscianti applausi dopo un’esibizione di alto profilo.

Setlist: “Love Tyger” – “Tears Of A Mandrake” – “Lavatory Love Machine” – “Space Police” – “Vain Glory Opera” – “Babylon” – “Superheroes” – “Defenders Of The Crown” – “Save Me” – “King Of Fools”

EDGUY lineup:
Felix Bohnke – Drums
Tobias Exxel – Bass
Jens Ludwig – Guitars
Tobias Sammet – Vocals
Dirk Sauer – Guitars
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Obituary
Svanita la remota possibilità di poter conoscere di persona Sammet & Co. per motivi non meglio precisati, eccoci arrivati alla “band di testa” dell’evento: direttamente dalla Florida, gli storici death-thrasher Obituary, guidati dall’immancabile frontman John Tardy entrano in scena, accolti dal più caloroso benvenuto da parte dei presenti. Col possente riff iniziale di “Redneck Stomp”, supportato degnamente dal groove di Terry Butler (basso) e Donald Tardy (batteria), fa il suo ingresso anche il biondo crinito leader. Effettivamente forse la band è rimasta li per li perplessa, aspettandosi forse molte più persone, ma dopo le massacranti “Centuries Of Lie” e “Visions In My Head”, già con la seguente “Intoxicated” rompono gli indugi e tutti gli scetticismi, scatenando il putiferio più totale sotto il palco e tra le prime file. “Til Death”, dalla loro prima fatica del 1989, è accolta da urla festanti, mentre la mid-tempo “Don’t Care”, condita da un cantato in pieno stile screaming, riesce a smuovere anche i più statici tra gli spettatori. Con la veloce “Back To One”, dal terzo album del 1992 (“The End Complete”) mietono vittime con un pogo selvaggio e sfrenato: sono soprattutto i cambi di tempo del brano a coinvolgere tutto il pubblico. Anche la più recente “Violence” risulta ben gradita e ci offre l’ennesima prova di maestria da parte del duo alle chitarre composto dal fondatore Trevor Peres (presente sin dalla fondazione nel 1984) e dal nuovo entrato Kenny Andrews (unitosi nel 2012 come membro fisso, ma già presente nei tour del 2010 e 2011). “Inked In Blood” è ancora una volta la giusta dose di adrenalina desiderata da tutti coloro i quali hanno macinato centinaia, se non addirittura migliaia di chilometri, per assistere finalmente all’esibizione di uno dei gruppi simbolo del metal estremo, che, più di altri nomi ultrablasonati, ha gettato le basi per la successiva evoluzione sonora. Dopo questa indimenticabile scaletta, siamo purtroppo giunti al termine di questa ennesima fantastica edizione dell’Agglutination, e alla conclusiva e richiesta “Slowly We Rot” (omonima titletrack del loro disco d’esordio) è affidato il triste compito di chiudere definitivamente le danze: qui siamo inizialmente su ritmi più cadenzati, molto sabbathiani, e la voce sinistra di Tardy si rivela sempre un’arma letale, fino al bridge centrale, in pieno stile speed-thrash, condito da soli di ottima fattura. Dopo gli inchini e i ringraziamenti di rito, per il sostegno e per l’energia profusa, la band si ritira nel backstage, ma, a differenza del gruppo che li ha preceduti, si rivelano molto disponibili per firmare autografi e scattare foto insieme ad alcuni dei loro fan. Miglior finale di questo non poteva esserci, e sicuramente anche la scelta degli headliner è stata più che azzeccata: dopo la presenza degli Overkill in ben due edizioni (soprattutto quella storica del 1997) un altro nome storico della scena statunitense va ad aggiungersi agli annali di questo festival, che anno dopo anno, grazie ai sacrifici, al duro lavoro e alla passione di Gerardo Cafaro e di tutti i suoi collaboratori sta raggiungendo traguardi inaspettati e sempre più alti.

Setlist: “Redneck Stomp” – “Centuries Of Lies” – “Visions In My Head” – “Intoxicated” – “Bloodsoaked” – “‘Til Death” – “Don’t Care” – “Back To One” – “Violence” – “Inked In Blood” – “Slowly We Rot”

OBITUARY lineup:
John Tardy – Vocals
Trevor Peres – Guitar
Kenny Andrews – Guitar
Terry Butler – Bass
Donald Tardy – Drums
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Anche questa edizione ci ha regalato grandi emozioni, vissute con la massima intensità e allegria da tutti i partecipanti, tra i 500 e i 600, che, nonostante le condizioni meteo poco confortevoli, hanno comunque fatto sentire la loro presenza al campo sportivo di Chiaromonte: di sicuro sarebbero state diverse centinaia in più se il tempo fosse stato più clemente, ma, visti i presupposti che fino all’ultimo hanno messo in dubbio la buona riuscita finale, ci si può comunque ritenere soddisfatti di questa ennesima manifestazione in terra lucana. Il nome, ormai storico dell’evento, ha comunque garantito la presenza degli affezionati, ma anche di moltissime persone provenienti dall’Abruzzo e addirittura dal Trentino! Speriamo quindi che anche in futuro si riesca a coinvolgere più appassionati possibili, da tutte le regioni, per un’altra frizzante edizione l’estate prossima.

report: Raffaele Pontrandolfi
foto per gentile concessione di Carmelo Currò