Agalloch @ Colony – prigionieri nelle spire del serpente

AGALLOCH + JOHN HAUGHM
live @ Circolo Colony, Brescia
– sabato 1 agosto 2015 –

 

LIVE REPORT •
Terminata una stagione a dir poco incandescente, che ha visto per protagonisti nomi di primissimo piano in ambito metal (siano essi vecchie glorie dell’hard & heavy tradizionale, storici alfieri del thrash anni ’80, esponenti di primo piano del metal estremo, o anche solo giovani leve volenterose di scrivere la loro pagina nei libri di storia del genere che più ci piace) anche per il Circolo Colony arriva il momento di tirare il fiato in vista dello stop estivo. Roby e il suo volenteroso staff possono dunque concedersi un po’ di meritatissimo riposo e ricaricare le pile in vista dei già numerosi impegni che li attendono (o meglio ci attendono!) fin dalle prime settimane di settembre.
La chiusura della stagione è tutt’altro che in sordina, affidata alla musica avvincente degli Agalloch, una band davvero fuori dal comune, che, un po’ per la provenienza geografica “atipica” (l’Oregon, stato americano certo non noto per essere fucina di talenti metal, come la vicina California), un po’ per le scelte musicali coraggiose ed innovative, ha sempre operato ai margini della scena, conquistandosi però nel tempo un consistente seguito di sostenitori ed ammiratori. E quanto fedeli e devoti siano i fan della band di Portland lo dimostra efficacemente il numero considerevole di persone che sono accorse, un po’ da ogni dove, sabato primo agosto (proprio il weekend in cui in Italia prende tradizionalmente il via l’esodo vacanziero!), tributando a questa bella serata il successo di pubblico che meritava.
I musicisti americani sono già passati altre volte dal Bel Paese: l’ultima scorribanda risale al 2013, con le date di Romagnano Sesia (Rock’n’Roll Arena) e Roma (Traffic). Quest’anno ritornano con un’unica data al Circolo Colony di Brescia per presentarci i brani della loro ultima fatica di studio (“The Serpent and the Sphere”, uscito l’anno scorso su etichetta Profund Lore). Il programma originale della kermesse avrebbe previsto la partecipazione dei C R O W N (scritto proprio così, con gli spazi!), terzetto francese, anzi dovremmo dire quartetto, visto che si definiscono “tre uomini ed una macchina”, che si muove, come intuibile, in territori alternative e sperimentali. Per non ben precisati motivi di salute di uno dei membri, i transalpini devono però dare forfait e nella data bresciana, per sopperire alla loro mancanza, si esibirà John Haughm, il frontman e chitarrista degli Agalloch, che ci proporrà un estratto dalla sua non banale produzione solistica.

John Haughm
ohn Haughm è un musicista decisamente poliedrico, incline alla sperimentazione e non ama certo rendere le cose facili ai suoi estimatori. Nel corso della sua carriera, oltre alle attività, per altro anch’esse avventurose e non convenzionali, svolte in seno alla sua band principale, ha preso parte a varie collaborazioni e progetti collaterali: si è ad esempio cimentato alla batteria nel disco “Apollo Ends” della band progressive death/avant-garde Sculptured, è apparso come guest vocalist su “Nondescript…” dei conterranei Nothing, e su “Trail of the Unwary”dei bardi neo-folk finnici Nest, ma è indubbio che il suo principale interesse in chiave solistica sia la musica elettronica ed ambient. Questa non va intesa ovviamente nella accezione “Brian Eno”: melodie eteree e rilassanti fatte apposta per essere suonate di sottofondo nei lounge VIP degli aeroporti, ma si tratta di una forma ben più radicale di espressione artistica, cupa, rumorosa, “concreta”, che si ricollega anche alle esperienze di certa musica industriale. Efficaci esempi sono senza dubbio il disco prodotto in collaborazione con Mathias Grassow (“Mosaic”), nonché gli EP usciti agli inizi di questo decennio, tutti curiosamente intitolati con le coordinate geografiche del luogo che ne ha inspirato la composizione. Il nostro si muove dunque in territori sonori che sono lontani anni luce da quelli degli Agalloch (e anche dai gusti musicali di chi vi scrive, lo ammetto senza problemi!), e quindi siamo chiamati a predisporci ad un’esibizione fuori dagli schemi mentali di noi amanti del metal o anche solo del rock in genere. Per sopperire all’assenza del gruppo francese, John ci presenta dunque una rivisitazione di un recente parto della sua penna, “The Last Place I Rember”, opera suddivisa in due lunghi brani di circa venti minuti ciascuno intitolati (guarda caso) con due coordinate: +37.717364 e -117.247955.
Chi volesse togliersi la curiosità di indagare su dove puntino quei gradi decimali, scoprirebbe che l’ultimo posto di cui John abbia memoria sta “da qualche parte” nel Nevada, non lontano dalla famigerata Death Valley, e la foto del terreno inaridito e segnato da profonde crepe che appare sulla copertina della cassetta (ovviamente stiamo parlando di un’autoproduzione distribuita tramite canali “sotterranei” o via web), comunica suggestioni di un luogo caldo, desertico, inospitale e potenzialmente mortale, che ben si sposano alla musicalità angosciante e disturbante dei brani. In fase di allestimento del palco, viene montata un’enorme pedaliera dove campeggiano distorsori di ogni forma e dimensione: basta anche solo questa evidenza per lasciarci intuire il genere di trattamento cui saranno sottoposte le nostre orecchie, ma non ci lasciamo intimorire. Come da dettami del Dark ambient, la strumentazione utilizzata è minimale: chitarra elettrica, qualche base elettronica, effettini ed effettacci messi lì a bella posta per creare un muro impenetrabile di suoni distorti, note dilatate, rumore bianco, che ci investe con tutta la sua rudimentale ferocia. John, cappello a tesa ben calzato in testa, avvolto in una fittissima coltre di fumo che fa un po’ cerimonia sacra, un po’ nebbione novembrino tipico della nostra Val Padana, pare molto compreso nel ruolo, assumendo espressioni quasi ieratiche mentre armeggia con la pedaliera, scegliendo con cura e concentrazione il filtro giusto da applicare al momento giusto. Su quel tappeto sonoro fragoroso e frastornante, si sovrappone con interventi chitarristici se possibile ancora più lancinanti e rumorosi, caratterizzati da scarni accordi elementari e pennate velocissime. Sono certo che, tra i tanti fan accorsi stasera, ci siano estimatori di questo genere poco fruibile; ma, almeno in apparenza, la maggioranza del pubblico si limita ad assistere in silenzio, con gradazioni di umore che vanno dalla curiosità di chi si sforza di voler capire, lo smarrimento di chi si sarebbe aspettato tutt’altro genere di musica, l’impazienza di chi non la digerisce proprio e aspetta con ansia la fine. Qualunque fosse lo stato d’animo degli spettatori, il termine del concerto viene comunque premiato da un fragoroso applauso che attesta la stima e simpatia incondizionata della platea nei confronti del musicista di Portland.

Setlist: “The Last Place I Rember”
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Agalloch
Arriva adesso il momento degli Agalloch. Gruppo di difficile catalogazione, si muove nell’ambito del cosiddetto metal “moderno”, quello che rompe gli schemi della tradizione heavy, recepisce istanze, sonorità, influenze di generi diversi, nella convinzione che la contaminazione stilistica sia la chiave per poter sviluppare un nuovo linguaggio musicale, creare qualcosa di personale ed originale. La critica ha provato più volte ad appiccicare qualche etichetta di comodo, ma ogni volta che sembrava di aver individuato la giusta chiave di lettura, il gruppo si divertiva a rimescolare le carte, a confondere le idee. Si parte nel 1999 con “Pale Folklore”, l’album di debutto, che è stato propriamente catalogato come disco prettamente Black Metal con influenze Doom e accenti folk: gli intenti della band sembravano allora piuttosto chiari. Ecco però che tre anni dopo esce “The Mantle”, con le sue atmosfere soft e malinconiche, un vero trionfo di chitarre acustiche, dove John Haughm si cimenta in linee melodiche tradizionali pulite, che contrastano con il suo più tipico stile “scream” da blackster: si è parlato dunque di ottimo connubio di metal estremo e Neofolk e ci si è illusi di aver colto finalmente l’essenza della band. Alla pubblicazione del successivo “Ashes Against the Grain” la definizione precedente comincia immediatamente a vacillare: l’impronta è certamente ancora Folk Metal, ma la costruzione un po’ “kraut-rock” dei brani, “l’impalpabilità” del tessuto sonoro, la dilatazione dei tempi e la rarefazione delle atmosfere ci fa piuttosto pensare al Post-Rock di gruppi come Tortoise o Godspeed You!Black Emperor, dunque, ancora una volta, tutti un po’ spiazzati. I dischi successivi saranno meno rivoluzionari, per la prima volta si ha la sensazione che venga applicata una formula ormai di successo, ma restano comunque episodi splendidi. Eclettismo, originalità, unite ad un innato senso per la melodia di effetto e alla capacità di creare atmosfere malinconiche ed evocative rendono l’esperienza musicale degli Agalloch particolarmente affascinante e sarebbe davvero un delitto lasciarseli sfuggire, e infatti siamo qui numerosi ad accoglierli!
Questo tour, come già detto, è l’occasione per presentare finalmente anche in Italia l’ultimo lavoro di studio, “The Serpent and the Sphere”, certamente non una primizia dato che è uscito a maggio dell’anno scorso, ma nel 2014 non sono mai capitati dalle nostre parti. Sullo sfondo campeggia un’immagine che richiama inequivocabilmente il titolo dell’opera: un serpente stilizzato, disegnato con stile grafico rudimentale che ricorda l’arte vichinga, si morde la coda formando idealmente un cerchio perfetto, all’interno del quale trovano posto numerose sfere che si intersecano e quasi si fondono tra di loro. Le operazioni di allestimento (affidate ad un appariscente roadie con acconciatura da mohicano e maglietta porngrind con tanto di motto pacifista che recita “I eat emokids for breakfast!”) procedono con accuratezza e celerità. In pochi minuti siamo pronti per il piatto forte della serata, ma non si può cominciare senza i giusti buoni auspici: ecco dunque che lo stesso John si presenta per accendere tre piccoli bracieri contenti incenso profumato, delicatamente appoggiati sui ceppi di legno di fronte al palco. Si conferma purtroppo la sua passione smodata per le nebbie eterne: una coltre impenetrabile di fumo artificiale avvolge fin dalle prime battute il palco; se a questo si aggiunge la scelta di utilizzare luci azzurrine molto attenuate, potete ben immaginare che i musicisti risultino a malapena visibili. Un piacere dunque più per l’udito che per lo sguardo!
La formazione, che si è mantenuta abbastanza stabile negli anni, comprende oggi, oltre al già citato Haughm, il poliedrico chitarrista Don Anderson, il bassista Jason William Walton e il roccioso batterista Aesop Dekker. Si parte con una buona accoppiata tratta dal nuovo LP, la grintosa “The Astral Dialogue”, brano aggressivo e diretto di chiara impostazione melodic black, seguita dalla più riflessiva e articolata “Vales Beyond Dimension”, che subito ci riporta a quelle atmosfere più malinconiche e suggestive che sono il loro marchio di fabbrica. Un mezzo boato accoglie le pennate iniziali di “Limbs” che incede solenne, creando un ottimo contrasto tra le melodie eteree di sottofondo e il growl potente e strozzato del frontman. Dopo due assaggi della produzione degli ultimi anni, si fa un bel salto all’indietro con “The Melancholy Spirit”, annunciata dal suo struggente arpeggio di chitarra acustica, che si conferma un intramontabile cavallo di battaglia: dodici minuti di brano che scorrono via veloci tra continui cambi di mood, pause e ripartenze, chiaroscuri, splendide alternanze di melodia e rumore. Giusto il tempo di metabolizzare la recente “Celestial Effigy” ed è di nuovo il momento per gustarsi un classico. “Abbiamo suonato brani da pressoché tutti i nostri dischi tranne uno…” ci dice John in uno dei suoi rari momenti di scambio con il pubblico, quando è costretto a “raccontare cose a caso, mentre accorda la chitarra”(!). Non ci facciamo cogliere impreparati: sappiamo bene che manca all’appello solo “The Mantle” e certamente non ce ne andremo volentieri via senza aver sentito prima qualche perla di quel disco. E’ dunque con gioia che la platea accoglie le prime note della delicata “…and the Great Cold Death of the Earth”, dove il frontman dimostra di saper cantare efficacemente anche in tono più pacato e pulito. Il set principale si chiude con un buon estratto di “The Marrow Spirit”: dopo un intro arrembante in cui Aesop si produce in un furioso ritmo di batteria, quasi un blast-beat, parte “Into the Painted Grey”, lunga cavalcata che abbraccia idealmente un po’ tutte le anime della band, tentando con successo di unire tutte le loro più disparate influenze in un unico brano. Una breve interruzione e siamo già pronti per il gran finale, in cui ci viene riservato un pezzo forte del repertorio passato (la splendida “Falling Snow”, immediatamente riconoscibile dal riff sornione in apertura) e un ottimo brano del presente, la complessa “Plateau of the Ages” che, con i suoi maestosi dodici minuti di magniloquenza atmospheric black,folk, post-rock e chissà cos’altro ancora, ci accompagna alla fine di un concerto che magari non possiamo definire esattamente spettacolare, ma certamente godibilissimo e memorabile. So long John… alla prossima!

Setlist: “The Astral Dialogue” – “Vales Beyond Dimension” – “Limbs” – “Ghosts Of The Midwinter Fires” – “Dark Matter Gods”  – “The Melancholy Spirit” – “Celestial Effigy” – “…And The Great Cold Death Of The Earth” – “Into the Painted Grey” – “Falling Snow” – “Plateau Of The Ages”

AGALOCH lineup:
John Haughm – Guitar / Vocals
Don Anderson – Guitar
Jason Walton – Bass
Aesop Dekker – Drums

report: Marco Morrone