Way Out – gira la ruota!

WAY OUT: INTERVISTA ALLA BAND •

Uno dei nomi dell’underground romano degli anni ’80, i Way Out, immette sul mercato il primo full-lenght della carriera iniziata nel 1983 e interrottasi tra il 1990 e il 2014. Un modo per costruire un ponte tra la giovinezza e l’età adulta, senza mai perdere il contatto con le proprie radici heavy metal. Perché gli anni passano, le mode cambiano, ma qualcosa rimane per sempre.

Salve ragazzi e grazie per il tempo che ci state concedendo. Parlatemi del vostro nuovo disco “Wheel of Time”!
Riccardo Strizzi
: Un passaggio tra il vecchio e il nuovo, ci alcuni brani revisionati e altri inediti. Abbiamo scelto il titolo dell’album da quello di una canzone. È la ruota che girando ci ha riportato sul palco dopo più di 20 anni.

Come sono nati i nuovi brani?
Riccardo Strizzi
: Li partorisce la mente perversa del nostro bassista Riccardo Di Felice, detto “il fornaio” per tutte le idee che tira fuori, poi ci lavoriamo tutti insieme. I testi affrontano l’attualità e la vita quotidiana, ognuna con la sua tipologia, politica e religiosa. C’è anche qualche puntatina sul fantasy. Sul sesso no perché siamo un po’ datati!
Frank Marrelli: La scaletta originale prevedeva oltre una decina di pezzi. Alla fine, per il vinile – per questioni di minutaggio – ne è stato tolto un brano che è solo su cd, “I See the World”,  già era apparso in una compilation ma qui in una nuova versione. Altri due, i più datati “Under Russian Fire” e “Kiss Me Down”, sono stati tolti perché erano già apparsi sulle demo (“We Are Ready” del 1985 e “The Sound of the Night” del 1988) e sul vinile. Li abbiamo ri-registrati, chissà cosa ne sarà.

Chi decide quali brani finiranno sul supporto fisico e quali no?
Riccardo Di Felice
: Ci impuntiamo un po’ tutti, c’è chi voleva mettere pezzi vecchi – seppur rifatti – chi invece non ne apprezza uno. Non sempre i pezzi di una volta, che suonano bene dal vivo, rendono bene sul disco. Un aneddoto: eravamo in studio a fare il recording e in un momento di pausa abbiamo fatto “The Last Promise”, lo avevamo abbandonato poi grazie a Fabio Lanciotti abbiamo deciso di registrarlo. È stata un’incisione anarchica, il suo sguardo non coinvolto ha permesso di far quadrare le cose. È comunque un disco di heavy metal classico più vicino, in quanto a suoni, agli Iron Maiden del 1983 che a quelli attuali. Il sound che, anche per questioni anagrafiche, ci si addice di più.

Cosa è cambiato nel vostro modo di suonare, tra gli anni ’80 e oggi?
Riccardo Di Felice
: Abbiamo suoni un po’ più freschi, più studiati. Gli arrangiamenti una volta erano più basilari, ora dedichiamo più attenzione ai particolari. Lavoriamo più di gruppo, c’è chi porta un’idea e chi poi la prende e la migliora o addirittura la stravolge. Ognuno fa la sua parte e alla fine siamo soddisfatti perché c’è condivisione.

Lavorate ancora in studio oppure, come fanno in molti adesso, vi mandate dei file?
Riccardo Di Felice
: Lavoriamo a casa ognuno per conto suo poi ci vediamo in sala prove. Se uno porta un brano finito quello è senza personalità e carattere, non ha emozione. La maggior parte dei pezzi si sviluppa in sala perché nasce dalla forza di ognuno di noi. Alla fine diventa la canzone con il “Way Out sound”, il nostro marchio di fabbrica.

Aneddoti dal periodo di registrazione?
Frank Marrelli:
Il metronomo vocale! Abbiamo registrato senza click – il metronomo che dà il tempo nella cuffia del batterista – e siamo andati a braccio. Ma è complicato in questo modo ricordarsi quando, per esempio arriva una pausa e… il nostro cantante, per aiutarci, faceva “tah-tah-tah” a voce e noi lo sentivamo in cuffia! Lì per lì non capivamo cosa fosse, poi è venuto a dirci che era lui ahahah! Invece durante la registrazione di “Metal Attack”il tecnico del suono – Fabio Lanciotti – si è talmente entusiasmato per questo brano che ha inciso per conto suo un solo di chitarra che è quello inciso poi su disco!

Come vi siete trovati a incidere nel 2018?
Fabio Lanciotti:
Hanno dovuto conoscere la registrazione multitraccia, una cosa che prima non c’era. Con loro ero “vaccinato”, visto che ci ho lavorato anche anni fa. Ma è pure vero che i giovani d’oggi non saprebbero come fare con le tecniche di una volta: oggi tutti usano i computer.

Come vedete la scena di oggi?
Enzo Tauriello
: Ci sono troppe band che cercano il “like” su Facebook mentre i locali chiudono. Una volta facevamo comunità, conoscendoci ai concerti: si spargeva la voce che c’era una serata organizzata dal Baffo Jorg e ci si ritrovava lì senza nemmeno sapere chi si sarebbe esibito. E c’era un grande scambio se vogliamo dire culturale perché non tutti potevamo permetterci i dischi e chi li possedeva ne parlava. Un grande ringraziamento oggi va al negozio Ace Records specializzato in vinili e nell’hard & heavy dove si va anche per chiacchierare. Ovviamente poi tutti ci conoscevamo ai concerti dei Saxon, degli Iron Maiden…ricordo che una volta, ad un live di Biff e soci forse nel 1985 al Teatro Tendastrisce, c’erano dei punk. Io ci parlai perché ascoltavo anche quello e loro mi dissero: “Non saranno i Discharge, ma ci vogliamo comunque sentire un concerto ‘duro’”. Adesso parecchie persone stanno lì per “fare presenza”.

Più di vent’anni dalle vostre ultime serate, quando vi ha ripreso questo fuoco?
Riccardo Strizzi
: Sapevamo che prima o poi sarebbe successo. La “colpa” della reunion è di Andrea Ciccomartino dei Graal che ci ha riportato sul palco. C’entra anche il mio amico Gianfranco Belisario che ci ha fatto incontrare di nuovo dopo 25 anni. Un divertente aneddoto: una volta questi due mi dissero che conoscevano un nostro vecchio chitarrista, Vincenzo, ma noi lo abbiamo sempre conosciuto fin dai tempi della scuola col nome di Enzo, poi è venuto fuori che era proprio Enzo Tauriello! Un altro nostro grande aiuto è stato Alex Massari, chitarrista professionista che insegna da Musicology.

 ringraziamo per la collaborazione Lorenzo Cipolla