THE DEAD DAISIES – Rockers per passione

 

THE DEAD DAISIES: INTERVISTA ESCLUSIVA A JOHN CORABI •

In occasione del recente passaggio in Italia dei The Dead Daisies, abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con il loro vocalist John Corabi. Ecco cosa ci ha detto in questa intervista, poco prima della straordinaria performance al Phenomenon di Fontaneto d’Agogna (qui il report).

Ciao John, e benvenuto su Metalforce! Il vostro quarto album “Burn It Down” è uscito da otto mesi. Com’è stata la reazione del pubblico?
JOHN – Oh, è stata fantastica! Abbiamo iniziato il tour nel Regno Unito, e dopo che l’album è uscito avevamo davvero poco tempo per fare le prove. Proprio mentre facevamo le prove, il nostro manager David è arrivato e ci ha detto che tutte le date del tour in Regno Unito erano sold out, prima ancora di arrivare lì. Anche la maggior parte degli show europei è andata sold out. Considera anche che dall’inizio dell’anno siamo venuti in Regno Unito ed in Europa tre volte. La prima volta che abbiamo suonato a Londra era enorme, non siamo mai stati in un posto così grande. La seconda volta che ci siamo tornati abbiamo fatto due date lì. È stato fantastico, lì ed ovunque.

La vostra musica è influenzata dall’hard rock degli anni ’70 e primi anni ’80. Il vostro sound è molto appassionato ed accessibile, con riff blueseggianti, grandi ritornelli e melodie potenti. Pensi che i The Dead Daisies stiano riportando il rock’n’roll alle masse?
JOHN – Non penso che stiamo facendo nulla di pionieristico… facciamo semplicemente quello che amiamo, scriviamo nel nostro modo. Tutti nella band abbiamo le stesse influenze, perciò abbiamo preso degli elementi di Led Zeppelin, AC/DC, Aerosmith, Deep Purple… molti ci dicono che il nostro sound è “fresco”, però veramente, non stiamo facendo nulla di diverso, facciamo semplicemente quello che amiamo e ci divertiamo. Forse il motivo della nostra crescita sono i fan, penso che loro riescano a vedere che semplicemente ci divertiamo. Lo diciamo spesso, forse fino al punto di risultare ridondanti, ma veramente sentiamo di aver ricevuto una benedizione, dato che siamo riusciti a rimanere nell’industria musicale per trenta e più anni e il fatto che ancora lo stiamo facendo è veramente fantastico. Penso che i fan abbiano un ruolo grande, sai, la radio non passa molto questo tipo di musica. I fan ci sono sempre stati, solo che adesso le cose hanno preso un aspetto diverso, sai, internet, YouTube…

“Burn It Down” rievoca il meglio del rock degli anni ’70, ed è una cosa curiosa, poiché siete diventati famosi negli anni ’80 e ’90. Venite da diversi background, data la vostra partecipazione in molte band diverse, come i The Scream o i Mötley Crüe. Qual è l’era con cui ti sentiti più connesso?
JOHN – Direi che, dato che sono stati i Mötley Crüe a lanciarmi, direi probabilmente i The Scream e gli Union, la combinazione delle due band. Con i Mötley Crüe si trattava di fare jamming, e abbiamo tirato fuori grandi cose, ma forse era roba più pesante di quella che avrei fatto da me. Perciò direi i The Scream, avevano un sound più blueseggiante.

I The Dead Daisies sono un collective che vede la partecipazione di alcuni dei migliori rockers del mondo, nato con l’intento di unire la scena australiana con quella di Los Angeles. Pensi che l’attuale lineup possa essere quella nuova o pensi che potrà ruotare di nuovo?
JOHN – Al giorno d’oggi è difficile con questo tipo di cose, perché so che molti fan si affezionano, molti di loro erano affezionati a Richard (Fortus, ex-chitarrista n.d.r.) e a Dizzy (Reed, ex-tastierista n.d.r.) quando erano con noi. Ma sono stati chiamati a fare cose ben molto più grandi… all’inizio di ogni anno ognuno di noi controlla i propri impegni, e si vede quando siamo tutti disponibili, e proviamo a tenere le cose così come stanno. Ma ragazzi come Doug (Aldrich, chitarrista n.d.r.), Deen (Castronovo, batterista n.d.r.) e Marco (Mendoza, bassista n.d.r.) ricevono chiamate ogni giorno per fare session works, tour e mille altre cose. Deen e Marco sono stati contattati per fare qualcosa con Neal Schon, ad esempio. Dipende dagli impegn di ciascuno di noi, mi piacerebbe che le cose rimangano così come sono ora, penso che a tutti piacerebbe, ma nessuno sa cosa accadrà.

Come vedi i The Dead Daisies fra cinque anni?
JOHN – Spero che suoneremo negli stadi in Europa (ride, n.d.r.), ma sai, è difficile. La differenza nell’industria musicale di oggi rispetto a quando ho iniziato è che non si vendono più tanti album. È difficile attirare gente ai live quando non ascoltano la tua musica. Qualche anno fa ho pubblicato il mio album acustico, e la casa discografica era molto entusiasta. Sai quanti dischi abbiamo venduto? Circa ventimila o trentamila. Ricordo che appena sono entrato nel mondo del business la gente toccava questi numeri in un giorno, al massimo in una settimana. Ora è tutto molto diverso. Però vorrei vedere la band continuare a crescere, e spero che tra cinque anni riusciremo a suonare negli stadi.

Quale pensi sia il momento più significativo della storia dei The Dead Daisies fino al giorno d’oggi?
JOHN – Forse quando abbiamo suonato a Cuba, è stato veramente divertente. Ma penso che il momento più significativo è stato circa un anno e mezzo fa, abbiamo partecipato ad un enorme festival in Olanda, il Woodstock, che è simile a quello di New York. È una cosa grandiosa, con ottima musica, dura tre giorni e ci va un milione di persone. Ci siamo andati ed avevamo un’orchestra di 63 elementi. È stato meraviglioso.

Parlando di Cuba, siete stati la prima band ad aver suonato lì legalmente. Che ricordo hai di questa fantastica esperienza? Ci sono alcuni particolari che vuoi condividere?
JOHN – A causa della storia che è intercorsa tra America e Cuba, sai, sono abbastanza un nerd per quanto riguarda la storia, mi interessava molto andare lì e vedere di persona. È stato fantastico, ho visto persone meravigliose, amichevoli ed aperte. Sono sicuro che ci sono anche persone cattive, ma quelle che abbiamo incontrato erano fantastiche e gentili, anche quando camminavamo per strada, tutti erano molto disponibili. Ovunque andavi, c’era musica! Blues, salsa, tutte cose molto diverse… e la cosa che ci è rimasta più impressa, dati i dissidi tra gli Stati Uniti e Cuba, è che tutti questi musicisti hanno molte difficoltà, ad esempio non tutti si possono permettere di cambiare le corde della chitarra, ho visto bassisti togliere di volta in volta le corde alla chitarra e metterle in acqua bollente per poi rimetterle nel basso. È una cosa impensabile in America… ma la passione non li spegne affatto. Semplicemente amano la musica, ed è qualcosa di fantastico. Sono cose che ti fanno pensare… ad esempio, qualche giorno fa ho urlato ad un tizio perché la mia birra non era fredda (ride, n.d.r.). Penso che dovremmo riflettere di più su certe cose. Quest’esperienza mi ha davvero aperto gli occhi. Se avete la possibilità di andare a Cuba, andateci. C’è tutto, la spiaggia, quello che vuoi, ed è tutto veramente economico. Ho preso un rum & cola, e l’ho pagato meno di un dollaro, lo stesso per il cuba libre. E ci siamo anche divertiti tantissimo.

Siete fondamentalmente una band non-stop. Avete pubblicato quattro album in tre anni, entrate in studio, ci state poco tempo e fate album fantastici, ricevendo ottime recensioni da tutti. Cosa vi aspettate dallo show di stasera? Qual è la vostra relazione col pubblico italiano?
JOHN – Amo venire qui, ovviamente perché le mie radici sono italiane, i miei nonni vengono dalla Sicilia e dalla Calabria. Sul mio computer ho un programma che mi insegna l’italiano. Forse è troppo tardi adesso, sai, ho 60 anni, alcune cose riesco a capirle, altre meno… perciò chiedo scusa agli italiani per il fatto che sono l’unica persona nella mia famiglia a non sapere l’italiano. Amo l’Italia, amo la passione degli italiani, il cibo, il vino… gli italiani mi sembrano molto spensierati! Un paio di volte sono venuto con gli ESP, e avevamo bisogno di un determinato tipo di amplificatori, di un determinato tipo di batteria, ci dicevano sempre “ok”!… poi se dicevo “questo non è l’amplificatore che ho chiesto” la risposta era “ma questo è un amplificatore! È un amplificatore! Va bene così!” Non so se capisci cosa intendo, per gli italiani può anche andare a fuoco una casa, ma prima fammi finire il mio vino. Ed amo questa cosa degli italiani! È così divertente. Quando hai a che fare con paesi come l’Italia, l’Inghilterra, la Germania, anche la Svizzera, ho amici lì che mi dicono: voi americani siete sempre così frenetici, avete ristoranti drive-through, bar drive-through, lavanderie drive-through, tutto è drive-through… dovete rilassarvi! Sedetevi, prendetevi un espresso, un po’ di vino! Parlate ai vostri vicini! E penso che qui in Italia, come in tutti i paesi più antichi, questa cosa c’è. Intendo: lavora duro, però da questo momento a questo momento c’è la pausa, e poi di nuovo da questo momento a questo momento lavoro duro di nuovo. Hanno un maggiore senso dei ritmi, gli americani ancora non l’hanno realizzato. Lo faremo, tra circa tre o quattromila anni. Se il riscaldamento globale non ci farà fuori prima. (ride, n.d.r.)

ringraziamo Ivan Spurio Venarucci per la gentile collaborazione.