TEMPERANCE – Sinergia globale

TEMPERANCE: INTERVISTA ESCLUSIVA A MICHELE GUAITOLI •

Il 2020 è stato un anno certamente da dimenticare, sotto tanti punti di vista, ma è stato anche un periodo piuttosto decisivo sotto altri aspetti. Contro ogni rosea aspettativa iniziale, molte band hanno dovuto reinventarsi per sopravvivere ad un evento così imprevidibile caratterizzato in particolar modo da una pandemia globale, tuttora in corso, che ha messo tutti quanti in ginocchio. Tra le tante band colpite da questa inevitabile fase, troviamo anche gli italiani Temperance, i cui piani sono decisamente saltati. La band, però, non si è persa d’animo e si è rimboccata le maniche per recuperare le spese perse durante il tour (saltato) con Tarja Turunen e si è dedicata anima e corpo alla realizzazione del suo primo EP acustico, “Melodies Of Green And Blue”, in uscita a breve su Napalm. Abbiamo voluto parlare di questa attuale release, che uscirà solamente in digitale, e di tutta la situazione abbastanza critica del mercato discografico (e non solo) in una lunghissima e dettagliata intervista condotta con un caro amico di Metalforce, il bravissimo Michele Guaitoli.

Ciao Meek e bentornato su Metalforce! Come sempre, è un grande piacere ospitarti! Come stai?
MICHELE – Tutto bene! A parte il fatto di non poter suonare dal vivo, ho avuto un sacco di lavoro ultimamente con lo studio, per cui da questo punto di vista va bene, insomma! Vorrei poter andare in giro…

A distanza di un anno dalla nostra ultima chiacchierata, ci ritroviamo qua per parlare della nuova uscita discografica dei Temperance, “Melodies Of Green And Blue”, in uscita a brevissimo per Napalm Records. Innanzitutto verrebbe spontaneo chiedere: come mai avete deciso di dare alle stampe questo EP acustico ad un solo anno dalla pubblicazione di “Viridian”?
MICHELE
– Principalmente è stata la situazione che ci ha fatto fare questa cosa, con queste tempistiche! Mi riferisco, ovviamente, alla pandemia e via discorrendo… Chiaramente noi ci siamo visti sfilare dalle mani… anzi, in realtà per quanto io fossi in tour con i Visions, i Temperance stavano partendo e hanno fatto le prime quattro date del tour di Tarja nello stesso identico periodo, mentre io ero negli Stati Uniti. Il tour è saltato dopo le prime quattro date e tutta la promozione di “Viridian” è stata inesistente, non c’è stata, perché tra il boom della pandemia in quel momento e, giustamente, l’attenzione che è stata focalizzata su tutt’altro e l’impossibilità di fare concerti dal vivo, è successo che “Viridian” è stato offuscato da queste situazioni, come praticamente tutti i dischi che sono usciti nei primi due/tre mesi del 2020. Non siamo l’unica band che ha risentito di questa problematica dal punto di vista della promozione! Oltre a questo fattore, si è prospettato un anno per tutte le band, praticamente, è stato silenzioso, è stato muto dal punto di vista di attività… quindi, come tanti, ci siamo trovati a dire: “Beh, che facciamo adesso?”. Siamo rimasti a casa, senza concerti, senza la possibilità di fare nulla, quindi se da un lato la creatività, magari, ne ha guadagnato – perché io sono convinto che nel 2021/2022 usciranno dischi bellissimi, perché tutti quanti essendo stati a casa, senza altri pensieri, hanno potuto concentrarsi sulla musica – mentre dall’altro lato, non fare nulla di nulla sarebbe stato come mettere in stand-by la band, praticamente! Noi Temperance abbiamo optato per fare un disco acustico, visto che era un po’ un sogno nel cassetto che avevamo…  però se ti fermi a fare una riflessione su questa cosa, praticamente ogni band ha fatto qualcosa: c’è chi ha buttato fuori un DVD dal vivo, chi, come noi, ha fatto un disco acustico, c’è chi ha rilasciato dei singoli isolati, però tutti, fermati dall’attività dal vivo, hanno cercato di trovare una seconda soluzione per mantenere la band viva, più che altro perché oggi, come avrai letto su mille interviste, se non tieni attiva la band in qualche maniera, finisci nel dimenticatoio perché la vita ha questi ritmi elevatissimi! C’è chi ha fatto concerti dal vivo, in streaming ovviamente, però in Italia una cosa così è infattibile! È totalmente impossibile per via del distanziamento. Questi concerti dal vivo, spesso, li hanno fatti band che vivono in paesi dove sono tutti nello stesso paese o nella stessa città, quindi è stato fattibile, o dove il problema del distanziamento sociale non era così sentito in un primo momento.

Devo dire che è strano vedervi in una veste totalmente acustica, anche se io, personalmente, amo molto l’ambiente unplugged. Non so te, ma io lo vedo come un qualcosa di impalpabile, di intimo, delicato… e sono fortemente convinta che i brani ri-arrangiati in chiave acustica abbiano sempre un qualcosa di magico. Cosa puoi dirci del ri-arrangiamento di queste tracce? Come vi siete nel reinterpretare le vostre canzoni in una chiave totalmente diversa?
MICHELE – Devi sapere che i pezzi che noi scriviamo come Temperance, in realtà, il 90% dei pezzi li scrive Marco a livello di musica, mentre i testi li scriviamo io ed Alessia principalmente, poi ovviamente ci sono i casi particolari, scritti da Marco o, al contrario, ci sono brani che ho scritto io, come può essere “Gaia”, tratta da “Viridian” stesso. Tutti questi pezzi nascono generalmente in acustico, nel senso che le prime demo che ci passiamo vedono Marco alla chitarra e me al pianoforte, quindi l’incipit di quasi tutti i nostri brani è quello che poi tu vai a sentire in queste versioni, un pochino migliorato e presentabile, perché se ti facessi sentire le demo che ci mandiamo, ovvero le versioni embrionali, ci sarebbe davvero da ridere. Se da un lato, quindi, tu dici che è una cosa un po’ più intima, un po’ più spoglia, magari spogliata di alcuni elementi rispetto alle versioni originali, in realtà per noi è un ritorno all’origine del pezzo. Non è stato così strano, non è stato così particolare, oltre al fatto che avevamo fatto già degli esperimenti, perché per esempio, già dopo ‘Viridian’, avevamo fatto un micro live di quattro o cinque pezzi in uno studio qui ad Udine, pubblicato da Napalm su Youtube, dove c’erano quattro o cinque pezzi di “Viridian” fatti in acustico; in più, negli ultimissimi concerti, quelli in Italia in particolare, ovvero quelli tenutisi al Legend di Milano e all’Astra Club di Pordenone, avevamo fatto una specie di mini show in acustico gratis per dieci fan selezionati prima del concerto, quindi, anche in questo caso, non è stato molto particolare, perché è una cosa per la quale eravamo già stati portati naturalmente prima del disco. Ti confesso che, forse, questi fattori sono le cose che ci hanno dato un po’ la conferma per poi andare a fare il disco acustico, piuttosto che altro in questo periodo, proprio perché avevamo già esperienza sul campo ed era qualcosa che ci piaceva e che piaceva anche a chi ci segue.

Il colore è un elemento, a mio avviso, essenziale per la band. Se ripenso a tutte le copertine degli album c’è sempre stata una cromia molto forte, con colori molto accesi, saturi. Mi viene in mente, appunto, “The Earth Embraces Us All” o anche “Limitless”. C’è sempre stata una forte predominante di colore nei vostri album e anche quest’ultimo EP non è esente, infatti, da tanta saturazione. Che cosa ci puoi dire in merito?
MICHELE
– In realtà, il primo disco era più sul viola andante, poi c’era “Limitless” che era sul blu, “The Earth” tornava al viola e al rosso super acceso, “Jupiter” è palesemente arancione, “Viridian”, ovviamente, è verde e “Melodies Of Green and Blue” è estratto da “Viridian”. È proprio ispirato a questo verde veronese che, per noi, è proprio una miscela tra verde e blu. A me piaceva perché, per quanto più verde è comunque un derivato tra verde e blu, quindi essendo “Melodies Of Green And Blue” la versione scissa di “Viridian” in versione acustica, abbiamo voluto anche nel titolo scindere i due colori, appunto, facendo questo gioco di parole. Effettivamente, però, me lo stai facendo notare tu, a dirti la verità! È una cosa che è veramente ricorrente nei Temperance, c’è un singolo che si chiama “Paint The World” in questo EP dove è presente questo fattore. Mi viene anche in mente che in “Scent Of Dye”, sempre in “Viridian”, c’è una frase del testo che parla di un altro colore, dell’indaco, per cui ti confesso che è abbastanza spontanea come cosa! Non ho mai fatto questa riflessione prima, me la stai facendo fare, per l’appunto, te, però è vero! Probabilmente la spiegazione che ti do è che, comunque, nella musica l’associazione tra suoni e colori è una cosa che è molto spontanea: basta pensare alla parola “blues”, per dire. È la forza che ha il colore blu nella musica stessa! Quando faccio questo discorso, mi viene sempre da ridere perché c’è una puntata di “Heroes”, il telefilm, in cui si parla della sinestesia, dove fanno dei giochi fantastici tra le note suonate da alcuni strumenti e partono queste linee colorate. Questo è un concetto che mi ha sempre affascinato tantissimo e ci trovo un sacco di verità in questa cosa. Trovo che ci sia un sacco di associazione tra suoni e colori, quindi probabilmente noi siamo vittime inconsapevoli, in positivo, di questa sorta di “attacco sinestetico”.

Parlando della tracklist dell’EP, come avete strutturato  la scelta dei brani? Vi siete affidati ai pezzi che meglio si sposavano al contesto acustico o, al contrario, avete agito più di cuore, come si suol dire, e avete optato per le vostre tracce preferite?
MICHELE
– Sono otto pezzi, di cui sei sono tratti da “Viridian”, nel senso che noi, per scelta, proprio per una affiliazione con la nostra label attuale, abbiamo scelto di fare soltanto brani dal disco uscito con Napalm, ovviamente. Oltre a questo, abbiamo aggiunto due brani nuovi, “Evelyn” era già nell’aria quando abbiamo scritto “Viridian” e un altro è stato fatto appositamente per l’EP. Per quanto riguarda la selezione vera e propria dei pezzi, semplicemente abbiamo valutato i brani che sarebbe stati comunque efficaci, dal nostro punto di vista ovviamente, in maniera acustica, perché se pensi, ad esempio, a “Mission Impossible”, dove l’aspetto ritmico e quello armonico delle strofe in acustico non avrebbe reso alla stessa maniera… poi, magari, ci sbagliamo! (ride, ndr). Non abbiamo fatto “Viridian” in versione acustica, ovvero la titletrack, però mi ricordo di un video o una storia che aveva postato Gabriele Gozzi su Facebook, in cui la suonava e l’arrangiava in acustico che a me era piaciuta tantissimo! Chiamiamola “una delle escluse”, non perché non sia possibile, ma perché semplicemente dal nostro punto di vista questi brani avrebbero reso meglio la forma concisa, ecco. Sai, in realtà quando i brani sono melodici, quando non sono black metal sostanzialmente, puoi fare più o meno tutto in acustico!

Come piccolo antipasto di questo EP, avete presentato i primi due singoli, ‘Start Another Round’ e l’inedito ‘Evelyn’. Come sono stati accolti?
MICHELE
– Beh, un po’ di persone – ovviamente non stiamo parlando di numeri infiniti – ci hanno scritto dicendoci: “Ma sapete che vi preferisco di più in questa maniera, piuttosto che in elettrico?”. Questa cosa ci ha fatto un po’ sorridere, ovviamente, perché sicuramente presentare i brani in questa maniera apre un po’ alcune porte, ti apre un tipo di pubblico che, magari, il metal o suoni un po’ più distorti non li digerisce o perché, semplicemente, è più schierato da una parte che dall’altra. Devi, comunque, fare una riflessione sul fatto che quando ti proponi in acustico, bene o male proietti già la gente verso determinati tipi di sound, quindi chi ti segue o chi non ti segue sa che andrà ad ascoltare una versione acustica e, per quanto sia “più soft”, spesso viene apprezzata in maniera un po’ più aperta anche da chi, magari, il genere proposto dai Temperance non lo apprezza. Ti faccio un esempio: se Ihsahn domani facesse un disco acustico, il black metallaro non si pone il problema che non c’è il blast beat o non c’è la parte super prog o quella super estrema perché entri già nella mentalità acustica! Da questo lato, quindi, il feedback è stato molto, molto buono; dall’altro lato, ovviamente, essendo comunque un “lato B” della band stessa non ci aspettavamo – e ovviamente non ci sarà immagino, per quanto io me lo auguri sempre – realisticamente parlando non ci sarà lo stesso tipo di feedback rispetto alla release di un disco nuovo o, comunque, di un disco elettrico in generale, non soltanto nostro, intendo! Essendo questo un disco acustico, noi ci aspettavamo una risposta minore rispetto a quella elettrica. Attualmente è ovviamente così, ma è perfettamente in linea con le aspettative nostre e dell’etichetta, soprattutto considerato il momento e basti anche che pensi al fatto che il disco non uscirà in versione fisica, ma soltanto in digitale, proprio perché è nelle nostre aspettative che sia un’uscita – non vorrei definirla “di serie B”, perché non lo è però non è principale! Mi viene da etichettarla così.

In merito al primo inedito, devo dire che mi è piaciuto il fatto che abbiate voluto parlare di un argomento di cronaca ancora oggi molto misterioso. “Evelyn” è ispirato alla tragica scomparsa di Evelyn McHale, una ragazza che il 1 maggio del 1947 si buttò dall’86esimo piano dell’Empire State Building di New York. Vorrei chiederti, innanzitutto, cosa vi ha spinto a dedicare un bellissimo brano – a mio avviso – a questo fatto di cronaca, per l’appunto, e quale sensazione avete avuto appena avete saputo di ciò che la stampa definì “il suicidio più bello”…
MICHELE
– Noi ci troviamo spesso, ultimamente, in queste situazioni  o almeno, io ti parlo della mia esperienza in merito nella nuova ondata dei Temperance, nella seconda era, ovvero il “dopo Chiara e Giulio”, quindi mi riferisco all’entrata di Alessia e me. Capita spesso che ci sia un fatto quotidiano o un libro, piuttosto che una serie o un qualsiasi elemento della cultura moderna – chiamiamola così – che ci colpisce, che ci ispira, dal punto di vista dei testi. Basta che pensi che “Mission Impossible” è basata sui film, in passato c’era “Mr White” che era ispirata ad una serie tv americana, chiamata “Breaking Bad”, o “Advice from a Caterpillar” che era ispirato ad Alice Nel Paese Delle Meraviglie. Ci sono altri brani, appunto, tratti o meglio ispirati ad alcuni libri che abbiamo letto, alcuni eventi quotidiani che abbiamo letto e la stessa cosa è successa per “Evelyn”. Marco è rimasto molto colpito da questa storia e ha dato lui l’incipit, affinché la traccia parlasse, fosse argomentata da Evelyn McHale, dalla sua storia. In realtà su questo noi non ci poniamo dei limiti, non facciamo delle scelte a tavolino, ma siamo molto aperti a ciò che ci succede perché, come te, siamo affascinati sostanzialmente da ciò che ci succede attorno… magari ti dico una cosa assurda, però può succedere che domani Elon Musk fa una cosa fantastica, come lo sbarco su Marte, e noi ci lasciamo ispirare e ci diciamo: “Figo, facciamo un testo su questa cosa”, perché siamo molto sul pezzo e siamo interessati a ciò che succede intorno a noi. Per quanto riguarda “Evelyn” in sé e per sé, la storia è ovviamente molto particolare, è anche molto attuale, se ci pensi! Lei era super collegata all’immagine di gioventù di se stessa e basta che pensi a quanto oggi – lascia perdere il discorso legato alla chirurgia plastica – ma pensa ai filtri Instagram, pensa alle foto, ai social, dove ognuno cerca sempre e solo di far vedere il meglio del meglio, dove magari hai cinquantenni che sembrano trentenni o trentenni che cercano di far vedere solo un lato di sé stessi/e, perché l’altro non va… Pensa a quanto siamo legati all’immagine e lei già negli anni ’40 era legata a questo concetto, quindi in realtà era una avantguardista! (ride, ndr).

Vorrei ora aprire una lunga parentesi per quel che riguarda il capitolo live. So che, a causa del tour che hai avuto con i Visions Of Atlantis, non hai preso parte alla leg europea lo scorso marzo che ha visto la band condividere il palco con la grande Tarja Turunen per sole 4 date. Al tuo posto è subentrato Gabriele Gozzi dei Vitriol. So che è da molto tempo amico della band ed era la scelta più papabile per rimpiazziarti in questa occasione. Che cosa ci puoi dire in merito?
MICHELE
– Con Gab siamo amici da parecchio tempo, ma con tutta la band, non soltanto io e lui direttamente, ma anche con Marco e gli altri! Come dici tu, è stata una scelta naturale anche perché sai bene che quando tu vai a cercare qualcuno per fare una sostituzione in un contesto di questo tipo cerchi anche un rapporto umano, prima di tutto, oltre che professionale… Oltre ad essere un super cantante, è bravissimo e per quanto siamo diversi vocalmente parlando, poiché la sua vocalità è più leggera e molto più sottile dal punto di vista armonico, abbiamo due voci che sono poco catalogabili. La sua voce è molto bella perché è super acuta ma molto limpida, molto brillante, mentre io sono un po’ più “metallaro”, sono più per i vibrati, gli acuti spinti e cose di questo tipo. Al di là di questa diversità, siamo molto simili dal punto di vista di mentalità, di gusti stilistici, per cui non c’è soltanto una amicizia umana, ma anche una stima professionale che, secondo me, è un altro elemento importantissimo in questi casi! È venuto, quindi, veramente naturale andare a bussare alla sua porta, dal momento in cui c’è stato bisogno di qualcuno per prendere cambi. Questa non è un’altra novità nei Temperance, perché comunque quando abbiamo fatto il passaggio di formazione, quindi quando siamo entrati io e Ale, ci siamo tutti quanti ripromessi di avere la band come priorità assoluta rispetto al nostro interesse personale, quindi con meno romanticismo ci siamo detti che quando capitano occasioni valide, in cui la band può guadagnarne a posteriori dal punto di vista di immagine o di percorso professionale, abbiamo deciso di non essere chiusi sulla questione formazione, perché la sostituzione al giorno d’oggi non è più un tabù come poteva esserlo vent’anni fa! Io credo che, a parte Alessia, tutti quanti siamo stati sostituiti almeno una volta in questa nuova “ondata di band”, abbiamo fatto due concerti con Marco Salvador, per esempio, dove una volta ha suonato il basso, una volta ha suonato la chitarra… persino Marco non c’è stato una volta! Marco e Luca sono i due elementi fondatori e gli unici ad essere rimasti sin dall’inizio della band, per cui se anche loro sono stati sostituiti, sostituire me è stato l’ultimo dei problemi in quest’ottica, soprattutto nell’ottica in cui si andava in tour con Tarja. L’altra opzione che a quel punto poteva esserci era di non portare nessuno, quindi semplicemente non avere me, non avere il secondo cantante maschile e andare in formazione soltanto con Ale e Marco. Anche qui, per coerenza, per una questione di come viene presentata la band, abbiamo comunque scelto di prendere qualcuno e dare il mio ruolo in maniera che il gioco di armonie – che è un po’ il potenziale della band in questo momento, ovvero l’elemento caratterizzante – venisse rispettato, quindi sì, è stata una cosa naturale. Inevitabilmente, vista la nostra situazione, questa cosa capiterà di nuovo, per quanto nessuno ne goda, ovviamente. È inevitabile, specialmente quando hai per le mani più progetti, purtroppo capita che le due cose si accavallano e, in quel caso, ovviamente si diventa politica, nel senso che la band che sulla carta ha un’importanza maggiore deve inevitabilmente aver la priorità.

Durante la leg europea dei Temperance, so che, invece, sia tu che i Visions Of Atlantis avete subito un bel colpo a causa, appunto, della pandemia e vi siete trovati in guai seri. Non solo siete stati costretti a cancellare un tour ma siete addirittura rimasti bloccati con i voli, i permessi e tutto quanto. Che cosa puoi condividere di quella brutta esperienza e che cosa hai imparato, in parte, da questo brutto episodio?
MICHELE
– Noi eravamo negli Stati Uniti e, semplicemente, siamo passati per il Messico perché era l’unica maniera per tornare a casa, perché i cittadini europei non potevano volare negli Stati Uniti. Non potevi nemmeno passare per un aeroporto, perché non ti permettevano di prendere e andare. Dovevi andare in ambasciata, fare una richiesta speciale, quindi sarebbe stato disastroso! La cosa che abbiamo imparato tutti è che può davvero succedere la cosa più imprevedibile dell’impossibile, non puoi dare veramente nulla per scontato! Io ho letto un sacco di post di musicisti che hanno detto: “Noi ci abbiamo messo quindici anni per iniziare a fare qualcosa, ci abbiamo messo anni e anni di sacrifici ma chi poteva prendere una pandemia?” ed, effettivamente, chi diavolo poteva aspettarsi una situazione del genere? La prima cosa che chiunque ha imparato in questo contesto è che l’imprevedibilità della vita è veramente folle, pazzesco! L’altra cosa che si è imparato in questa fase, secondo me, è il reinventarsi. Ammesso che il musicista si reinventa in altre forme dalla nascita, perché è un ambiente, quello musicale, in cui riuscire a raggiungere una stabilità e professionalità è difficilissimo! Mi viene da dire che è un po’ come lo sport, con la certezza che sai che se inizi a scalare, poi un pagamento, una quota o una stabilità economica la puoi raggiungere; nel campo della musica, oggi ci sei, domani chi lo sa e questa è una cosa che sai dall’inizio. Spesso, secondo me, viene sottovalutata, perché tanti musicisti magari non si pongono questo problema, perché magari a 30/35 anni dovrai mantenerti e cercare di far stare in piedi dal punto di vista economico, perché è inevitabile. Quando sei giovane, magari si pensa che una persona si sia venduta o abbia fatto questo, lo dico per scherzo ma con un velo di serietà. Tante volte capita che, per poter stare in piedi dal punto di vista economico, devi scendere a compromessi e devi fare delle scelte, altrimenti non ci campi. Non siamo più negli anni ’80, dove se facevi successo, facevi successo davvero! Oggi è difficile e chiaramente il fattore pandemia è stato veramente devastante perché, comunque, la sussistenza di molti musicisti viene data dall’attività dal vivo; non potendola fare, c’è chi, per esempio, si sente fortunato. Io mi sento così in questo caso, perché, oltre a suonare dal vivo, ho uno studio di registrazione, però in quanti siamo così? Ci sono io, c’è Simone Mularoni, che è il primo nome che mi viene nell’immediato, che è un’altra persona che vive di studio oltre che all’attività dal vivo… poi ci sono i featuring, dove ci sono un sacco di musicisti che vengono chiamati per fare altri progetti o per fare i “turnisti”. Penso, ad esempio, a Giorgio Terenziani, Viossy, tutta gente che fa un mare di dischi perché, appunto, da chitarrista o da bassista, come i tastieristi ovviamente, tutti gli strumentisti non cantanti hanno un sacco di porte aperte per progetti, perché ovviamente tu puoi fare il disco come ospite e, non essendo l’elemento che viene riconosciuto dalla maggior parte della gente in quanto cantante, è più facile! Oltre a questi aspetti, però, diventa veramente difficile riuscire a trovare degli introiti, dei ricavi fissi, quindi con la pandemia questa cosa ha stroncato le gambe a tantissimi che hanno dovuto trovare il modo di reinventarsi. Non so come sia andata a molti, ma so che la reinvenzione, il trovare delle alternative o altro da fare è una cosa fondamentale. C’è chi è finito su Twich, c’è chi è finito a fare un altro tipo di influencing, cercando di avere i patreon che stanno andando di moda tantissimo in questo momento, però sono cose che, purtroppo, diventano abbastanza inevitabili. Se uno vuole fare il musicista a tempo pieno, deve trovare il modo di stare in piedi!

Se non erro, anche in quell’occasione i fan vi hanno, comunque, sostenuto con la campagna di raccolta fondi… insomma, so che avete un bel rapporto con la fanbase, già da questo si capisce il sostegno che arriva quando meno te lo aspetti…
MICHELE – Sì, sì, è successo sia con i Temperance, che con i Vision! Diciamo, però, che per entrambi i casi è stata una vendita di merchandise, nel senso che con entrambe le band avevamo ovviamente tutto il merch preparato per la tourneé, che, purtroppo, è andato invenduto. Non potendo fare i live, non abbiamo potuto vendere le magliette del tour, i dischi che avevamo preso apposta. Non so se sai come funziona, ma quando tu vai in tour, compri un certo numero di dischi dall’etichetta, che sono poi i dischi che vai a rivendere durante i concerti. Si tratta perlopiù di dischi, anziché vinili o earbook, tutto il campo merch lo vai ad acquistare dall’etichetta e lo vai poi a rivendere, però non è che la compagnia ti viene a dire: “Guarda, te li regaliamo, ciao”. No, ovviamente come per qualsiasi band, anche noi abbiamo fatto un acquisto iniziale con quello che poi vai a rivendere durante il concerto dal vivo; di conseguenza, copri la spesa fatta e vai poi in guadagno che è a beneficio della band. Ci mancherebbe altro, però non è una band fa i dischi e l’etichetta te li da gratuitamente e tutto quello che guadagni lo ottieni tu. No, non funziona ovviamente in questa maniera. Cosa succede, quindi? Andando in tourné, anzi, saltandola, tu hai fatto l’investimento iniziale, quindi sei andato in perdita, e soprattutto, nel caso dei Vision e anche dei Temperance, devi mettere in conto le spese per i viaggi. In Spagna, i Temperance hanno dovuto anticipare le spese per un minivan, così come per i voli per andare e tornare dagli Stati Uniti, sono tutte spese che vanno messe in conto. I Visions lo hanno detto apertamente, i costi sono ammontati a circa 25 mila euro, che sono andati in perdita totale, mentre con i Temperance una buona quota è stata minore perché il tour era in Europa, ma anche lì c’è stata un’ingente perdita iniziale. Chiaramente trovandosi in questa situazione e con del merch in mano, l’idea per entrambe le band è stata quella di vendere questo merchandise, quindi con i VOA abbiamo sfruttato una piattaforma di crowdfunding per il semplice fatto che, essendo una cifra così grande, era molto più facile gestirla lì, mentre con i Temperance non abbiamo fatto nessun tipo di raccolta fondi. Non che io sia contrario eh, per essere chiari sulla cosa, ma ci siamo semplicemente detti che c’era il merchandise del tour e chi voleva supportarci, ci avrebbe aiutati a rientrare delle spese, perché noi avremmo dovuto rifarci di quei soldi con le vendite nei concerti dal vivo. Effettivamente, sia con una che con l’altra band, siamo riusciti a rientrare totalmente dell’investimento fatto, grazie al supporto che ci è stato dato dai fan! Nel nostro caso, però, abbiamo dato qualcosa, perché questo è un elemento che è stato spesso discusso, se noi avessimo fatto una maglietta nuova o un disco nuovo e l’avessimo venduto semplicemente online, sarebbe stata la stessa cosa… Non è che siamo andati a chiedere delle donazioni gratuite senza dare nulla in cambio, che è stato un po’ l’elemento discusso in alcuni casi durante questa pandemia, perché tutte la band hanno avuto delle spese ma alcuni sono stati criticati perché hanno fatto una richiesta di donazioni senza dare nulla in cambio. Una domanda che spesso mi hanno fatto tantissimi intervistatori durante la fase di pandemia è stata questa e io sono dell’idea che dare qualcosa in cambio sia una cosa importante. I soldi hanno un valore per tutti, sia per la band che li ha persi, sia per il fan che, comunque, compra qualcosa, per cui è giusto, secondo me, che la band dia qualcosa in cambio, dal momento in cui c’è un crowdfunding o qualcosa di questo tipo… Che si tratti di una prestazione, una performance, un anticipo di un disco che poi viene dato gratuitamente, i testi scritti a mano, secondo me ci deve comunque essere uno scambio, altrimenti si chiede una donazione un po’ ambigua!

La pandemia, purtroppo, ha bloccato nuovamente anche il tour europeo della band: infatti, proprio qualche mese fa vi sareste dovuti esibire in Europa e anche qui in Italia con gli Ad Infinitum e, in seguito, è stato annunciato anche un tour con Leaves’Eyes. Attualmente non si è capito se le date precedenti verranno recuperate o se saranno cancellate definitivamente. Ci potresti fornire qualche aggiornamento?
MICHELE
– Premesso che attualmente è tutto confermato, almeno le attuali date pubblicate, devo dire che la tourneé di Tarja è stata spostata due volte… Inizialmente si sarebbe dovuta svolgere in questo periodo ed è stata poi spostata al 2022, idem come quasi tutte le altre band. I Visions avrebbero avuto un tour ad aprile ed è stato spostato prima a settembre 2020, poi a settembre di quest’anno. Rimane tutto in forse, attualmente come fai a dire: “Sì, siamo sicuri che succederà?”. Non si può e penso che sia più che comprensibile! Io posso dirti che un dato positivo è che, finalmente, i contagi stanno calando, probabilmente per il vaccino o, forse, l’evoluzione in sé della pandemia… però se ci facciamo caso, i dati globali di infezione per la prima volta, nelle ultime due o tre settimane, stanno andando in discesa. Questo è sicuramente di buon auspicio! Alcuni festival in questo momento stanno parlando della possibilità che vengano fatti, l’Hellfest in questi giorni dovrebbe confermare o meno l’evento, ma sono tutte supposizioni. Noi attualmente abbiamo una nuova tourneé confermata, ovvero quella dei Leaves Eyes ad autunno di quest’anno, per cui sembra che la volontà di pensare ad un futuro abbastanza prossimo ci sia. Realisticamente parlando, ovviamente per quanto la mia speranza sia che succeda tutto quanto, la mia idea è quella di rimanere sempre sull’attenti, non sul chi va là. Sugli eventi minori sono stato abbastanza fiducioso, intendo eventi con due, trecento, quattrocento persone, perché comunque con il distanziamento, le mascherine e tutto quanto sono cose che potrebbero essere effettivamente fattibili per l’autunno, laddove il vaccino fosse efficace e la gente si vaccinasse, ovviamente. Questo è un po’ l’elemento determinante, per cui al di là del vax no vax, politica, problematiche e via discorrendo, quello che conta è che ci sia una maggior quantità di soggetti a rischio che vanno ad essere protetti. Nel momento in cui questa cosa succede, si riaprono un sacco di porte per le varie attività ed uno può anche dire di non volersi vaccinare perché non gliene frega niente, però se non sei un soggetto a rischio e vai ad un concerto e te lo prendi, sicuramente la mortalità, il rischio di mortalità è minore rispetto a chi, magari, ha nonni non vaccinati e possono prenderselo a causa dell’incuranza altrui. Effettivamente ci sono dei soggetti che sono più a rischio che chiaramente, come per l’influenza, il vaccino lo fanno e ci sono altri che, invece, se ne fregano, per cui l’elemento determinante è quanto la popolazione sarà immunizzata nei confronti del virus e questo, per la musica, è fondamentale, perché senza questo fattore non si può assolutamente parlare di ripresa dei concerti.

Vorrei concludere questa nostra intervista con un tuo punto di vista in merito all’anno appena vissuto, essendo tu uno dei musicisti più bravi e – diciamocelo – rappresentativi della scena metal italiana degli ultimi anni. Avendo vissuto, inoltre, sulla tua pelle questa bruttissima esperienza legata alla pandemia globale, immagino che avrai avuto anche modo di confrontarti con tantissimi altri musicisti che, in qualche modo, si sono visti costretti a cancellare i propri tour o addirittura rimandare le uscite discografiche. Per chi “vive fuori” da questo ambiente, forse, vi è un’idea diversa. Durante il corso dei mesi scorsi, mi è capitato di leggere moltissimi commenti negativi, del tipo: “Ma sai che je frega alla band di perdere x mila euro, quando dietro hanno l’etichetta che paga tutto?”, o ancora “Capirai, si rifaranno delle perdite con qualche campagna e il gioco è fatto”, magari non capendo realmente quanto lavoro occorra per mettere in piedi un tour grosso, che esso sia europeo o statunitense, come nel vostro caso. Tantissimi musicisti, come ad esempio gli Imperial Age, i Sonata Arctica, gli Insomnium e molti altri, hanno pensato di fare dei concerti in diretta live streaming, offrendo la possibilità di fare qualche donazione, come nel caso dei russi, o pagando semplicemente un e-ticket dal contributo decisamente irrisorio. Ad ogni modo, il settore è stato decisamente penalizzato nel corso di questi 12 mesi e, ancora oggi, non ci sono molti risvolti a riguardo. Quale è il tuo pensiero??
MICHELE
– Diciamo che hai aperto un bel po’ di parentesi e bisognerebbe analizzare le cose separatamente, perché un discorso è il concerto in live streaming in assoluto, anche quando dici “dal vivo” tante volte viene trasmesso in un momento ma il concerto viene registrato prima, proprio perché registrare un concerto dal vivo vero e proprio senza pubblico non ha la semplicità a cui si pensa. Serve un team di operatori che, col covid e con la situazione generale, non si può mettere in piedi semplicemente, con operatori che girano sul palco, senza mascherina e via discorrendo… Molti dei concerti che sono stati visti in streaming non lo sono, non sono in diretta, però sono stati comunque registrati dal vivo, ovvero la band era lì, ha suonato da capo a coda, ha buttato fuori il concerto… è un po’ come se fosse dal vivo, ma trasmesso in differita. Occhio alla definizione, che secondo me è importante! Al di là di questo dettaglio, il concerto dal vivo buttato online, secondo me, è una cosa che diventerà abbastanza standard in futuro, proprio perché come lo smartworking ha aperto porte, Spotify ha aperto questa cosa con la musica poco fa, dove noi paghiamo un abbonamento e tu puoi accedere a tutta la musica che c’è nel mondo, sostanzialmente, grazie ad una piattaforma che, comunque, paghi! La band che va a fare un concerto, comunque, ha dei costi vivi per l’organizzazione del live stesso e quando tu vai a fare una performance, che sia dal vivo o meno, che sia su Spotify o che sia come l’abbiamo conosciuta fino all’anno scorso, è giusto che ci sia un servizio che venga pagato. Il concerto lo paghi, il biglietto del concerto sostanzialmente lo stai andando a pagare ed il fatto che tu lo segua online, secondo me, è abbastanza ininfluente, ovviamente se i costi sono bilanciati! Se un domani gli Iron Maiden facessero un concerto dal vivo, io sarei il primo a pagarlo, così come ne ho pagate un sacco di esibizioni in streaming. Ho visto Leprous, mi sono visto un paio di volte Devin Townsend, Katatonia… ci sono stati un sacco di eventi di questa fase dove io, personalmente, sono andato ad acquistare perché volevo vederli, ma l’avrei fatto anche al di fuori della pandemia, probabilmente, perché mi piace l’idea di andare a vedere una band che, forse, non posso vedere per altri motivi. Magari perché sono io stesso in giro o perché in quel momento non potevo andare al concerto… In realtà questa cosa apre un sacco di porte, perché ovunque io sia nel mondo, fai finta che un fan dei Temperance sia in India, difficilmente la band riuscirà a suonare là, per quanto potrebbe essere bellissimo, o in Cina piuttosto che in Brasile dove non siamo mai stati, o ancora negli Stati Uniti, dove siamo stati una volta… Il fatto di poter vedere un concerto da qualunque parte del mondo allo stesso orario non è una cosa da sottovalutare nel mondo del mercato della musica dal vivo! Secondo me sarà una cosa che andrà molto e, grazie alla pandemia, quello che succederà spesso e volentieri, magari anche in concerti veri e propri, verranno venduti online dalle band, anche se trovo assurdo giustificare il fatto che sia a pagamento, perché è un concerto! Io da musicista non ci vedo una cosa strana e non vedo, invece, il perché debba essere gratuita! Noi comunque stiamo offrendo un servizio e per offrirlo, appunto, ci sono dei costi, oltre al fatto che, essendo una performance, se questa non viene gratuitamente lasciata dalla band – cosa che, secondo me, diventa eventualmente un regalo, in questo caso – è comunque parte del mercato discografico. La vera domanda dovrebbe essere: “Perché lo fanno gratis?” o meglio, sarebbe da apprezzare il fatto che ogni tanto qualche band butta fuori un concerto gratuitamente, però come la vendita dei dischi è crollata, così come quella dei DVD a favore di Spotify per ascoltare la musica, piuttosto che Apple Music o Amazon o altro, alla stessa maniera il mercato del supporto video sta crollando! Non ci sono più, ovviamente, le videocassette, ma anche i DVD/Blu Ray, stanno crollando a favore del mercato digitale, dove tu, appunto, vai a fare la vendita video online. Non esiste attualmente una piattaforma che raggruppa tutti quanti i concerti video, una sorta di Spotify video, un Netflix della musica dal vivo. Questo non esiste, perché appunto la band va a vendere il suo concerto dal vivo privatamente, però il futuro, anche sotto questo punto di vista, sarà quello! È come il film che, appena uscito su Netflix, lo paghi sei o sette euro su Amazon Prime, ti faccio un esempio: sono tre anni che vorrei vedere “A Star Is Born” e non posso. O lo scarico illegalmente, ma non voglio, oppure devo aspettare che arrivi su Netflix o vado a comprarlo su Prime e lo stesso succederà per i concerti, secondo me. La band farà un concerto nuovo e lo venderà online tramite la piattaforma di vendita video che oggi non esiste, ma domani magari sì o tramite i canali della band stessa, per cui sì, non ci vedo nulla di male da questo punto di vista. Trovo che sia una naturale evoluzione del concetto di band. L’altra micro parentesi è quella relativa ai costi: il fatto che si dica che la band tanto ci rientra o che ha l’etichetta che paga è semplicemente disinformazione nell’underground, perché spesso si parla poco di questi fattori e il rapporto tra band e pubblico non è quasi mai chiaro su queste cose. Anche l’artista più grosso – e che sia chiara questa cosa – non è che l’etichetta gli regala dei soldi, la famosa “advance” si chiama così perché l’etichetta anticipa dei soldi alla band che, poi tramite le vendite, va a ripagare e guadagnare. Se i Temperance, ad esempio, domani facessero un disco, Napalm Records darebbe un’advance, ovvero una quota che l’etichetta da in anticipo alla band per coprire delle spese (mixaggio, produzione video, realizzazione della copertina, promozione online). A volte le etichette, specialmente quelle più grosse, contribuiscono anche con delle ‘advance’ per i tour, però questi non sono soldi a fondo perso, ovvero non è che l’etichetta ti da 20 mila euro e questi diventano della band e chi si è visto, si è visto! Sono soldi che vengono dati in anticipo dall’etichetta e che la band, tramite le vendite nel tempo, va a ridare all’etichetta stessa, quindi un disco di successo che vende, magari, 50mila copie, ne guadagna vendendole a 10 euro, di questi 500 mila euro, quei 20mila tornano all’etichetta. Il resto, invece, viene spartito con delle percentuali che sono definite sul contratto, per cui non esiste un’etichetta che regala dei soldi alla band e questa se li tiene e quindi i problemi sono risolti… Nel caso di tourneé e cose varie, premesso che è raro che l’etichetta dia degli anticipi alle band abbastanza alti da coprire totalmente le spese, non mi è mai capitato nella vita – spero mi capiti un giorno ma ho dei forti dubbi a riguardo – ma se in questo caso Napalm supporta i Temperance per andare a fare il tour con Tarja, la band diventa debitrice dell’etichetta. L’etichetta mi dà la possibilità di far quel tour perché ipotizza che ci saranno sufficienti guadagni per rientrare, poi, nelle spese fatte. Questo vale, ad esempio, anche per i Nightwish. Loro hanno un costo di tour di un certo tipo e Nuclear Blast decide di investire, dando, ad esempio, 600 mila euro di advance per fare le scenografie ecc… successivamente dopo cinque o sei date, magari i Nightwish sono rientrati di quelle spese, Nuclear ne è contenta e da lì in poi si va a guadagnare. Premesso che di solito è il management che fa questo tipo di cose e non l’etichetta, però sono dettagli irrilevanti! Il punto, però, è che nella fase iniziale la band diventa comunque debitrice dell’etichetta, anche se la stessa dà un’advance, quindi questi soldi, prima o poi, dovrò tirarli fuori. Io, Michele Guaitoli, che ho ricevuto un anticipo da Napalm per il disco dei Temperance, non è che non darò mai questi soldi indietro, ma creo un debito che va a colmarsi nel momento in cui la quantità di guadagno della band va a superare la spesa fatta dalla band e dall’etichetta per la band! Quando entrambi sono rientrati, la band inizia a guadagnare e capisci da te, soprattutto al giorno d’oggi, è difficile. Spesso si lavora a zero, nel senso che poi la spesa e l’investimento vanno a ribilanciarsi e, addirittura, quel piccolo guadagno che c’è lo tieni già come tesoretto per il prossimo disco, però è difficile che Michele Guaitoli, Marco Pastorino, Alessia Scolletti, Luca Negro o Alfonso Mocerino arrivino a casa con dei soldi veri e propri da questo circuito. È più facile che se ci sono dei soldi in ballo sono derivati dal cachet che il locale dà alla band dal momento in cui c’è un cachet nelle date in cui i Temperance vanno a vendere le proprie date. In tour, spesso e volentieri, soprattutto al nostro livello, tu non sei l’headliner che prende il cachet del locale, ma tu sei la band di apertura che di soldi non ne vede affatto, ma guadagni in promozione e, tramite le vendite che fai di dischi, magliette, vinili durante la tourneé, va un po’ a colmare il debito creato con l’advance ed, in parte, quello preso dall’acquisto di CD e magliette che non hanno nulla a che fare con l’anticipo. Pensa, quindi, a quante spese ci sono da questo punto di vista e spesso è che queste cose si scoprono in corsa, anche dai musicisti stessi, per questo dico che c’è tanta disinformazione! Tanti musicisti diventano disillusi dal successo proprio quando iniziano a capire questi meccanismi, chiedendosi come fare ad anticipare questi soldi per comprare dischi, avere un debito creato con l’etichetta e anche a guadagnarci, perché effettivamente alla fine dei conti stare in piedi in questa maniera  è tosta e devi aprire un sacco di opzioni, iniziando ad essere un po’ sveglio e saperti gestire, poiché parliamo in tutto e per tutto di un’azienda!