Sabotage: storie di rockers

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SABOTAGE: INTERVISTA ESCLUSIVA A MORBY ED ENRICO CAROLI •

Dopo oltre trent’anni tornano nella capitale i toscani Sabotage. La loro tappa romana al Closer Club del 25 aprile (il cui report potete leggere qui) è stata occasione per Metalrock di fare una lunga chiacchierata con Morby ed Enrico Caroli (rispettivamente cantante e bassista della band) e farci così raccontare un po’ della loro lunga vita musicale, condita anche da alcuni insospettabili episodi, diciamo così, più “piccanti”.

E’ un piacere essere qui con voi e vogliamo ringraziarvi per aver accettato questa intervista.
Ho letto da più parti che i vostri riferimenti iniziali erano Saxon ed Iron Maiden infatti nei Blind Demon, mi pare, facevate cover di questi due gruppi: la vostra evoluzione come si è poi sviluppata?
MORBY – Delle origini sarebbe meglio che parlasse Enrico (Cairoli), perché io sono arrivato nei primi anni ‘80. Le origini sono precedenti a Saxon ed Iron Maiden, noi ascoltavamo Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath eccetera, poi dopo sull’ondata della New Wave Of British Heavy Metal siamo stati accostati a quei gruppi lì, ma non è che fosse quella la nostra principale fonte d’ispirazione.
ENRICO – Nella nostra prima formazione non c’era né il Morby né il Fontani (Giancarlo Fontani, cantante su “Rumore nel vento” – n.d.r.), facevamo cover dei Deep Purple, dei Led Zeppelin, hard rock anni Settanta. L’evoluzione, di qualità, l’abbiamo avuta col Morby; dal cantato in italiano a quello in inglese.

Poi c’è stato un cambiamento anche nel tipo di sound, mentre le prime registrazioni erano più vicine al metal classico, si nota un certo indurimento e anche dal punto di vista delle ritmiche erano più veloci, più spinte, un po’ quasi all’americana in certi frangenti. Era un’intenzione precisa questa di staccarsi un po’ dal classico per andare sul più pesante oppure è avvenuto spontaneamente? Suonando uno si fa prendere dalla foga…
MORBY – E’ avvenuto tutto spontaneamente. Avevamo ascoltato una nuova ondata di gruppi dello speed americano e così abbiamo pensato fosse il caso di provare a fare qualcosa di diverso. “Behind the lines” è più o meno una compilation, come tutti i primi dischi delle band che sono in piedi da diversi anni, di tutto quello che hai fatto prima, poi, per il secondo disco, scrivi delle cose che ti piacciono nel momento in cui le scrivi e li c’è stata una piccola deviazione verso lo speed metal, direi una naturale deviazione. Capisci che il metal è talmente povero in Italia, che fare una cosa perché tira il mercato fa ridere. Era una cosa che ci piaceva voler fare.

Molti gruppi dell’epoca si sono spinti gradualmente dall’hard rock verso il metal, considerando anche il fatto che l’heavy metal è una naturale evoluzione dell’hard rock.
MORBY – Certo! Poi tu sei giovane e non lo puoi sapere, ma nei dischi che venivano dalla Gran Bretagna c’era scritto, in grande: “in questo disco non esistono tastiere”, perché il metallaro vero non le sopportava. Tastiere era sinonimo di “commerciale”. Erano più usate nell’AOR.
ENRICO – Poi la musica è talmente varia che ti può piacere o no e poi la rivaluti… io vengo da un’altra generazione, io adoravo i Creedence Clearwater Revival, li ho sempre adorati. Quando misero il sax dissi: “Ma che c***o fanno questi?”… poi, dopo quarant’anni, riascolti “Pendulum” e non ci sta male, è bello. Così magari le generazioni dopo, quando hanno ascoltato Van Halen con “Jump” e cose più commerciali… diciamocelo francamente: è un pezzo che ti acchiappa sempre, è ovvio, ma non è Van Halen! Musicalmente io vengo dall’hard rock. Quando il mio fratellino Dario (Caroli, batterista dei Sabotage – n.d.r.) mi fece ascoltare gli Iron Maiden dissi “C***o, qualcosa di fresco!”. All’epoca c’era il punk di mezzo che mi stava sui c******i, e invece i Maiden erano finalmente qualcosa di nuovo. Avevamo la fortuna di avere un amico americano che andava negli Stati Uniti ogni due mesi e ci portava dei dischi… il primo dei Van Halen, e dissi “Bello! Questo mi piace!”

Una domanda che forse vi hanno fatto milioni di volte, non proprio inerente alla questione musicale: ma nella scena italiana, non estremamente ricca di grossi act, c’era più rivalità o una certa unità?
MORBY – Io la rivalità in Italia l’ho vissuta quando eravamo in pochi, sette o otto band, per cui rivaleggiare era da co*****i. Poi l’ho rivissuta quando sono stato nei Labyrinth, in quel periodo lì c’era il discorso Labyrinth-Rhapsody. In Italia manca lo spirito d’aggregazione, si fanno male le cose insieme… poi ci son dei gruppi con i quali ti trovi bene, ma quella è un’altra cosa, ma in linea di massima c’è sempre il solito discorso del tipo: “Questo fa cagare…, quest’altro…” ed anche col passare del tempo lo spirito un pochino è sempre quello. Diciamo che all’epoca c’erano gruppi già arrivati, o che si sentivano arrivati.
ENRICO – In Italia, poi, ma dove c***o arrivi? Ma dove vai?
MORBY – Per non parlare della città nella quale suoni: è difficile che ti accolga a braccia aperte. Finché si tratta di gente che ascolta musica forse sì, ma se ti rivolgi ad altre persone che invece sono musicisti, la maggior parte delle volte vengono tutti con la paletta per giudicarti. A Firenze, specialmente, sono tutti lì con la palettina, qualche volta sembrava volessero dare il voto. Ma poi alla fine… chi se ne frega!

E invece lo spirito d’adesso, dopo tutti questi anni?
MORBY – Lo spirito… una birrina tranquilli, ma lo spirito è sempre stato questo. Noi ci siamo sempre ammazzati dal ridere. Eravamo in macchina quando Dario ci ha chiamati dicendo che ci cercavate per l’intervista e si parlava di cazzate fatte anni fa. Noi ci siamo sempre divertiti parecchio, lo spirito è stato sempre quello giusto, mai col coltello tra i denti anche perché non ce n’era assolutamente bisogno. Forse le cose sarebbero state diverse se fossimo stati più uniti tra noi band, invece di combattersi per una data all’estero da soli, tre o quattro gruppi tutti insieme su un autobus, un bel tour insieme… È stato possibile dopo, con Labyrinth, Vision Divine, Domine, con la seconda ondata del metal intorno al ’95-’96. C’è stata più aggregazione. Agli inizi invece combattevi da solo, te la cercavi da solo la fortuna.

Qualche episodio alla Spinal Tap, simpatico, particolare che ricordate?
MORBY – Tante di quelle cosa da ridere che non te ne saprei raccontare una in particolare… c’era sempre Enrico di mezzo.
ENRICO – Le nostre più grandi puttanate erano riguardo la f**a. Ce le ricordiamo anche adesso. Quando siamo andati all’estero, si è suonato coi Motorhead, coi Saxon, tutte cose belle che ricordi bene.
MORBY – Una volta siamo andati ad Eindhoven che ci aveva chiamati la Roadrunner, la casa discografica. Siamo partiti con una demo. Siamo arrivati a Francoforte. Guidavo io dalla mattina, quando siamo arrivati a Francoforte eravamo lessi, dove ci siamo fermati? Nel quartiere a luci rosse di Francoforte! Che per noi era una cosa totalmente nuova! Quando le vedevi da noi queste per strada? Sicché abbiamo passato la notte, dopo aver guidato tutto il giorno, a far su e giù per questo lovehouse di sei piani. Ti ricordi? (rivolto a Enrico) Ce n’è una di qua, ce n’è una di là… (ride).
ENRICO – Era un palazzo strano, era di forma tonda…
MORBY – Era tutto un quartiere strano, non solo un palazzo… era un quartiere strano!
ENRICO – Un palazzo aveva 10 piani e 10 camere a piano, c’erano 100 p*****e!
MORBY – Ci saremmo persi cinquanta volte!
ENRICO – E quando giravi non ricordavi più niente. Era un puttan-tour megagalattico!
MORBY – Siamo arrivati che si cercava un posto per dormire e alla fine ci siamo trovati poi in macchina per altre sei ore…

E con la Roadrunner com’è andata a finire?
MORBY – Eh, con la Roadrunner niente. Come non è andata bene con la Metal Blade… alla fine due abbocchi grossi con due case discografiche importanti non si sono realizzati.
ENRICO – Erano anni in cui firmi un contratto di sei anni e poi?
MORBY – Sì, la Metal Blade aveva proposto un contratto veramente strano.
ENRICO – I Saxon furono un esempio. Firmarono per la Carrere e li bloccò per diversi anni.
MORBY – Il nostro era un contratto per otto anni, poi avevamo già una casa discografica in Italia che comunque un po’ si mise in mezzo per un problema di edizioni. Che ti devo dire… se ci fosse stato internet e fosse stato tutto più facile, ci saremmo sicuramente spiegati meglio.
ENRICO – Un altro episodio che ti posso raccontare è questo. Ian Gillan venne a casa mia con mia sorella, in taxi. Mi suona: “Enrico vieni giù c’è Gillian”. E io: “Che c***o dici?”. Per dire a casa mia c’è stato Gillan, a casa mia c’è stato il cantante dei Manowar (Eric Adams – n.d.r.). Tutto il pomeriggio con me e con mia moglie che gli faceva il caffè. Era lì, m’abbracciava, lui è un appassionato di arte e gli facevo vedere i quadri che fa mio fratello, i quadri che faceva mio figlio… lui è stato un pomeriggio a casa mia, a Firenze, con me, a prendere il caffè e di quel pomeriggio non ho neanche una foto. A volte lo racconto.

Se lo dici alle giovani leve svengono!
MORBY – Ricordo una cosa divertente che è successa anni dopo quando si è fatto il tour coi Riot e gli Anvil e qusti ultimi volevano a tutti costi che si partisse da Amsterdam perché volevano fare la scorta d’erba (risate). Ti vedi la gente con la busta della spesa piena di “roba”? (ride).

Progetti futuri? Che farete da grandi?
MORBY – Il testamento fra un po’ (risate).

Il metal non muore mai.
MORBY – Si continua, ci si diverte. Ad una certa età speri che le cose cambino, poi le cose non cambiano.

Avete intenzione di fare un disco?
MORBY – Non lo so, non te lo so dire al momento.

Un live magari? O un dvd?
MORBY – Ecco una registrazione dal vivo sì. Oggi i dischi ormai… se tu pensi che vendono 500 copie i Toto, dove lo trovi uno che ti fa fare un disco?

Però un disco dal vivo…
MORBY – Ecco una così, però poi diventa di nicchia. Già così è di nicchia, qui siamo alla “iper-nicchia”. E poi un disco è una cosa seria, non è che lo fai per il gusto di farlo; se lo fai, visto che ne abbiam fatti pochi, vuoi fare una cosa che sia di un certo livello, con tutti i pezzi all’altezza. Un disco dal vivo potrebbe essere un’idea, ci sono dei brani che non abbiamo mai registrato e si potrebbero semplicemente suonare dal vivo.

Una mia curiosità da fan dei Motorhead… voi che lo avete conosciuto: com’era Lemmy all’epoca?
ENRICO – Una persona che non ti dava l’idea di essere quello che era, alla grande con me e con mio fratello, come fossimo amici di lunga data, come se ci conoscessimo da tempo, nessun atteggiamento da rockstar.
MORBY – Cordiale, tranquillissimo. Però, ragazzi, si parla dell’86!
ENRICO – C’è una foto famosa in cui ci prende per i capelli a me e mio fratello. Eravamo nei camerini che si scherzava, arrivò uno e disse “Vi faccio una foto”. Noi l’abbiamo abbracciato, lui ci prese per i capelli tutti e due. Ce l’ho ancora, una foto che gira da sempre.

Ho visto che è dall’ ’84 non venite a suonare qui a Roma. Dopo trent’anni, come vi sentite a tornare qua?
MORBY – A noi fa tanto piacere.
ENRICO – Fu al Palladium.
MORBY – Ricordo un paio di date coi Labyritnh, una al Palacisalfa. Suonare a Roma, non so perché, per noi non è stato mai facile.
ENRICO – Poi una volta venimmo a vedere i Deep Purple, qua al Palazzetto dell’Eur. Come al solito rimanemmo senza soldi e ci ospitarono gli Astaroth. Eravamo venuti tutti insieme si disse “Non c’abbiamo una lira, non c’abbiamo nemmeno i soldi per tornare a casa… la benzina…” e c’erano gli Astaroth che ci ospitarono a casa e furono grandi con noi quella volta.

Ok ragazzi! Vi ringraziamo per il tempo che ci avete dedicato e se volete potete fare un saluto ai nostri lettori.
MORBY – Grazie a voi e salutiamo tutti i lettori di Metalrock.

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