RAM – A testa alta contro tutto e tutti!

RAM: INTERVISTA ESCLUSIVA A OSCAR CARLQUIST E HARRY GRANROTH •

Gli “arieti” svedesi dell’heavy metal più ortodosso scendono alla conquista di Roma nel “Cruel Winter Tuor” insieme ai conterranei Screamer e agli headliner d’Albione, i Satan! (qui il report).
Poteva esserci miglior occasione per conoscere la band da vicino, sia on stage sia “sotto palco”? Buona lettura!

Siete in tour con una leggenda come i Satan, che tipo esperienza è?
OSCAR CARLQUIST –
Una gran figata che permette di radunare più generazioni di metallari per celebrare gli innovatori e i difensori della fede.

Parlando del vostro ultimo disco “Rod”, pubblicato dalla Metal Blade nel 2017… chi è Rod?
OSCAR CARLQUIST –
È il Ramrod, il teschio di ariete con le corna, il protagonista antieroe dell’album.

Che responso avete avuto dai vostri fan dopo la pubblicazione di “Rod” nel 2017?
OSCAR CARLQUIST –
Perlopiù positivo, un sacco di recensioni positive che ci hanno inorgoglito molto.

Qual è lo stato di salute dell’heavy metal classico in Svezia, che sta sfornando un sacco di band negli ultimi anni?
OSCAR CARLQUIST –
Ci sono più bands che fan e luoghi per suonare. Inoltre è più facile trovare un bassista o un chitarrista che un manager.

Questo è il vostro ventesimo anni di attività, che ne dite di raccontarci di come è nata ed è cresciuta la band nel tempo?
HARRY GRANROTH
– Ero stato solo in un’altra band prima e non volevo smettere di fare musica anche se era difficile all’epoca trovare musicisti per suonare heavy metal classico, tutti volevano suonare black metal, death metal e power metal… Poi ho incontrato Daniel (Johahnsson, un’altra delle “asce” dei Ram), abbiamo scritto delle canzoni e a un concerto abbiamo conosciuto Oscar. Da lì in tre abbiamo rifinito i brani, tutti quelli poi finiti nell’ep “Sudden Impact” del 2003.
OSCAR CARLQUIST – Gli ultimi anni ’90 erano davvero difficili, si sentivano un sacco di stronzate. Abbiamo aperto per gruppi come Dark Tranquillity e tra il pubblico si chiedeva cosa stessimo suonando. Non era più tempo di pelle e borchie.

Quando scrivete i brani, da cosa partite?
HARRY GRANROTH
– La maggior parte delle volte dai riff, poi lavori sul mood della canzone e a quel punto pensi a scrivere un testo e un titolo adatto. Le parole devono rendere la visione che si ha.

Più di una volta avete parlato di temi storici che riguardano la Russia: in “Lightbringer”, con il brano “Suomussalmi (The Few of Iron)” in cui raccontante la battaglia dei finlandesi contro l’Armata rossa e in “Rod” il brano sui campi di concentramento dell’Urss, “Gulag”. Perché trattate di questi argomenti?
OSCAR CARLQUIST –
Quando ho scritto “Suomussalmi” avevo in mente “Paschendale” degli Iron Maiden. Volevo dare vita a un brano che suonasse epico, ma la storia della Svezia non è poi così eccitante quindi ho rivolto l’attenzione alla Finlandia. La battaglia di Suomussalmi fu la vittoria di una manciata di finlandesi contro le truppe sovietiche, la riscossa dei piccoli, degli ultimi contro il sistema. Lo stesso discorso per “Gulag”, la rivalsa dell’individuo in una società dove tutti sono pecore che pensano allo stesso. Non sono prese di posizioni antirusse, sono un inno all’individuo.

Cosa ha acceso in voi la scintilla dell’heavy metal?
HARRY GRANROTH
– Ace Frehley dei Kiss, in seguito Iron Maiden, Black Sabbath e Judas Priest.
OSCAR CARLQUIST – Fino agli 8 anni ho vissuto in Inghilterra e quando sono tornato in Svezia era appena scoppiata la bomba dell’heavy metal, cosa assolutamente sconosciuta nel piccolo villaggio in cui abitavo nel Regno Unito. Ho scoperto Ronnie James Dio grazie a mio cugino che chiamò dicendomi “C’è qualcosa di incredibile sulla copertina di “Holy Diver”, un diavolo che affoga un prete” e io “Wow!”. A quell’età era un ragazzo che mandava tutti a quel paese e l’heavy metal era la colonna sonora perfetta della mia vita. Ed è ancora così.

Ascoltate altri generi musicali all’infuori dell’heavy metal?
OSCAR CARLQUIST –
Un sacco di musica da film e colonne sonore dei film, ci trovo molta ispirazione. Poi il rock classico, come i Creedence Clearwater Revival, Little Richard, gli Sweet. Ogni tanto le nuove uscite che si rifanno agli ’80, come le musiche dei videogames.

Qual è stato il picco della carriera dei Ram?
OSCAR CARLQUIST –
In Spagna, credo fosse a Madrid, aprimmo per Sebastian Bach e avevamo soltanto un ep alle spalle ma ottenemmo un grande risposta dal pubblico. Adesso tutti sanno che i nostri show sono carichi e aggressivi e vengono a sentirci per ricevere la loro dose di caos.

Quali sono i vostri piani per il futuro?
OSCAR CARLQUIST –
Andare avanti il più a lungo possibile, ma non a qualsiasi prezzo. Ci sentiamo come se stessimo ricominciando daccapo: suoniamo nei grandi festival dove la maggior parte dell’audience non conosce le canzoni. Ma a differenza degli esordi, a tanta di questa gente non interessa tanto approfondire nuovi gruppi, per cui è molto meglio vivere l’underground, suonando da headliner, e f****o il resto come esibirsi alle tre del pomeriggio al Wacken Open Air. Non lo facciamo per i soldi e la fama, ma solo perché lo sentiamo nel cuore.