Per entrare nella leggenda bisogna essere originali

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RHAPSODY OF FIRE: INTERVISTA ESCLUSIVA AD ALEX STAROPOLI •

In occasione dell’uscita di “Into the Legend”, prevista per il 15 gennaio, Metalrock ha il piacere e l’onore di scambiare quattro chiacchiere con Alex Staropoli, tastierista e compositore dei Rhapsody of Fire che ci rivela i dettagli del nuovo disco. Un lavoro intenso e articolato, che si snoda lungo dieci tracce per una durata complessiva di 70 minuti, e che vede la luce dopo due anni di composizione e arrangiamenti in quattro diversi studi.

Parliamo subito di questo nuovo lavoro, “Into the Legend”. E’ senz’altro un disco che mantiene una continuità col passato della band ed esalta gli elementi che ne hanno decretato il successo; si va da ballad dal sapore medievaleggiante come “A voice in the cold wind” a cavalcate più epiche come “Valley of the Shadows”. Come si è evoluto lo stile dei Rhapsody of Fire in questi anni?
Dopo “Dark Wings of Steel” volevo tornare a fare dei brani un po’ più epici e con arrangiamenti orchestrali più presenti. È stato molto eccitante iniziare a comporre l’intero album, e moltissime idee sono venute fuori durante l’intero percorso, durato due anni tra composizione, arrangiamenti e registrazione, fino all’ultimo giorno del mix. E’ stato un fluire continuo di idee, grazie anche ai molti solisti che hanno registrato con noi, per cui sono molto fiero del risultato finale!

Un lavoro impegnativo che, se non sbaglio, si è svolto in quattro differenti studi…
La produzione principale è avvenuta a Trieste, dove abbiano iniziato con batteria, basso, chitarre e tutto il resto. L’orchestra l’abbiamo registrata nuovamente in Macedonia, ed è stata un’esperienza davvero incredibile perché quest’anno sono partito e ho partecipato in prima persona ai lavori, avendo scritto ed arrangiato parti molto cinematografiche. Questi sono gli studi principali, poi abbiamo utilizzato il mio studio e un altro studio di Trieste, ma la maggior parte del lavoro è stata fatta in casa.

Una scelta non proprio consueta, specie per un gruppo metal, è quella di utilizzare elementi barocchi e celtici, addirittura strumenti d’epoca originali!
Lo abbiamo sempre fatto, ma stavolta ho voluto includere persone nuove e organizzare un ensemble barocco celtico con dei musicisti che si sono rivelati tra i migliori che io abbia mai avuto! Abbiamo il cembralo, il violone, la viola da gamba, vari tipi di flauti, il bordone, che è tipo una cornamusa, e tra questi molti strumenti originali che hanno una certa età e una diversa maturità di suono, cose che son più per intenditori, ma alla fine il suono bello fa la differenza.

Cosa vi ha spinto a scegliere Maor Appelbaum a Los Angeles (Faith no More, Yes, Halford, Sepultura, Armored Saint, Yngwie Malmsteen, Dokken) per il mastering?
Maor ci ha reso davvero partecipi al mastering, cosa che di solito non succede, e ha pienamente compreso la varietà dei brani, la peculiarità del mix e la particolarità della band come suono, per cui, dopo aver lavorato più di una settimana, alla fine abbiamo raggiunto un risultato incredibile. Era importante per noi curare anche il mastering per chiudere in bellezza il lavoro.

Per quello che riguarda i testi, siete rimasti fedeli alle tematiche fantasy?
La responsabilità dei testi è tutta di Fabio, la tematica è sempre fantasy. E’ importante, in quello che facciamo, non soltanto dare emozioni ma anche creare delle immagini e, il modo in cui scrive Fabio, forse più diretto rispetto allo stile di Luca, è decisamente più evocativo e contribuisce a rendere la musica più visuale. Sono contento di come scrive Fabio perché è un modo più accessibile, e anche più facile da cantare per lui se consideri che questo disco l’ha registrato in soli nove giorni!

L’episodio più articolato del nuovo disco, che riassume tutti gli elementi di casa Rhapsody Of Fire, è la conclusiva “The Kiss of Light”, una lunga suite che si snoda tra passaggi epici strumentali, solenni orchestrazioni, e passaggi più tirati. Ci puoi raccontare come è nata?
Innanzitutto io mi ero ripromesso di non fare più una suite, proprio per dare un taglio al passato, perché era tipico per i Rhapsody of Fire fare una suite, infatti in “Dark Wings of Steel” ci sono brani lunghi ma non una vera e propria suite. Però lavorando su quella che poi è diventata “The Kiss of Light”, ho avuto delle idee che non ho potuto tralasciare. Abbiamo organizzato il materiale e chiamato una bravissima soprano di Trieste (Manuela Kriscak, ndr), che vanta collaborazioni con direttori d’orchestra e altri di fama mondiale, oltre a tour mondiali. In realtà l’avevo chiamata solo per fare dei vocalizzi e delle parti più atmosferiche, ma poi si è rivelata una cantante incredibile e ho dovuto farla tornare in studio per cantare delle parti con Fabio. Nonostante i 16 minuti, molte persone mi hanno detto, e anch’io provo questo, che è un brano che vola via e non pare avere quella lunghezza, per cui è un segno molto positivo.

Dopo la dipartita di Turilli come è cambiato il modo di comporre la vostra musica ?
Io e Turilli abbiamo sempre diviso il lavoro al 50%. Sicuramente era una forza trainante e il fatto che abbia scritto la saga è una cosa che ha indubbiamente il suo valore, ma abbiamo sempre portato avanti un lavoro di squadra. Dopo lo split, per me come per gli altri, c’è stato un periodo di sfogo e libertà completa e totale perché, componendo in due, spesso devi misurarti con l’altra persona, raggiungere degli obiettivi comuni, scendere a compromessi, anche se alla fine abbiamo sempre servito la band, non noi stessi. Anche in questa situazione in cui mi trovo a lavorare da solo, il mio approccio non è mai cambiato. Scrivere musica e brani lo trovo entusiasmante, soprattutto se sai con chi lavorerai, che musicisti hai, che ospiti vuoi, se hai l’orchestra oppure no. È l’intero percorso ad essere interessante, e per “Into the Legend” è stato molto soddisfacente.

La scelta del sostituto è poi ricaduta sul grande Roberto De Micheli, con voi agli esordi e chitarrista dei Sinestesia gruppo prog metal triestino, avete provinato altri o avete scelto lui a colpo sicuro?
In realtà già pensavo a Roberto da tempo perché volevo fare qualcosa con lui ed essendosi presentata l’occasione con i Rhapsody of Fire è stata una cosa ovvia e immediata. Lo conosco da una vita; a 16 anni studiava otto ore al giorno, l’ho rivisto dopo 20 anni e ancora studiava otto ore al giorno! Lui ovviamente era superentusiasta di entrare a far parte della band e lo è ancora oggi. E’ una cosa meravigliosa avere al proprio fianco una persona che, oltre ad essere un amico, è anche un musicista eccezionale, pieno di idee ed atteggiamento positivo!

Negli anni avete avuto illustri ospiti nei vostri dischi. Chi ti è rimasto più nel cuore?
Ovviamente Christopher Lee! La cosa bella è che all’inizio lo abbiamo contattato per farci da narratore, ma è stato lui a chiederci di farlo cantare e creare un brano appositamente per lui. Tutti gli chiedevano di fare film, narrare, ma nessuno lo coinvolgeva nel campo musicale, ed è meraviglioso che l’iniziativa sia partita da lui. Ha iniziato a cantare con questa voce potente e profonda e ha fatto un lavoro di grande spessore artistico.

Dopo 10 dischi, migliaia di live ora siete una band che influenza, e ha influenzato, le nuove leve del Power Metal, ma ai tempi quali son stati i vostri “maestri”?
Quando eravamo ragazzini io e Luca ascoltavamo un po’ tutto. Dal pop al rock al metal ho sempre apprezzato la buona musica, da quando mia madre metteva la filodiffusione e potevi ascoltare Led Zeppelin, Ozzy o Celentano! Poi ho cominciato con Ronnie, Malmsteen, King Diamond, Europe, Bon Jovi… Noi ci siamo chiesti – qual’è il cd che vorremmo comprare in un negozio e ancora non c’è? Facciamolo noi! – Un consiglio che mi sento di dare alle band è di dare vita a qualcosa di originale!

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