Overtures: aspettando “Artifacts” e il Gods

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OVERTURES: INTERVISTA ESCLUSIVA A MICHELE GUAITOLI •

In occasione della prossima uscita del loro quarto album, “Artifacts”, abbiamo scambiato qualche parola con Michele Guaitoli, cantante degli Overtures.

Ciao Michele, raccontami un po’ della genesi di “Artifacts”, quanto avete impiegato a comporre i pezzi e a inciderlo?
È sicuramente il disco che abbiamo impiegato più tempo a registrare, per la cura nei dettagli. “Rebirth” fu registrato nel mio primissimo studio di registrazione in tempi brevi. La batteria fu registrata in una giornata, le chitarre e il basso in una settimana, le voci in quella successiva. Non esisteva una pre-produzione vera e propria, registrammo le tracce per come le suonavamo in sala prove, scoprendo alcune incongruenze in fase di registrazione e correggendole sul momento, in studio. “Entering the Maze” ebbe già una ricerca più importante e sette brani su dieci avevano una loro versione di “Pre”, registrata decentemente e con le parti di batteria – se pur virtuale- scritte a modo. Quando registrammo il disco tutto fu molto più semplice perché avevamo già chiaro in testa il tipo di sound finale. Quello che cambiò maggiormente tra le pre e le definitive, furono i suoni di chitarra e ovviamente il passaggio a una batteria reale e non virtuale. “Artifacts” invece è stato un lavoro davvero lungo. Fin dalla prima sessione di pre-produzione, abbiamo cercato di impostare tutto affinché suonasse “completo”. Dopo aver definito i brani in sala prove, abbiamo fatto delle prime registrazioni di tutto il disco. Man mano che un pezzo veniva completato in sala, passavamo a registrarlo. Immediatamente dopo, mi occupavo delle parti di tastiera e synth. Nel giugno 2014 il disco era già completo, ma abbiamo lavorato molto in sala prove, sostituendo i samples che usiamo live e perfezionando il tutto. Un anno dopo, ci siamo ritrovati con il disco definito in ogni passaggio, studiato nel minimo dettaglio e con un’idea ben definita del sound che doveva avere. A quel punto ci siamo messi ufficialmente in studio, dove abbiamo eliminato tutto il digitale. Ormai era solo questione di eseguire definitivamente quello che in sala era stato sviluppato e definito nel corso dei mesi precedenti.

In cosa si differenzia “Artifacts” dai vostri precedenti lavori?
Non parlerei tanto di differenze quanto di sviluppo, evoluzione. “Rebirth” era un disco in prevalenza power, con qualche influsso Hard Rock. In “Entering the Maze” ci siamo incattiviti, i riff sono diventati più pesanti, la cantata più sporca e aggressiva, le tematiche più moderne e attuali, i brani più articolati. Sicuramente la scrittura di “Artifacts” si è fatta più articolata, direi che navighiamo in tutto e per tutto nel progressive-power, per quanto gli influssi heavy siano ancora presenti. “Artifacts” è un disco a metà tra i due precedenti perché le tematiche e l’atmosfera sono rimaste quelle di “Entering the Maze” ma il songwriting ha ripreso alcuni elementi vincenti di “Rebirth”. Alcuni pezzi sono decisamente più diretti e spesso le melodie e l’impatto dei pezzi è chiaro dal primo ascolto. Abbiamo trovato un buon compromesso tra semplicità di ascolto e maturità del songwriting. Tanta spontaneità, espressa in maniera formale, direi che è la definizione migliore.

A proposito di songwriting: come vi suddividete i compiti all’interno della band, anche per quanto riguarda il marketing e altri aspetti?
Per quanto riguarda la composizione c’è stata un’evoluzione nel corso degli anni. Nei primissimi lavori, lavoravamo tutti e cinque in sala prove, portando le proprie idee così come venivano. Si partiva da un riff di chitarra e si sviluppava strumentalmente per poi inserire una linea vocale a struttura definita, oppure si partiva da una linea vocale e si arrangiava strumentalmente costruendo il pezzo dall’idea iniziale. Non abbiamo mai avuto un metodo prefissato. Poi con il tempo, con lo sviluppo delle nostre capacità e della tecnologia, abbiamo iniziato a proporre in sala prove brani già completi, che registriamo a casa singolarmente e poi assestiamo insieme, apportando le modifiche necessarie. Ciò non significa che questo sia ora il nostro modus operandi standard, infatti alcuni brani in “Artifacts” (“Angry Animals”, “New dusk new dawn”, “Repentance”) si sono sviluppati spontaneamente partendo da un riff. Per quanto riguarda quello che non è prettamente musicale, i ruoli si sono definiti con il tempo in base alle disponibilità e possibilità dei membri del gruppo. Quello che ha la mole di lavoro più grossa sono proprio io, che spesso curo tutto quello che riguarda il lavoro di grafiche, il sito web e in generale quella che a tutti gli effetti si potrebbe chiamare “l’attività di PR” della band. Marco Falanga (chitarrista) è sicuramente il secondo membro più attivo dal lato mediatico: lui è l’autore di tutti quei mini-video che spesso pubblichiamo, registra e pre-produce almeno quanto lo faccio io. Entrambi ci occupiamo dei social, curando le pagine Facebook e quant’altro. L’agenzia Truck Me Hard si occupa del booking, del management, dei contatti e svolgono un lavoro magnifico con una professionalità e una cura dei dettagli davvero impressionante. Per la promozione ci stiamo appoggiando ad alcune agenzie per la distribuzione di news, comunicati, pubblicità, recensioni ecc. La principale è la MetalMessage (tedesca) ma allo stesso tempo anche Truck Me Hard cura direttamente tutto quello che riguarda il territorio Italiano e a sua volta si appoggia a delle proprie agenzie estere, con le quali lavora non solo per noi direttamente ma per tutte le band del rooster.

Progetti e programmi per il futuro?
Tanti e molto intensi. Abbiamo molte date già fissate, quest’estate ci aspetta una bella serie di festival Italiani ed esteri. Nel frattempo Truck Me Hard sta lavorando sodo per inserirci all’interno di un tour europeo autunnale. “Rebirth” fu portato in tour, “Entering the Maze” fu portato in Europa addirittura due volte (Nel 2013 con i Secret Sphere e gli Almah, nel 2014 con i Threshold), per “Artifacts” prospettiamo la stessa fortuna. Nel frattempo c’è già del nuovo materiale che ci frulla in testa: io ho molte registrazioni su cui non vedo l’ora di mettere mano, Marco non è da meno, ma la priorità in questo momento va alla promozione di “Artifacts”.

In attesa di vedervi il 2 giugno al Gods of Metal, vuoi dire qualcosa ai lettori?
Grazie. Grazie a Metalforce e grazie a tutti quelli che hanno letto queste righe fino a qui. La musica in Italia ha bisogno di riciclo, ha bisogno di novità. Purtroppo viviamo in un momento storico in cui regna la paura del nuovo. Prima di accettare nuove band devono essere in 50 a consigliarle. Una volta bastava che un amico dicesse “Ehi, ma hai sentito gli Overtures?” che almeno un ascolto lo si dava. Oggi se a consigliare gli Overtures (e sto usando noi stessi come esempio solo per non fare torti, non passi arroganza in tutto questo) non sono in molti, si risponde “Mah sì, lo farò”. Le webzine come la vostra e i lettori che arrivano fino a questa domanda, sono quelli che non soffrono di questo “male”. Sono quelli che vogliono novità, che ricercano nuove emozioni, per cui non posso fare altro che ringraziare di cuore chi è arrivato fino a questo punto. Un invito: consigliate, fate aprire la mente a chi vi è accanto, suggerite novità. L’Italia e il mondo sono piene zeppe di nuove band stra-valide e molto sottovalutate. I primi quattro nomi che mi vengono in mente sono Starsick System, Lucky Bastardz, Arthemis e Be The Wolf: quattro band da paura di cui le prime due sono fin troppo sottovalutate, le altre due stanno solo ora raggiungendo un consenso migliore. Supportate e diffondete. Serve tanto a noi quanto a chi di musica non ne vive suonando ma ascoltando.

Grazie Michele, in bocca al lupo per tutto. Ci si vede al Gods!

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