OVERKILL – We Are The Wrecking Crew!

OVERKILL: INTERVISTA ESCLUSIVA A BOBBY BLITZ •

Abbiamo avuto l’occasione di fare una bella chiacchierata con Bobby “Blitz” Ellsworth, frontman dei thrasher Overkill, in occasione della loro prima data del nuovo tour europeo per la promozione del recentissimo album “The Wings Of War”. Lo abbiamo incontrato al Vidia Club di Cesenza, poco prima del loro sorprendente concerto (qui il report).

Ciao Bobby, bentornato su Metalforce! Come stai?
BOBBY –
Bene, grazie! È il primo giorno di tour, mi sento in forma e non sto nella pelle! Ci abbiamo messo più del solito, ma è normale per il primo giorno, abbiamo anche cambiato location.

Questo ha causato dei problemi ai fan, perché non tutti riescono a raggiungere la nuova location…
BOBBY –
Sì, ci ho pensato, qui non ci sono mezzi pubblici… l’alternativa sarebbe stato cancellare la data.

Allora, vorrei iniziare la nostra chiacchierata parlando del vostro ultimo disco, “The Wings Of War”. Che cosa ha ispirato il titolo del disco?
BOBBY –
L’artwork. Il dipinto è stato fatto prima ancora di dare il titolo al disco. Ci siamo rivolti a Travis Smith, che fa i nostri artwork dal 1999. Volevamo qualcosa di diverso, che sembrasse una spilla o una ruota, o comunque qualcosa che si può vedere su una giacca. Lui ha iniziato a buttare giù delle idee e ci ha mandato questa che abbiamo amato. Abbiamo iniziato ad aggiustarla e a dargli ulteriori idee e alla fine ha sfornato questo lavoro, solo che non si addiceva a nessuno dei titoli che avevamo. Abbiamo provato ad abbinarlo a diversi titoli di canzoni, ma nessuno andava bene. Tre o quattro giorni dopo mi è venuto in mente il titolo dell’album e l’abbiamo adottato.

Come avete reagito alla notizia di essere arrivati nei primi posti della classifica tedesca?
BOBBY –
È stata una gran bella sorpresa! È una dimostrazione della sana scena thrash. È arrivato in alto anche in Italia, anzi mi sembra che ovunque abbia raggiunto posizioni più alte del normale. Soprattutto oggi, nel mondo della musica in streaming, in cui i dischi fisici non vendono più… penso che sia un grande risultato date queste circostanze. È indicativo anche il fatto che le persone che sentono questa musica ci tengano ad avere il disco fisico tra le mani e non si tratta solo di riprodurre in streaming passando da una canzone all’altra. È un grande onore per noi.

Qual è la formula segreta che avete usato per creare ancora una volta un album apprezzato da critica e pubblico?
BOBBY
– La prima cosa è non preoccuparsene. Credo che il successo consista nel soddisfare se stessi. È semplice, siamo fan di questa musica e lei ci fa stare bene, così come questa scena metal, che è molto salutare. Se iniziassimo a pensare a quello che vogliono gli altri, le persone, la stampa, manderemmo tutto a puttane. Noi Overkill siamo brave persone, amiamo il thrash, amiamo suonare, siamo parte di questa scena e penso che questo si rifletta in come la nostra musica viene percepita.

Come avete costruito l’album nel processo compositivo di “The Wings Of War”? C’è qualcuno che ha dato un maggior apporto oppure c’è stato un grande gioco di squadra?
BOBBY
– Non penso che ci sia stato uno di noi che abbia contribuito di più degli altri, ma c’è stata un’alchimia diversa da quando è entrato Jason (Bittner, batterista n.d.r.). Sin da quando eravamo giovani avevamo un template ben preciso, ma adesso grazie lui ci siamo mossi anche in territori nuovi. È cambiata l’alchimia, lui è arrivato e ci ha detto: “Hey, questo è il mio modo di suonare e vorrei adattarlo alla vostra musica” e l’abbiamo accettato, non c’è stata nessuna forzatura, anzi ci ha fatto capire che gli Overkill possono ancora esistere nel 2019.

Vorrei chiedere qualcosa sui testi: ascoltando, ad esempio, ad un certo riff avete pensato che vi si adattasse meglio un certo tipo di argomento, oppure è stato il contrario, ovvero avevate un’idea per parlare di una certa cosa e avete realizzato i riff pensando all’argomento?
BOBBY –
Tutti noi capiamo il nostro ruolo nella band. Il mio ruolo è quello di dipingere la casa, metterci il tetto sopra, di finirla insomma. Spesso do degli input, ma tutto inizia di solito da D.D. Verni (bassista, n.d.r.), forse lui saprebbe rispondere meglio a questa domanda. Spesso sento dei riff, anzi, dei baby-riff, e dico: “Wow, questo è rock’n’roll, questo è heavy metal tradizionale, questo è new wave of british heavy metal” e magari questi riff rispondono a determinati input che gli abbiamo dato. Non c’è stata una pianificazione vera e propria, non ci siamo detti “Qui c’è un riff”, “Questo riff non va bene”… Abbiamo semplicemente scelto il meglio che è venuto fuori dalla nostra reciproca comprensione dei propri ruoli.

Qual è a tuo giudizio il brano di questo album che meglio rappresenta lo spirito degli Overkill?
BOBBY
– Oh, è come se mi chiedessi di scegliere qual è il mio preferito tra i miei figli, non saprei scegliere, è come dire qual è la ragazza carina e qual è il ragazzo intelligente (ride, n.d.r.). Penso che il ragazzo intelligente sia “Last Man Standing”, perché questi sono gli Overkill, noi non siamo educati, quando si tratta di musica diciamo “ciao” in modo aggressivo. E il nostro “ciao” è la prima traccia dell’album, penso che in questo caso il “ciao” corrisponda all’opportunità di dire: “Cazzo, è il 2019 e siamo ancora qui”. Invece la ragazza più carina, o meglio, la dark-girl più carina è “Distortion”, perché è qualcosa di diverso per noi, ha armonie, ha una intro bella e maestosa, ha un ritornello di un solo verso che rimane ben impresso… perciò sceglierei queste due canzoni.

Un nuovo disco è come un figlio: come giudichi “The Wings Of War” rispetto agli altri loro “figli”?
BOBBY –
Oh, rispetto agli altri 18? (ride, n.d.r.) Mi sento un cattolico irlandese… o italiano! (ride, n.d.r.) Comunque non so risponderti, perché è ancora troppo fresco… d’altronde, se vogliamo proseguire la metafora della famiglia, tutti sono sempre contenti del nuovo bambino, nessuno dice che il bambino non sarà carino o intelligente. Non puoi essere onesto con te stesso. Quello che posso dirti è che ancora amiamo quello che facciamo. La risposta onesta te la darò tra due o tre anni, ma per ora ti dirò che lo sento come un successo. E non parlo delle classifiche, il successo è come ci siamo trovati nel fare questo album.

C’è qualche retroscena simpatico inerente alla sessione di registrazioni che vorreste condividere con noi?
BOBBY –
Quando registro di solito sono solo, ma mi piace avere ogni tanto gli altri ragazzi a fare delle backing vocals, o anche solo a controllare quello che sto facendo. Ormai nel 2019 possiamo mandarci i file in formato wav o mp3 subito e avere immediatamente un feedback. Ma la parte più divertente è stata quando abbiamo fatto le backing vocals di “Welcome To The Garden State”, D.D., Derek (Tailer, chitarrista n.d.r.) Jason ed io stavamo cantando dietro il microfono e abbiamo iniziato ad imitare Bruce Springsteen… alla fine Derek stava a terra tenendosi lo stomaco (ride, n.d.r.). Non l’abbiamo fatto per prendere in giro Bruce Springsteen, ma per rispecchiare più fedelmente il New Jersey.

Domanda buffa ma, come sai, non si può sempre essere troppo seri: come mai la scelta di farti crescere i baffi?
BOBBY –
Non mi stanno bene? (ride, n.d.r.).

No no, ti stanno alla grande! Sembri un giovanotto!
BOBBY –
Ti ringrazio, calcolando che quest’anno compio 60 anni! Me li sono fatti crescere perché mia moglie era via e io ero appena tornato dal tour e non mi facevo la barba da un mese. Quando è ritornata le ha preso un colpo (ride. n.d.r.), allora mi sono fatto la barba ma ho deciso di tenere i baffi. Sono diversi dai baffi di oggi, tutti hanno sia barba che baffi. Io li tengo così.

Qual è la cosa che ti viene più naturale quando entri in studio, oltre che tirare fuori sempre dischi che spaccano?
BOBBY –
Mi emoziono! Ogni volta è un’esperienza nuova. Gli anni passano e il rischio è quello di appoggiarsi sugli anni passati, di dare per scontato che ormai la gente ama la musica che hai fatto. Ma non è così, nonostante abbia 60 anni si tratta ancora di voler dimostrare qualcosa e quando entro in studio sono sempre molto impaziente. Ogni volta che sto dietro al microfono voglio competere, voglio vincere, voglio dare il meglio di me, voglio dimostrare di essere parte della miglior band heavy metal. Forse è questo il motivo che mi permette di fare bene in studio.

Dopo tutti questi anni, a questo punto della carriera quanto è cresciuta o diminuita la voglia di andare ancora sul palco? Vista l’energia dei vostri live sembrate eterni ragazzini!
BOBBY –
Certamente con l’età si cambia, o almeno è quello che è successo a me. Adesso mi trovo a dover scegliere in quali momenti esplodere. A trent’anni ero un’esplosione continua (ride, n.d.r.). Ora mi conosco abbastanza da capire dove incanalare la mia energia, quando trasmettere quest’energia al pubblico. Non mi posso permettere di prendere alla leggera serate meno importanti, ogni show è importante.

Nel corso della vostra carriera, avete avuto cambi di formazione, di etichette, alti bassi (come è normale che accada), ma qual è la costante che invece vi ha sempre caratterizzati? La cosa che non è mai cambiata per essere sempre voi stessi? Il marchio di fabbrica insomma…
BOBBY –
Penso che sia la nostra etica lavorativa, ma penso che l’abbiamo sviluppata proprio nei momenti più difficili, ossia a fine anni ’90, inizi 2000. In quel periodo il grunge era la musica heavy più importante e molte band thrash che prima pensavano di avere il mondo sono crollate, erano a casa a fumare e a bere e a chiedersi perché nessuno apprezzasse il loro genio. Noi abbiamo deciso di non curarci di quale fosse la moda e questo ci ha resi quello che siamo ora, ci ha dato l’opportunità di rimetterci in gioco in modo sano quando la scena thrash è rinata. Per un po’ il metal si era assopito ma era rimasto nel cuore delle persone e quando è riemerso, non abbiamo dovuto reimparare a fare quello che stavamo facendo, perché abbiamo continuato a farlo sempre.

 

ringraziamo Ivan Spurio Venarucci per la cortese collaborazione.