MORTIIS – Viaggio nella misteriosa e geniale mente di un grande artista

MORTIIS: INTERVISTA ESCLUSIVA ALL’ARTISTA •

In esclusiva su Metalforce vi presentiamo un’intervista condotta con un musicista tanto particolare quanto geniale: Håvard Ellefsen, conosciuto anche come Mortiis. L’ex bassista della leggendaria band black metal Emperor ritorna sulle scene proponendoci un’interessante riedizione di “The Song of a Long Forgotten Ghost”, lavoro datato 1992 e portato nuovamente alla luce con uno smalto e una produzione decisamente “svecchiata” e molto più moderna.

Ciao Mortiis, benvenuto su Metalforce! É un grandissimo piacere avere qui l’artista che mi ha introdotto all’ambient. Come stai?
MORTIIS: Ciao, tutto bene, grazie. Perdonami se ti rispondo in ritardo. Sono stato piuttosto impegnato ultimamente.

Abbandonando la scena black metal, hai pubblicato “The Song of a Long Forgotten Ghost”, dando vita proprio a Mortiis stesso, in un certo senso. Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso?
MORTIIS: Beh, anche se sono stato negli Emperor per circa 14 mesi, era la terza band dalla quale mi separavo, o che comunque non abbia funzionato per me, negli ultimi 2 anni e mezzo fino a quel momento (fine 1992), quindi ero solo stufo e frustrato verso altre persone. Ho deciso che avrei lavorato da solo. Nessuna complicanza o drammi coinvolti. Mi ero anche interessato alla musica dark e sperimentale che non era necessariamente orientata al metal. Ho condiviso la passione di Euronymous per la vecchia musica elettronica tedesca, come Klaus Schulze, Tangerine Dream, Kraftwerk, Conrad Schnitzler e così via. Avevo anche iniziato a scoprire il sottogenere musicale “industrial”, stavo ascoltando un sacco di band come Coil, Brighter Death Now, In Slaughter Natives, Sleep Chamber, When, e così via, ed è stato di ispirazione per me, così come cose come Dead Can Dance e Diamanda Galas. Ovviamente niente di tutto questo si riflette in modo specifico nella musica che ho prodotto, ma l’idea che la musica oscura possa essere realizzata con qualcosa di non attinente al metal, mi ha davvero ispirato. Le canzoni davvero lunghe, è un’idea che ho rubato direttamente a quei vecchi tedeschi… pensavo fosse fantastico. All’epoca era molto anticonformista e al tempo stesso ribelle, un perfetto biglietto da visita di come mi sentivo in quel momento… Ero un po’ in uno stato d’animo che corrisponde ad un “fottiti”, e facevo ciò che mi sentivo.

Che cosa ti ha portato a decidere di proporre la ristampa proprio la tua demo di debutto dopo 25 anni? Esiste un motivo ben preciso dietro a tutto ciò, o un puro desiderio di rinnovare qualcosa di datato, rendendolo più moderno?
MORTIIS: La demo non è stata rifatta in quanto tale, solo ripulita e rimasterizzata, dopodiché è stata sottoposta a una revisione sonora. Ad essere onesti, non c’è motivo artistico se non il fatto che penso che meritasse di essere pubblicata, in una versione migliore dell’originale. Mi piace molto anche l’idea di prendere la copertina originale e approfondirne il tema… Come abbiamo fatto con Født, Keizer e Anden… L’abbiamo aggiunto al filone storico delle copertine e li abbiamo resi più parte dell’universo di Mortiis. Se hai letto il libro “Secrets…” (“Secrets Of My Kingdom”, ndr) c’è una tonnellata di simbolismo nella nuova copertina per quegli album che riconsidererai. Se non l’hai fatto, allora forse potrebbe non aver senso, haha!

Su cosa è basata la scelta di proporre agli ascoltatori un’unica traccia della lunghezza di quasi un’ora? La suddivisione in parti avrebbe in qualche modo influito sulla canzone stessa, oppure pensi, con il senno di poi, che sarebbe stata una scelta azzeccata?
MORTIIS: Come ho detto poc’anzi, sono stato fortemente ispirato al vecchio German Kraut (rock progressive/elettronica musica tedesca degli anni ’70, ndr) e Space rock, perciò è sempre stata intenzionale la cosa. Ho sempre pensato che rendesse più speciale il tutto, è il mio gesto di riconoscenza personale verso una scena/genere musicale che ho ascoltato molto e che significava molto per me in quel momento, quindi sono contento di aver lavorato in quel modo. Musicalmente/artisticamente, forse non avrebbe fatto molta differenza se avessi tagliato le canzoni in pezzi più corti, ma penso che eventualmente parte dell’atmosfera sarebbe andata persa…

Come mai, secondo te, la tua figura viene identificata come “l’inventore” di una vera e propria corrente, conosciuta come Dungeon Synth? Senti che questa corrente sia propriamente tua o più semplicemente ti sei trovato a creare tutto ciò, sperimentando e creando qualcosa di innovativo che è poi stato etichettato come tale da altri?
MORTIIS: È sicuramente qualcosa che è stata detta da altri. Non ho mai affermato ciò, penso che sarebbe stata al limite della megalomania per me dichiarare pubblicamente di aver inventato un genere. Voglio dire, io ero già sulla scena, facevo le mie cose e producevo cose (musica e idee) mentre andavo avanti. Dungeon Synth sembra essere un termine che venuto alla luce, e negli ultimi anni sia stato accettato proprio come genere. Credo di aver ispirato alcuni degli artisti più recenti… Penso sia lusinghiero che qualcosa che io abbia fatto significhi qualcosa per qualcuno addirittura ora, dopo tutti questi anni. Sono felice che la mia musica sopravviva, ma non affermerei mai di aver inventato qualcosa. C’erano altre persone fuori dalla scena metal che facevano musica sperimentale nello stesso periodo.

Onestamente, penso che l’ambient sia molto particolare… “di nicchia”, possiamo dire! Mi allaccio a questo quindi per porti una domanda forse un po’ scomoda: cosa diresti a chi è incuriosito, o addirittura scettico, dal voler scoprire il tuo genere?
MORTIIS: Non fa mai male scoprire qualcosa. Sono stato scettico nei confronti della band Roxy Music per almeno 25 anni, poi l’altro giorno li ho ascoltati, e ho pensato che fossero grandiosi. Se non ti piace, non ascoltarlo più. È davvero semplice. So che molte persone vorrebbero mantenere la scena piccola e privata, ma fin quanto la gente amerà la musica, dovrebbero sentirsi parte integrante di essa.

La copertina è molto suggestiva e quasi inquietante, secondo il mio parere. Il rosso predominante salta sicuramente bene all’occhio. La cosa che mi incuriosisce maggiormente, riguarda la chiave che tiene in mano Mortiis al centro della copertina: ha un significato particolare? Riguardando inoltre un’opera di Heinrich Gogarten (visibile qui), ho notato qualche possibile somiglianza con i colori e la copertina in generale in sè. Cosa ne pensi? C’è un nesso tra le due cose?
MORTIIS: Questo è un quadro davvero bello, non l’avevo mai visto prima. Ha dei colori molto belli. La chiave è un elemento che è apparso di tanto in tanto nelle mie copertine da “The Smell of Rain”. Ho sempre voluto che rappresentasse il desiderio di cambiamento, guarigione e progresso, ma dov’è la porta in cui la si inserisce? Questo era il mio modello di pensiero/paradosso nei giorni in cui ero molto depresso e piuttosto frenetico in termini di trovare una via d’uscita da quello stato. Volevo uscirne, sapevo di avere un problema e sapevo che il mio desiderio di guarire mentalmente di nuovo era la chiave, ma non sapevo come usarla… Mi è sempre piaciuto il simbolismo. Quella chiave è apparsa di tanto in tanto nella mia arte da allora.

Essendo un grandissimo fan e possedendo tutta la discografia del tuo side project “Vond”, vorrei chiederti una cosa relativo a questo. “The Song of a Long Forgotten Ghost” del 1993 ha influenzato in qualche modo il tuo progetto, a grandi linee.
MORTIIS: Per quanto riguarda Vond, quello era un modo per me di essere più umano ed esprimere le normali emozioni umane, che erano molto oscure in quei giorni per me. Mortiis, ricorda, era qualcosa di simile alla fuga, paragonabile a viaggi in altre realtà, così ho inventato Vond per ventilare molta altra frustrazione, rabbia, odio, ecc…

Questa ristampa uscirà tramite i canonici ed ormai diffusi canali, quali download digitali e su CD, ma anche in formati vinile. È proprio il disco in vinile che andava di moda negli anni 90, precedendo le varie VHS, tapes, CD fino ad arrivare ai file. Dunque, c’è un formato che prediligi, tra i tanti?
MORTIIS: Come collezionista, ho sempre preferito gli LP. A metà degli anni ’90, quando il vinile ha iniziato a morire, la cosa mi ha frustrato all’infinito, dato che non riuscivo a vedere cosa ci fosse di così bello nel CD. Tutto era più piccolo, era solo uno schifoso, poco lusinghiero piccolo disco argentato, circondato da un po’ di carta e una brutta custodia di plastica che si rompeva facilmente… penso ancora sia così. Penso che il formato digitale (download, streaming) possa andare bene se lo guardi puramente dal punto di vista dell’ascolto. Non ci vuole spazio e puoi portare molta musica ovunque tu vada. Come collezionista, però, lo trovo completamente inutile. Da un terzo lato, come qualcuno che vende musica, vendere il formato digitale è fantastico, è istantaneo, non ho bisogno di una stanza per lo stock, e posso vendere infinite quantità di questi file digitali… naturalmente, gli streaming non pagano quasi nulla, quindi certamente non mi arricchirò dal formato digitale.

Sempre tornando anni e anni addietro, la diffusione della musica era decisamente più difficile. I dischi si compravano “a scatola chiusa”, o comunque senza la possibilità di essere ascoltati e riascoltati più volte tramite piattaforme di streaming, quali YouTube, Spotify, Napster, eccetera. Hai un tuo pensiero riguardo questa ascesa tecnologica relativa al modo di presentare qualcosa di nuovo?
MORTIIS: Beh, come ho detto prima, ci sono lati positivi e negativi nel formato digitale, dipende da che parte stai… Collezionista, Cliente, Etichetta, Artista… La prospettiva cambia a seconda di quale sia il tuo ruolo. Mi sono abituato ai progressi tecnologici e quindi ci lavoro semplicemente. La realtà è che, a meno di vendere una tonnellata di dischi, fai soldi vendendo dischi, magliette, ecc. a concerti, e se sei intelligente, costruisci un webstore e lo promuovi ogni giorno, attraverso questi vari metodi tecnologici (social, ecc.).

Sicuramente, nel 1993 non avevi a disposizione tanta tecnologia e tanta strumentazione quale avresti ora. Essendo tutto più evoluto, più avanzato e probabilmente allo stesso tempo più complesso rispetto al classico “metodo analogico”, come ti sei trovato a dover rivalutare “The Song of a Long Forgotten Ghost”?
MORTIIS: Se intendi i passaggi e le misure tecnologiche adottate per il remaster, ecc., è facile ora. Non sono un ingegnere del mastering, ma una volta trasferito il vecchio demo tape (dal lettore di cassette al Mac, in pratica) l’ho inviato al mastering usando un servizio di trasferimento, come WeTransfer, e poi a sua volta ci lavora, inviandomi bozze, discutendo di cambiamenti, ecc. su Messenger (normalmente), fino a quando non è tutto a posto. Infine trasferisce l’audio nei formati necessari per stampare CD e LP, e ovviamente la piattaforma digitale. La maggior parte di tutto ciò riguarda il suo lavoro, io mi limito ad assicurarmi di essere soddisfatto del modo in cui il master suona alla fine.

Molti ti vedono ancora come l’ex membro degli Emperor, una delle maggiori band che la scena metal norvegese potesse offrire. Se dovessi dare un giudizio sul panorama odierno, come pensi si sia evoluta la scena dai primi anni 90 ad oggi? È peggiorata o, invece, ha offerto stimoli nuovi, presentando realtà più fresche ed appetibili? Inoltre, come mai il black metal è un genere ancora molto amato nonostante gli anni che passano.
MORTIIS: Non saprei, ad essere onesto. Non presto molta attenzione a ciò. La mia impressione è che l’attuale scena Black Metal in tutto il mondo, sia più o meno l’opposto di quello che era un tempo. Era una cerchia molto chiusa di un numero molto limitato di persone. Ora è una grande macchina da merch e un concorso di popolarità. Ad un certo punto è diventato molto hipster e commercializzato. Non ho problemi, le persone devono guadagnarsi da vivere, ed è meglio farlo suonando musica, piuttosto che lavorando in un ufficio. Tuttavia, le persone che hanno iniziato ad ascoltare Black Metal negli ultimi anni, non stanno vivendo il Black Metal come doveva essere nei primi anni 90. Quel Black Metal è morto, o molto vicina alla morte. Alcune band possono avere l’atmosfera e la tristezza che si avvicina a ciò che era prima, ma non è la stessa cosa, è diventato quasi “accettato” e familiare, non importa quanto incazzate e pericolose alcune band possano sembrare… È ancora molto più commerciale come genere di quello che era.

Prima di giungere alla conclusione, vorrei chiederti qual è la canzone, o album eventualmente, da te preferito presente sia nella discografia firmata Mortiis, sia nella discografia relativa al progetto Vond, ed il motivo per il quale la tua scelta ricade su tale opzione.
MORTIIS: La mia canzone preferita di Mortiis? Non lo so… Molte della roba industrial rock che ho fatto ha un grande significato personale per me. Canzoni come “The Great Leap”, “Everyone Leaves”, “Sins of Mine” (dagli album “The Smell of Rain” e “The Great Deceive”) e così via, hanno un grande significato per me dal punto di vista del testo. Da Vond, la canzone “Love I never Had” (dall’album “The Dark River”) significava molto al momento per me.

Grazie mille per il tuo tempo, è stato un onore aver la possibilità di intervistarti. C’è qualcosa in particolare che vorresti dire ai nostri lettori, o di cui non abbiamo parlato.
MORTIIS: Penso che abbiamo parlato di molti argomenti. Grazie per il tuo interesse. Lo apprezzo molto. Spero di vederti ad un concerto di Mortiis qualche volta.